Scontento popolare e nell’élite, servizi segreti, crisi economica e l’effetto delle (prime) sanzioni. Gli esperti analizzano lo stato del regime di Vladimir Putin, e il futuro del sistema politico russo, nell’incontro organizzato dal Center for a New American Security

L’invasione russa in Ucraina ha già compiuto un anno e non mancano gli interrogativi sul futuro del regime di Vladimir Putin, sulle sfide economiche della Russia, sull’efficacia delle sanzioni internazionali e sulla trasformazione della società russa di fronte alla guerra. Per cercare di delucidare alcuni aspetti importanti di questa situazione che coinvolge il mondo intero, il think tank americano Center for a New American Security (Cnas) ha organizzato un incontro online moderato da Andrea Kendall-Taylor.

 

Ma partiamo dall’inizio. La guerra di Putin in Ucraina ha il peso di un errore di calcolo fatto alla partenza, poco più di un anno fa, ma ha saputo resistere. Per Marlene Laruelle, direttore dell’Institute for European, Russian and Eurasian Studies (Ieres), il regime di Putin ha dimostrato una buona dose di resilienza: “È stato scosso più volte all’inizio della guerra, sul tempo di mobilitazione, e poi ogni volta ha saputo trovare un nuovo equilibrio. Ogni volta, questo equilibrio lo sta spostando verso un quadro ideologico più radicale. Vediamo le tensioni tra le élite, ma penso che la resilienza sia piuttosto impressionante”. Il reigme è “stabile, essendo adattabile e flessibile. Abbiamo un forte movimento di consolidamento difensivo all’interno della società russa, che sta anche permettendo al regime di rimanere al potere e continuare la guerra mentre le sanzioni sono state gestite abbastanza bene dall’elemento tecnocratico russo”. In questo senso è determinante per il successo la strategia del regime russo di riorientare le proprie alleanze verso i Paesi del sud del mondo.

“Il regime è un ecosistema di diversi gruppi, quindi, c’è sempre un equilibrio”, ha spiegato ancora l’esperta francese. “Naturalmente, alcuni gruppi possono uscire dal quadro, possono essere repressi, ma il regime è ancora in grado di gestirsi e reinventarsi. Lo vediamo con la sanzione e poi con il fatto che anche se il regime sta diventando molto più brutale e repressivo, non c’è dubbio che ci parli ancora alla popolazione e garantisce un tipo di consolidamento difensivo”.

Daniel Treisman, professore del dipartimento di scienze politiche dell’Università di California e ricercatore associato del National Bureau of Economic Research, ha sottolineato che l’élite russa è molto insoddisfatta in questo momento. Gli oligarchi, finora alleati di Putin, stanno perdendo parte dei loro patrimoni nel mondo, con i loro yacht e le loro proprietà sequestrate. Questo secondo Treisman è il punto centrale delle sanzioni: “Non è che abbiano un altro posto dove andare. Sanno che le loro risorse all’interno della Russia sono vulnerabili se sporgono la testa e dicono qualcosa. Inoltre, la loro sicurezza personale potrebbe essere vulnerabile. Quindi penso che il malcontento tra l’élite degli affari non avrà alcun effetto visibile immediato. Il malcontento tra il pubblico in generale è più complicato. Siamo ancora, dopo un anno, nelle fasi iniziali, purtroppo, di questa guerra. E finora il pubblico si è schierato dietro, direi, non tanto a sostegno della guerra, ma si è schierato dietro il proprio Paese, che è in guerra”.

E i sondaggi parlano chiaro. Quando si chiede ai russi se sostengono la guerra, la domanda reale è se sostengono la loro parte nella guerra. E il 71% dice di sostenerla, ma solo il 40% dice che vorrebbe che la guerra continuasse. Circa il 50% dice che vorrebbe vedere i negoziati di pace.

Treisman spiega che i russi sono consapevoli di avere una capacità di acquisto inferiore da quando è cominciata la guerra: “Il commercio al dettaglio è diminuito di circa il 9%. L’effetto sul tenore di vita è minore, credo, di quanto molti si aspettassero all’inizio delle sanzioni, ma è comunque significativo nel lungo termine […] Molti degli effetti delle sanzioni richiederanno del tempo per avere davvero effetto. Quindi non lo stiamo ancora vedendo davvero. Ora, nel prossimo anno, se iniziamo a vedere più licenziamenti e chiusure definitive, si potrebbe cominciare a percepire il malcontento”, non solo rispetto alla guerra ma alla situazione in generale. “Non escluderei che le conseguenze economiche delle sanzioni dei controlli sulle esportazioni avranno un impatto maggiore nel prossimo anno di quanto non abbiano avuto anche nel primo anno”.

Sullo scontento popolare e le proteste, Brian Taylor, direttore del Moynihan Institute of Global Affairs e professore di scienze politiche dell’Università Syracuse di New York, ha parlato di come il regime di Putin non avuto alcun problema nel gestire la resistenza di massa organizzata. E questo perché molti degli oppositori sono fuori dal Paese o in prigione: “Molte delle proteste che abbiamo visto sono state iniziative più localizzate, più spontanee, ma niente che possa minacciare il regime nel suo insieme. Quando parli dei servizi segreti della Russia, è importante tenere presente che ce ne sono diversi, a volte con giurisdizioni sovrapposte. Quindi, c’è il servizio di sicurezza federale, che è il più grande e il più responsabile della sicurezza interna. E il capo è Alexander Bortnikov, che conosce Putin dagli anni Settanta. Condividono un passato a Leningrado e nel Kgb. Poi c’è la Guardia Nazionale, che è una sorta di prima linea della polizia antisommossa e delle truppe interne. Il capo è Victor Zolotov, che ha radici a San Pietroburgo e nel Kgb, ha lavorato a stretto contatto con Putin per molto tempo. E infine abbiamo il servizio della Guardia federale, che è responsabile della sicurezza della leadership, inclusa la sicurezza di Putin. Il capo è Dimitri Korchenv, è meno conosciuto ma sembra un professionista, poco ambizioso, leale, e lavora in quel servizio da molto tempo”.

Tornando alle sanzioni, Timothy M. Frye, professore di scienze politiche dell’Università di Columbia, è d’accordo sulla necessità di tempo per vedere l’efficacia contro Putin e il suo entourage. Queste misure economiche e finanziarie non hanno un unico obbiettivo o un’unica natura. Innanzitutto, è importante l’unità con cui Occidente si è schierata nell’usare le sanzioni contro la Russia, contando anche con l’alleanza di Paesi come Corea del Sud, Giappone e Taiwan: “Penso che le sanzioni abbiano contribuito a degradare gli sforzi militari della Russia, che penso sia stata una parte fondamentale del regime di sanzioni dell’amministrazione Biden. E penso che le sanzioni sulla logistica e sul commercio abbiano avuto il maggior successo, solo rendendo più difficile per la Russia l’accesso a cose come semiconduttori, chip di semiconduttori e altri tipi di elementi do alta tecnologia”.

Ci vorrà però del tempo, e anche un secondo round di sanzioni sul settore energetico. “Gli effetti saranno molto diversi da quelli che abbiamo visto lo scorso anno”, aggiunge Frye. “Quando l’Europa era riluttante a sanzionare davvero il gas nel settore petrolifero […] Ora che hanno trovato percorsi alternativi, in particolare per il gas russo, per ottenere gas da Stati Uniti, Norvegia e Algeria, ora l’Europa è in una posizione molto migliore e le sanzioni potrebbero avere più mordenti […] La Russia può sempre vendere solo alla Cina, ma stanno vendendo con uno sconto maggiore. E non può usare il club dell’energia sulla Cina nello stesso modo in cui potrebbe farlo sull’Europa”.

Laruelle ha riferito uno studio con grandi focus group in diverse regioni della Russia. Ai partecipanti è stato chiesto di proiettare il proprio futuro e hanno fornito risposte sul tipo di governo, sulla democrazia, i diritti umani o cose che vedremo come trasformative per la Russia e il potere: “Penso che sia una delle sfide rivedere o avere un leader in grado di pensare il potere della Russia in modo trasformativo. E trovare un modo di grande potere, almeno nella narrazione, che possa convivere in maniera pacifica con i vicini. Il fatto che anche una parte della popolazione chieda davvero una trasformazione non va dimenticato”.

Treisman conclude che “la sfida sarà quella di combinare il desiderio di essere un grande potere con il desiderio di essere una società moderna, con i diritti umani e con la politica democratica e così via. Per avere successo, il prossimo leader russo dovrà trovare un modo per spostare il tema del grande potere sul piano simbolico. Non credo che ai russi interessi davvero se il loro esercito è a Varsavia o si sta riprendendo l’Alaska, ma vogliono sentirsi una grande potenza. Un riconoscimento simbolico e un’affermazione di ciò potrebbero essere sufficienti. E questo potrebbe essere combinato più facilmente con le riforme per creare il tipo di società e di sistema politico che penso vogliano i russi vogliano, un sistema più decentralizzato, che dà libertà agli individui, alle comunità locali, e fornisce il tipo del tenore di vita dei Paesi più avanzati del mondo. Un leader dotato potrebbe riuscire a combinare questi aspetti”.

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