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Il Reddito di cittadinanza è un voto di scambio legalizzato? I numeri di Confcommercio

C’è una forte correlazione tra la quota provinciale di beneficiari del reddito di cittadinanza e la percentuale di voti al Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni politiche, lo certificano i numeri dell’associazione. Il racconto di Giuseppe Pennisi

Sul Corriere della Sera di domenica 26 febbraio, Mario Monti si è posto una domanda tutt’altro che peregrina: i bonus dati a pioggia dal governo sono “voto di scambio pur se in maschera”. Alla domanda aveva già risposto, il 10 febbraio, il responsabile del servizio studi della Confcommercio Mariano Bella sul quotidiano Atlantico con un’attenta analisi statistica, che merita di essere di essere meditata in questi giorni in cui si sta lavorando al riassetto dell’istituto. E ci riporta alla logica del consenso, di James M. Buchanan and Gordon Tullock più volte citata su questa testata.

In estrema sintesi, lo studio mostra palesemente una forte correlazione tra la quota provinciale di beneficiari del reddito di cittadinanza e la percentuale di voti al Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni politiche. La propensione a votare sulla base di una specifica provvidenza è un segnale di rafforzamento del circuito promesse-benefici-consenso che stimola ulteriori promesse pubbliche di benefici, la logica del consenso. All’indomani delle elezioni del 25 settembre scorso è emersa una vivace polemica su una presunta correlazione tra percettori di reddito di cittadinanza e voti al Movimento 5 Stelle (M5S), effettivamente il principale sostenitore di questo istituto.

Nella comprensibile concitazione del momento post-elettorale, al di là di qualche incerto tentativo di dimostrare il suddetto legame, il dibattito si è concentrato sulla circostanza aneddotica secondo cui in alcuni territori – la Campania, per esempio – alla presenza di molti percettori del Reddito si fosse associata una forte preferenza per il M5S. Un punto o un paio di incroci non costituiscono, di per se stessi, una relazione. Di seguito si fornisce evidenza empirica sul fatto che la relazione effettivamente esiste, e va opportunamente quantificata e qualificata. Nella figura 1 si associa la frazione percentuale di percettori di RdC (contando tutte le persone del nucleo familiare del percettore) sulla popolazione provinciale e la quota di voti validi ottenuti dal M5S.

La rappresentazione grafica dà conto del fenomeno, non foss’altro per soddisfare una curiosità legittima, ma cela senz’altro interpretazioni più sottili che vanno fatte emergere. Per dire che liquidare la questione del consenso (i voti) al M5S con il (solo) RdC è esagerato, scorretto, e anche un po’ falso. Infatti, possiamo ammettere che ci sia uno zoccolo duro di infatuati che voterebbe M5S prescindere Poi, ci deve pur essere una quota di votanti per il M5S che esprime preferenze per il partito al netto del Reddito di cittadinanza, il quale non esaurisce l’offerta politica di questo schieramento. Infine, ci sono i fruitori del Rdc e, probabilmente, i non fruitori in prossimità della soglia di accesso.

I risultati della tabella 1 confermano questo schema. Gli infatuati non sembrano pesare significativamente (la costante); quelli che esprimono preferenze genuine ci sono eccome (rappresentati dalla media delle quote provinciali di preferenze negli anni 2013 e 2014, politiche ed europee quando ancora non si sapeva quasi nulla del RdC). E poi c’è l’effetto, decisamente significativo, del Reddito di cittadinanza. Se, a parità di condizioni, mediamente la quota dei percettori crescesse dell’1% assoluto, la percentuale di voti al M5S crescerebbe del 2,4% assoluto (cioè, per esempio, dal 10 al 12,4 per cento, se i percettori passassero dal 3 al 4% della popolazione totale di quella provincia).

Ne emerge una suggestione rilevante; al crescere della quota di percettori di RdC, la relazione che lega l’incremento della percentuale di percettori all’incremento dei voti al M5S tende a sottostimare quest’ultima percentuale. Passando da Bolzano a Belluno si ottiene una frazione di voti stimata pari a 4,68%, cioè per ottenere i voti di Belluno prendo i voti di Bolzano e vi sommo il prodotto tra il coefficiente stimato nella regressione per lo scarto tra le quote di percettori passando da Bolzano a Belluno, contro il 4,82% osservato.

Ma lo stesso conteggio porta a una stima di solo 36,54% per Napoli, rispetto a un osservato di 41,36% di voti per il M5S nella provincia partenopea (e lo stesso accade per Crotone, per fare un altro esempio), dove riscontro qualcosa che potrebbe correlarsi a una potenziale inversione della relazione: non da RdC percepito a M5S bensì da consensi al M5S a maggiore reddito di cittadinanza percepibile.

Vale a dire, ancora una volta, che il Reddito di cittadinanza è abbastanza diffuso tra la popolazione, è possibile che anche chi non lo percepisce – e al di là delle “genuine preferenze” per quel partito – cominci a votare M5S nella speranza che un rafforzamento del consenso, e quindi del potere politico e decisionale conseguente ai voti ricevuti, generi una maggiore probabilità di potere accedere al beneficio. Per questa via si rafforzerebbe il legame circolare tra promesse/concessioni pubbliche e richieste private che genera ulteriori promesse/concessioni pubbliche ecc. ecc.. Un circuito che percepisco come alquanto sgradevole.

Maneggiare, quindi, con cura e con the long view.

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