Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Fabio Bettanin, storico e docente dell’Università Orientale. Nel testo, “La Russia, l’Ucraina, e la guerra in Europa” (Donzelli Editore, dicembre 2022), un quesito: la sicurezza del nostro continente (militare, ma anche economica e umana) potrà essere assicurata dal containment della Russia, o dalla sua integrazione in nuove istituzioni europee? Dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa ha saputo cogliere le lezioni della Storia e ha ritrovato unità di intenti. Oggi c’è solo da sperare che quella Storia non passi

I fili rossi che legano gli avvenimenti del 2014 alla guerra iniziata con l’aggressione russa all’Ucraina sono molti. I primi riguardano l’Ucraina, che in questi anni ha ritrovato una identità ispirata da orientamenti antirussi e filoccidentali e condivisa dalle élites e da larga parte della popolazione. Quanto ad essa sia associata l’adesione con- vinta ai principi fondanti dell’Unione europea è questione che solo la fine della guerra potrà chiarire. Le mancate ri- forme istituzionali e la subordinazione di molti atti del governo agli interessi delle élites economiche sono ipote- ca che pesa sul futuro.

Il ruolo degli Stati Uniti va considerato in questa pro- spettiva. Nei momenti cruciali dell’indipendenza, della “rivoluzione arancione” del 2004, di quella della “dignità” del 2014, la politica dell’amministrazione statunitense è stata ispirata dalla convinzione che il nodo gordiano dello scarto fra l’autorappresentazione dell’Ucraina e le sue condizioni effettive potesse essere sciolto da un catartico cambio di regime, volano di una nuova ondata di democratizzazione, dopo quella incompleta seguita al crollo dell’Urss. La guerra scatenata da Vladimir Putin non ha cambiato questa visione; ha solo spostato il confronto sul terreno militare, gradito agli Usa, e inserito la questione ucraina fra le priorità della politica statunitense, nella quale aveva occupato sino ad allora un ruolo marginale.

L’Unione europea è la vittima politica di quanto sta ac- cadendo. La dipendenza energetica dalla Russia l’ha espo- sta a ricatti. Dopo l’annessione della Crimea, le sanzioni poco efficaci non hanno spinto la Russia verso posizioni più duttili al tavolo delle trattative. Ad essere stata affossa- ta in modo definitivo dalla guerra di Putin è l’illusione che l’Ue possa espandersi e divenire potenza globale senza tenere conto della diversità dei paesi coinvolti nei processi di integrazione avviati da Bruxelles e del necessario carattere geopolitico della sua azione. Nel 2002 il riferimento dell’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi ai paesi chiamati a condividere con l’Europa “tutto fuorché le istituzioni” offrì l’occasione per aprire un dibattito che non è mai iniziato. Negli anni successivi le difficoltà incontrate con i paesi della “nuova Europa” hanno fatto risuonare vari campanelli d’allarme, divenuti rintocchi profondi con la guerra in Ucraina. Non basta dire che sosteniamo l’Ucraina; bisogna chiedersi da subito quale Ucraina vogliamo, ancor più se rientri negli interessi della Ue la formazione di una nuova “cortina d’acciaio” in Europa, perché il problema si porrà nei negoziati di pace che prima o poi si apriranno.

Molto dipenderà da Putin, il conservatore che ha ottenuto lo strabiliante risultato di trasformare una crisi regionale in un confronto dal quale il suo paese e il mondo usciranno profondamente mutati. Perché l’ha fatto? Per- ché ha ignorato i sondaggi che, alla vigilia della guerra, di- cevano che il 57,3% degli ucraini era ponto a opporsi attivamente a un tentativo di invasione russa, di cui il 37,3% con le armi? L’unica risposta possibile è che nessuno statista può agire senza il supporto di una ideologia, di una visione articolata della complessità del mondo. In sua assenza, Putin si è rifugiato in una versione abborracciata e strumentale della civiltà russa, articolata attorno al ruolo di grande potenza e all’esistenza del “popolo profondo” di Surkov, che spetta alle mosse del Cremlino far riemergere, in patria e in Ucraina. In un momento in cui tutto è poco chiaro, non resta che porci un ultimo interrogativo: una eventuale uscita di scena di Putin porrà fine alla sua versione semplificata dei problemi del mondo e alle scelte politiche che essa ha ispirato?

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