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Giudici e giustizia, in gioco c’è una visione di riforma. Il commento di Corbino

Di Alessandro Corbino

Per riformare la giustizia non ci sono in gioco le “decisioni”, ma i “modi” di raggiungerle. Devono divenire rapidi e le decisioni stesse accettate. Dovranno apparire a chi le subisce le sole decisioni che un “qualunque” giudice avrebbe potuto assumere nelle circostanze. Il commento di Alessandro Corbino, già professore ordinario di Diritto romano all’Università di Catania

A dispetto di ogni astratto proposito, non appena hanno preso evidenza vicende di particolare rilievo, per la materia (ad esempio il 41 bis) o per i personaggi coinvolti (un nome per tutti, Berlusconi), il tema della giustizia si è fatto immediatamente arroventato. E il confronto tra gli schieramenti politici è diventato subito un muro contro muro. Non sembra proprio che i protagonisti della discussione (tra i quali includo giornalisti e ospiti dei nostri quotidiani talk show) abbiano alcuna intenzione di guardare alle cose con la freddezza razionale che la loro importanza esigerebbe. Viviamo la giustizia in un clima da stadio, quando avremmo necessità di considerarne l’enorme rilievo politico che essa ha. Costituisce l’essenza di ogni ordine giuridico.

Non intendo entrare nel merito delle posizioni. Non perché non abbia le mie idee al riguardo, ma perché ritengo molto più importante invitare a riflettere sulla complessità che le vicende che sto evocando presentano. L’hanno per natura propria. Ogni “caso” giudiziario richiede delibazione alla luce di due fatti parimenti necessari e insieme parimenti soggettivi. Occorre “leggere” l’accaduto (ricostruirne la fattuale connotazione) e occorre valutare la corrispondenza dello stesso alla previsione astratta (e dunque inevitabilmente da “interpretare”) che ne fanno le norme che lo riguardano. Ma la hanno anche perché richiedono attivazione dell’informazione in regimi nei quali – come nei democratici – la conoscenza di ciò che avviene è il presupposto della loro praticabilità. Non diversamente da quel che accade al giudice, anche il giornalista (nel suo complementare ruolo) deve fare i conti con i rischi legati alla insuperabile soggettività di valutazione alla quale è anch’egli esposto. In modo addirittura esponenziale. Deve “leggere” il fatto e tradurlo in “notizia” o “commento” senza disporre del tempo e degli strumenti dei quali dispone il giudice. E dunque con approssimazione necessitata.

Per non entrare in tecnicismi di più difficile esposizione e per assecondare coloro che amano discuterne come di vicende da stadio, vorrei invitare tutti a considerare quanto accade in una materia di grandissimo interesse sociale (il gioco del calcio) in ordine ad una delle regole applicative che più appassionano coloro che lo seguono, la concessione di un calcio di rigore per un contatto mano/pallone. Essa interviene per decisione di un giudice (l’arbitro) che è chiamato ad una duplice valutazione. Deve constatare che il contatto in questione è intervenuto. Ma deve – nel contempo – giudicare che esso si è verificato secondo le modalità previste dalla norma regolamentare che lo sanziona. Come è esperienza di chiunque segua le cose, nessuno dei due giudizi si sottrae al contributo soggettivo. Il contatto può essersi verificato, ma non è stato visto. Il contatto non si è verificato, ma l’arbitro ha ritenuto che vi sia stato. Certo, da quando la valutazione è divenuta “assistita” (fino a qualche anno fa dall’arbitro di porta, ora da raffinati strumenti tecnologici che permettono di “rivedere” – dopo qualche istante – l’evento da angolazioni molteplici e anche molto diverse da quella dell’arbitro) la “uniformità” delle decisioni è cresciuta enormemente. Ma questo non ha sedato dubbi e discussioni.

La valutazione di “corrispondenza” dell’evento (contatto mano/pallone) alla previsione sanzionabile (per esempio, la congruenza del movimento del braccio o della mano rispetto al movimento del corpo) resta connotata da una insuperabile soggettività, attenuata solo dalla pluralità dei giudicanti e dal ricorso alle macchine (Var). Ad essa si rimedia nel solo modo possibile. Attribuendo alla “decisione” valore di “giudicato”. Non è discutibile per il caso considerato. La partita si conclude (e prende effetto pubblico: classifica dei campionati) con il risultato “condizionato” dal rigore assegnato/negato. La decisione non ci dice se il contatto è avvenuto/non è avvenuto. Ci dice ciò che è sembrato al “decisore” investito della questione. Un uomo fallibile (come tutti), ma investito – per consenso anche di coloro che ne subiscono il giudizio (come partecipi alla organizzazione del gioco) – dell’autorità che mette fine ad ogni “utile” discussione.

Mi sposto sul versante dell’osservatore/commentatore. E invito a considerare la cosa immaginandola nel tempo nel quale non esistevano la televisione e il Var. Quando insomma la valutazione dell’accaduto e il suo riferirne “mediatico” erano rimessi alla diretta osservazione, del radiocronista ad esempio. Era una situazione del tutto identica a quella che vale anche oggi per i giudizi dei tribunali. Nessun osservatore (diverso dal giudice) è in grado (ancora oggi) di conoscere i fatti nella loro materiale evidenza. Non solo nel momento in cui vengono rimessi a giudizio (sulla base perciò di una valutazione che è approssimativa di principio), ma nemmeno dopo la conclusione del processo (che ne ha sviscerato ogni aspetto). Anche a concedere che un attento cronista possa conseguirne – seguendo in dettaglio la vicenda processuale (dall’insorgere alla conclusione) e disponendo della cultura giuridica indispensabile – una conoscenza “analoga” a quella del decisore, resterà comunque (sul piano “politico”, della rilevanza pubblica insomma della circostanza) una differenza. Il suo giudizio potrà avere valore solo personale e soggettivo. Quello del decisore – benché anch’esso personale e soggettivo – sarà dotato invece della autorità che lo renderà “effettuale”. Non più discutibile. È la conseguenza di una ragione pratica. Sottrarre ciascuno di noi al dramma di una contestazione permanente della legittimità del proprio operare e della propria rispettabilità. La valutazione del giudice non è discutibile non perché sicuramente corretta, ma perché nessuna valutazione umana può aspirare ad altra indiscutibilità che non sia “convenzionale”. Frutto di una norma concordata da coloro che ne subiranno la vigenza. Come è appunto il “giudicato” che dà ordine pubblico alle cose.

Se non prendiamo atto di questa relatività di cose, nessuna discussione di riforma della giustizia potrà conseguire risultati. Non sono in gioco le “decisioni”, ma i “modi” di raggiungerle. Devono divenire rapidi (il possibile) e devono renderle accettate. Dovranno apparire a chi le subisce le sole decisioni che un “qualunque” giudice avrebbe potuto assumere nelle circostanze. Anche un diverso arbitro avrebbe dato/negato il rigore. Un fatto tutt’altro che scontato e molto difficile da ottenere. Ma anche il primo problema che la organizzazione di qualunque macchina giudiziaria deve proporsi di risolvere. Se avessimo non la convinzione, ma anche solo la percezione che l’assegnazione del calcio di rigore è nella licenza del decisore, non seguiremmo più le partite. Possiamo continuare a farlo perché possiamo pensare (grazie alle regole che ne governano la formazione) che la decisione sfavorevole è un “errore” (sempre dietro l’angolo in ogni umana vicenda) e non la conseguenza di un esercizio spregiudicato dei poteri connessi alla funzione da applaudire/contestare con spirito di tifosi.

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