Alla conferenza della Nato Defense College Foundation, una serie di relatori esperti ha esplorato la convergenza tra energia e sicurezza nel bacino mediterraneo (cornice naturale della proiezione italiana) concentrandosi sui giacimenti di idrocarburi e gli impatti di cambiamento climatico e transizione, passando per i delicati equilibri politici, le opportunità di cooperazione nel Mediterraneo orientale e come integrare i mercati energetici per favorire lo sviluppo

I dossier energetici, con tutte le loro ramificazioni, spiccano per importanza nel quadro del Mediterraneo allargato. La disponibilità e il commercio di energia sono fattori di indicibile importanza, capaci di ridisegnare territori, cambiare equilibri politici e securitari, garantire o meno la prosperità di interi Stati. Dunque capirne il corso e gli impatti è necessario, anzi indispensabile, per una fotografia realistica delle sfide e del futuro del bacino mediterraneo – luogo naturale per la proiezione geopolitica dell’Italia, che il governo a guida Giorgia Meloni è impegnato a rinvigorire.

Queste le premesse della conferenza Energy Strategies 2023, tenutasi mercoledì a Roma organizzata dalla Nato Defense College Foundation, con il patrocinio di Eni, la Fondazione della Compagnia di San Paolo, l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv e il Policy Center for the New South di Rabat. Tre panel per esplorare l’intersezione tra energia e sicurezza in un mondo mutevole, per capire la dimensione energetica del Mediterraneo, le potenzialità di integrare i mercati energetici e delle nuove infrastrutture per farlo. Il tutto alla luce della transizione energetica, dei rapporti politici tra i Paesi e delle sfide per la stabilità del bacino.

I lavori, aperti dall’ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo (già segretario generale ad interim dell’Alleanza atlantica), hanno beneficiato anche in un intervento del direttore generale per gli Affari politici e di sicurezza della Farnesina, l’ambasciatore Pasquale Ferrara. “La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è forse finita, ma la transnazionalizzazione dei fenomeni è ancora in vigore”, ha esordito, indicando le iniziative congiunte tra Stati come il fenomeno di riferimento. Il diplomatico ha toccato il tema della sicurezza alimentare (rigettando la propaganda russa secondo cui le sanzioni europee ne siano alla radice) e il processo di normalizzazione delle relazioni nel mondo arabo (con le relative opportunità di cooperazione, anche per l’Ue e l’Italia). Per finire con il ruolo di Roma nell’area, caratterizzato dalla trasparenza nei rapporti con altri Paesi. “Non abbiamo secondi fini. La fiducia è un bene reale nell’arena internazionale”; l’Italia ne dispone e intende sfruttarla per alimentare iniziative come il Piano Mattei, gli investimenti di RePowerEu e del Global Gateway.

Il primo panel è partito con l’inquadramento dello scenario energetico attuale, con un punto di Ahmed Badr (Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile, o Irena) sull’avanzamento della transizione energetica. Che presenta le sue complessità anche al netto degli investimenti esteri, con l’Italia e l’Europa in prima linea, che stanno confluendo nei Paesi del bacino mediterraneo. I soldi ci sono, ha puntualizzato l’esperto, ma è un problema garantire il ritorno per gli investitori e proteggerli dal rischio: con la transizione cambia anche il modello di business, che passa dalle costose operazioni per estrarre e commercializzare idrocarburi (con la domanda che dovrebbe scemare nei prossimi decenni) all’energia rinnovabile, che oggi comporta risvolti locali e solo un domani, con l’infrastruttura adeguata, potrà essere esportata. Da cui la necessità di favorire l’azione delle aziende private.

Gli altri oratori, Claudia Gazzini (International Crisis Group, Tripoli) e Remi Daniel (NATO Defense College e Institute for National Security Studies), si sono concentrati sull’aspetto geopolitico. Il secondo ha offerto una breve panoramica – tra Paesi europei che spesso si muovono in ordine sparso, anche al netto dei piani europei condivisi, e le frizioni tra Spagna e Algeria tradottesi in una mini-crisi energetica per Madrid. In tutto questo gli occhi sono puntati sui giacimenti del Mediterraneo orientale, che “può dimostrarsi una fornitura stabile e affidabile” e di particolare interesse per l’Ue. Dossier complicato dalla frizione tra la Turchia e l’Europa, come ha rimarcato Gazzini, sottolineando l’irrisolta questione cipriota (che vede Ankara e Atene contrapposte) e la difficoltà di rompere lo status quo, che nel caso della Libia si traduce in un consolidamento della crisi, a cui si aggiunge l’asse con la Turchia nel ridisegnare le zone economiche esclusive per lo sfruttamento dei giacimenti di gas.

A seguire, il secondo panel ha abbracciato la complessità delle politiche energetiche e il loro possibile ruolo nel processo di normalizzazione che sta interessando sempre più Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Guidata da Mehmet Öğütçü (London Energy Club), la discussione si è avviata con Ashraf Keshk (Derasat, Manama), che ha posto l’accento sui processi virtuosi in atto, per esempio, tra Giordania e Israele – più l’Ue – per la cooperazione nel settore dell’acqua e dell’energia. Tuttavia, ha avvisato l’esperto, è troppo presto parlare di stabilizzazione dell’area perché “le alleanze portano a contro-alleanze”: ne sono un esempio le decine di incidenti marittimi nel Golfo Persico che vedono coinvolte le forze iraniane.

Il dibattito si è poi spostato sulle sfide legate alla crisi climatica. Grammenos Mastrojeni (Unione per il Mediterraneo, Barcellona) ha ricordato come il bacino mediterraneo sia la seconda regione al mondo per velocità di riscaldamento. Le conseguenze: innalzamento del livello del mare di un metro entro fine secolo, acqua salata che risalendo le vie di irrigazione rende sterili i terreni, potenziale scarsità alimentare e idrica per 250 milioni di persone. Sul lato commerciale, l’apertura delle rotte artiche porterà a una perdita di importanza del canale di Suez. Si può rispondere a queste sfide, ha continuato Mastrojeni, integrando i mercati dell’energia, che a sua volta funge da acceleratore della crescita economica.

Qui è subentrato Marco Piredda (Osservatorio mediterraneo dell’energia, Parigi), che ha rilevato come nel medio e lungo termine il processo europeo di transizione energetica porterà la maggior parte degli idrocarburi estratti in Nord Africa a rimanere nella regione, per sostenere la crescita della popolazione. La prospettiva futura deve necessariamente prevedere un’elevata integrazione dei sistemi energetici, ha spiegato, per venire incontro a un nuovo mondo basato sul commercio di elettroni e idrogeno. E oltre al comparto energetico, l’esperto prevede anche una maggiore attenzione politica verso i settori dei minerali critici e dei dati, tanto essenziali per l’aspetto securitario della transizione energetica quanto la diversificazione.

Il terzo e ultimo panel è entrato nel merito degli aspetti infrastrutturali ed economici. In altre parole, come collegare concretamente le sponde nord e sud del Mediterraneo per assicurare una cornice di cooperazione regionale, e quali le conseguenze per la sicurezza. Moderata dall’ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar, la discussione è stata aperta da Ahmet Evin (Sabancı University, Istanbul), che dopo aver riconosciuto l’attivismo diplomatico del governo Meloni ha guardato nuovamente al Mediterraneo orientale, dove la di giacimenti di gas nel 2010 “ha creato grandi aspettative” che si sono rivelate difficilissime da realizzare: in sessantadue cicli di colloqui esplorativi, Grecia e Turchia non hanno ancora fatto progressi. La soluzione passa dalla risoluzione della questione cipriota, ha spiegato, che diventerebbe il primo passo per la reintegrazione della Turchia nella struttura euromediterranea.

“Il gas dell’Est può soddisfare la crescente domanda di energia locale, sostenere il passaggio dal carbone al gas e favorire la produzione di idrogeno”, ha continuato, riferendosi al progetto EastMed – il gasdotto hydrogen-ready che dovrebbe arrivare fino in Italia partendo dal Mediterraneo orientale, il cui sviluppo ha incontrato anni di resistenze. “Non sono scettico sulla possibilità della sua realizzazione”, ha asserito l’esperto, “ma mi chiedo se si possa fare di più, date queste condizioni”. Qui Leonardo Bellodi (Luiss Business School) ha schiettamente rilevato le difficoltà di posa del gasdotto, rimarcando che “la differenza tra Bruxelles e Ankara è che la prima manda note diplomatiche, la seconda navi da guerra”. Vanno poi considerate le variabili economiche, che per anni ne hanno bloccato la crescita (il progetto è sostenibile considerando i prezzi del gas del 2022, che fluttuano e sono scesi da allora), e quelle politiche, a partire dall’accordo tra Ankara e Tripoli che le due capitali “stanno applicando”.

Infine, Rim Berahab (Policy Center for the New South, Rabat) è tornato sui fattori che ostacolano l’integrazione energetica nordafricana: le diverse priorità sull’integrazione regionale, che impattano commercio, investimenti e crescita, come la mancanza di politiche e regolamenti appropriati e di istituzioni che possono portare a risultati efficienti. Tuttavia, “sfruttare il potenziale energetico della zona può portare a una vera svolta”. La benzina è ancora la principale fonte di energia, ma le rinnovabili sono in aumento, ha rimarcato. “Serve un quadro normativo, serve la volontà politica sugli accordi commerciali e sull’adozione di prezzi energetici basati sul mercato”, considerando che la condivisione delle infrastrutture, l’armonizzazione delle normative e delle politiche possono creare un mercato energetico coeso.

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