La Iaea sta cercando di determinare con certezza da dove arrivi l’uranio iraniano arricchito all’84% (a un solo 6% dalla bomba). Nel frattempo tramite vari canali, sostenuti soprattutto dai Paesi del Golfo, si procede tenendo aperta la porta della diplomazia. Mentre Israele ha in mano il Piano B

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sta cercando di chiarire come l’Iran abbia accumulato uranio arricchito al 84% di purezza, il livello più alto finora trovato dagli ispettori nel Paese, di soli 6 punti percentuali sotto quella necessaria per una bomba nucleare. Gli ispettori, che hanno trovato traccia la scorsa settimana del materiale, intendono determinare se la Repubblica islamica abbia intenzionalmente prodotto quell’arricchiemento o se la concentrazione sia stata un’accumulazione accidentale (legata a processi innescati all’interno della rete di che collega le centinaia di centrifughe utilizzate per separare gli isotopi).

È la seconda volta questo mese che gli osservatori internazionali hanno rilevato attività sospette relative all’arricchimento dell’uranio. Ma la linea è quella di procedere con tutte le analisi possibili per verificare quanto successo. È una scelta di carattere oltre che tecnico, anche diplomatico. Si vuole evitare il precipitare di una situazione già complicata. La notizia arriva infatti mentre l’Iran è sempre più isolato dall’Occidente e i colloqui sul rinnovo dell’accordo sul nucleare del 2015, il Jcpoa, con le potenze mondiali rimangono in stallo. Teheran è inoltre esposto a una condanna da più lati per la sua violenta repressione delle grandi proteste di massa e contemporaneamente gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno intensificato le sanzioni contro l’Iran per il sostegno militare alla guerra russa in Ucraina.

Situazione complicata, si cercano spiragli

Le informazioni sul nuovo, preoccupante livello di arricchimento raggiunto dall’Iran non fanno che complicare la situazione di Teheran. Ma nonostante questo, forme di contatto continuano. Perché il rischio è che isolare eccessivamente l’Iran possa portarlo a decisioni aggressive e avventuristiche. E di questo sono consci soprattutto i partner regionali di Stati Uniti e Unione Europea. Il Jcpoa è un accordo che ha i suoi limiti, ma resta la base su cui poggiare un sistema di architettura securitaria regionale, che parte innanzitutto dall’evitare proliferazioni militari. Aspetto che invece un Iran dotato di armi atomiche innescherebbe in automatico.

Ciò nonostante, l’affrettata uscita trumpiana dall’intesa, la scarsa affidabilità dell’ala conservatrice e reazionaria iraniana (guidata dai settori più ideologizzati dei Pasdaran), la scarsa capacità dell’Unione europea di essere un attore strategico nel dossier, la poca volontà di Russia e Cina di fare qualcosa di concreto per preservare l’accordo (usando il caos contro Washington), hanno prodotto una situazione instabile. Il rischio è che questa serie di concause produca un altro delicatissimo hotspot di tensioni internazionali con ricaduta e collegamenti diretti su molti altri fascicoli.

Tant’è che viene ribadito spesso che la diplomazia è la via preferenziale. Esce questo per esempio dalla dichiarazione firmata da Stati Uniti e membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) a valle dei lavori del tavolo congiunto sulla lotta al terrorismo. “I partecipanti — scrivono — hanno riaffermato le dichiarazioni del novembre 2021 e del febbraio 2023 del Gruppo di lavoro Usa-Gcc sull’Iran, condannando ancora una volta il comportamento maligno dell’Iran attraverso proxy come Hizballah, oltre a quelli in Iraq, Siria e Yemen. L’Iran ha utilizzato sistemi aerei senza pilota (Uas) e ha sostenuto gruppi terroristici e altri gruppi armati per condurre centinaia di attacchi nella regione. Gli Stati Uniti e gli Stati membri del Gcc hanno affermato che il sostegno dell’Iran alle milizie terroristiche e ai gruppi armati in tutta la regione e l’uso di sistemi aerei senza pilota minacciano la sicurezza e la stabilità regionale”. Tuttavia, ed è questo l’elemento più rilevante, quegli stessi partecipanti “hanno preso atto che gli Stati Uniti e i membri del Ccg hanno già affermato anche che la diplomazia rimane il modo preferito per affrontare le politiche destabilizzanti dell’Iran”.

Cambio di paradigma regionale

Queste politiche destabilizzanti sono le stesse che portarono Washington alla rottura del patto Jcpoa, quando l’amministrazione Trump era spinta dagli alleati del Golfo a dare qualche segnale forte contro l’odiato Teheran. Ora le condizioni a contorno sono cambiate, anche grazie all’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden, il quale ha cercato di innescare — e in buona parte lo ha fatto con successo — una fase di distensione delle diatribe interne in tutta la regione Medio Oriente e Nord Africa.

A fronte di ciò, e consapevoli della necessità generale di entrare in una nuova fase dove il peso degli Usa nell’area sarebbe diminuito a favore di forme di equilibrio trovate dall’interno, Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno avviato processi di dialogo con la Repubblica islamica. Anche a questo si deve quella precisazione sul valore primario della diplomazia con l’Iran, messa in risalto nello statement congiunto.

Restano una serie di divisioni e incomprensioni storiche, che però in questo momento stanno condizionando meno visibilmente le scelte di Abu Dhabi e Riad — attualmente focalizzate nel trovare sfoghi più business oriented alle loro ambizioni di crescita e sviluppo. Posizioni utili anche per Israele. Lo stato ebraico è sempre pronto all’opzione militare — e Washington usa questa postura come Piano B. Tuttavia serve mantenere una forma di contatto che vada oltre le azioni militari (sia quelle esplicite che quelle più nell’ombra, condotte costantemente contro i vertici dei Pasdaran e delle milizie collegate).

E per farlo, in questo momento il ruolo dei Paesi del Golfo è determinante. L’amministrazione Biden sta per esempio discutendo indirettamente con Teheran su un possibile scambio di prigionieri nel tentativo di ottenere il rilascio di cittadini americani imprigionati in Iran: ed è il Qatar che, aiutato dalla diplomazia inglese, svolge il ruolo di intermediazione nei colloqui.

Le parti stanno esplorando una formula già discussa in precedenza, risalente al 2021, che potrebbe includere un possibile scambio di prigionieri e il rilascio di miliardi di dollari in fondi delle banche sudcoreane attualmente bloccati dalle sanzioni statunitensi. Questo consentirebbe all’Iran di accedere ai fondi ma solo per l’acquisto di cibo, medicine o altri scopi umanitari, in conformità con le sanzioni statunitensi esistenti contro il Paese. Doha sarebbe la destinazione terza dei fondi, garanzia per entrambi. Questo genere di colloqui diplomatica, sebbene contingentato a vicende specifiche fa parte di un quadro di contatto che nonostante tutto viene tenuto vivo. Per ora.

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