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Martin Wolf, ritorno al passato. La lettura di Pennisi

Nonostante tutti i suoi difetti, sostiene Wolf nel suo ultimo libro, il capitalismo democratico rimane di gran lunga il miglior sistema per la prosperità. Ma qualcosa è andato seriamente storto. La recensione di Giuseppe Pennisi

È in corso un dibattito sul più recente libro di Martin Wolf (The crisis of democratic capitalism, 496 pagine, Londra, Penguin Press, 2023). Wolf (ora circa settantacinquenne) è stato per decenni il direttore dei commenti economici del Financial Times ed, in questa veste, una delle voci che ha, spesso e con grande autorevolezza, propugnato l’integrazione economica internazionale ed il liberalismo di mercato. Il denso volume è, invece, un invito a ripensare “la dottrina dominante” degli ultimi quaranta anni: il liberismo neoclassico e la globalizzazione.

Conosco Martin dal 1971, quando entrò in Banca mondiale dove io lavoravo dal settembre 1969. Le nostre carriere erano distinte e distanti. Martin era al servizio studi, dove curava la sezione che si interessava di commercio internazionale. Io nelle operazioni, ossia facevo prestiti per progetti, prima a Paesi dell’Asia e dell’Estremo Oriente e poi dell’Africa a Sud del Sahara. Una scelta anche un po’ particolaristica dato che il presidente della banca, Robert S. McNamara, aveva deciso che chi lavorava nelle operazioni aveva retribuzioni maggiori e carriere più rapide di chi faceva studi dato che il primo aveva maggiori responsabilità e correva più rischi del secondo. Stringemmo un rapporto di amicizia che continuò dopo il rientro in Europa, dato che Martin passa diversi mesi l’anno in Val di Magra.

È importante ricordare che Wolf non nasce liberista. Nato a Londra nel 1946, suo padre Edmund era un drammaturgo ebreo austriaco che fuggì da Vienna in Inghilterra prima della seconda guerra mondiale. A Londra, Edmund incontrò la madre di Wolf, un’ebrea olandese che aveva perso quasi trenta parenti stretti nell’Olocausto. Wolf ricorda che il suo background lo lasciò diffidente nei confronti degli estremi politici e incoraggiò il suo interesse per l’economia, poiché riteneva che gli errori di politica economica fossero una delle cause profonde della seconda guerra mondiale.

Fu un attivo sostenitore del Partito laburista fino ai primi anni 1970, quando si trasferì a Washington per lavorare in Banca mondiale. Aveva studiato alla University College School, una scuola indipendente per ragazzi a Hampstead nel nord-ovest di Londra, e nel 1967 entrò al Corpus Christi College dell’Università di Oxford per i suoi studi universitari. Inizialmente ha studiato Lettere Classiche prima di iniziare il Corso di Filosofia, Politica ed Economia.

Wolf si trasferì al Nuffield College, sempre a Oxford, che lasciò con un Master of Philosophy (MPhil) in economia nel 1971. Non prese mai un dottorato di ricerca (ma è stato successivamente coperto dalle più alte onorificenze del Regno Unito, nonché di lauree honoris causa) anche perché preso dall’impegno politico. Negli anni Settanta, negli Stati Uniti, non c’era spazio per continuare ad impegnarsi per il Labour, ma nella prima metà del decennio fu molto attivo nei gruppi che osteggiavano la guerra in Vietnam.

Lasciò la Banca mondiale per ragioni “politiche”. All’inizio degli anni Ottanta, Wolf era profondamente disilluso dalle politiche della Banca sotto la direzione di Robert S. McNamara: la Banca aveva fortemente spinto per aumentare i flussi di capitali verso i Paesi in via di sviluppo, che avevano portato molti di loro a soffrire di crisi del debito. Vedendo i risultati di un intervento mal giudicato da parte delle autorità globali e influenzato anche dai primi anni Settanta da varie opere critiche dell’intervento pubblico, come The Road to Serfdom di Friedrich Hayek, Wolf ha spostato le sue opinioni verso il libero mercato.

Lasciata la Banca mondiale nel 1981, per diventare direttore degli studi presso il Trade Policy Research Centre, a Londra. È entrato a far parte del Financial Times nel 1987, dove è stato redattore associato dal 1990 e capo commentatore economico dal 1996. Fino alla fine degli anni 2000, Wolf è stato un influente sostenitore della globalizzazione e del libero mercato ed, in tale veste, un autorevole esponente di gruppi ed associazioni anche iper-liberiste come il Bildeberger.

La crisi finanziaria del 2008-2009 ha indotto un graduale ripensamento. Deluso dalle teorie che promuovevano ciò che considerava un’eccessiva dipendenza dal settore privato. Pur rimanendo un pragmatico libero da impegni vincolanti per qualsiasi ideologia, le opinioni di Wolf si spostarono parzialmente dal pensiero del libero mercato alle idee keynesiane che gli erano state insegnate da giovane.

È diventato uno dei promotori più influenti della rinascita keynesiana del 2008-2009, e tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, ha usato i suoi editoriali sul Financial Times per sostenere una massiccia risposta fiscale e monetaria alla crisi finanziaria del 2008-2009. Diventò anche un sostenitore di un’imposta patrimoniale su case e terreni e do un ruolo attivo dello Stato nella produzione ed offerta di “beni pubblici”.

Un’attenta (non veloce) lettura del libro rivela quanto siano stati forti i legami di Martin con il Labour almeno sino ai trent’anni e come a settanta cinque ritorni al passato con un più di una punta di nostalgia. Nonostante tutti i suoi difetti, sostiene Wolf, il capitalismo democratico rimane di gran lunga il miglior sistema per la prosperità. Ma qualcosa è andato seriamente storto: la crescita della prosperità è rallentata e la divisione dei suoi frutti tra pochi e il resto è diventata più disuguale. “La cittadinanza non è solo uno slogan o un’idea romantica; è l’unica idea che può salvarci” conclude Wolf.

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