“Le delusioni della libertà” è un libro che va letto perché è una bussola orientata verso la libertà e ci aiuta a non smarrire la strada. La recensione di Gemma Mantovani

“Le delusioni della libertà” di Paolo Vita-Finzi (IBL Libri, collana “Liberalismi eccentrici”, 2023) è un libro bellissimo, perché ci interroga continuamente su cosa sia la libertà. È bellissimo come quelle poesie di Wystan Hugh Auden che si interrogano su che cosa sia veramente l’amore: anche Auden visse, come Vita-Finzi, tra le due guerre, in quel mondo che si era appena riavuto dalla Prima guerra mondiale e si stava avviando verso una carneficina ancor più grande. Come nelle poesie di Auden, i ritratti che compongono il libro di Vita-Finzi portano in sé l’odore imminente della guerra, nella quale, proprio le idee di quegli intellettuali precursori del fascismo, trascinarono il mondo intero.

Paolo Vita-Finzi era un liberale vissuto nel culto del risorgimento ma con i piedi per terra, secondo la definizione di Luigi Einaudi “era un lib-lab, un liberale leggermente favorevole a moderate riforme sociali”: niente a che fare con quegli scalmanati di Antonio Gramsci e Piero Gobetti che animavano la Torino dei suoi tempi. Proprio alla sua brillante attenzione per certe forme di degenerazione delle idee in estremismo intellettuale e in fanatismo ideologico, dobbiamo questi ritratti efficacissimi di delusi dalla libertà, di coloro che, più o meno consapevolmente, aprirono il varco al regime fascista.

L’acume e la sensibilità di Vita-Finzi evidenziano come, in fondo, le patologie delle ideologie si manifestano, innanzitutto, nelle patologie degli individui. Così, gli uomini di cui decide di scrivere sono spesso assai simili agli innamorati delusi che hanno nutrito aspettative tanto alte quanto insensate e, di conseguenza, ampiamente disattese. La pesantezza, il pessimismo, la durezza, fino alla violenza delle idee di questi pensatori sortiscono uno straordinario e vibrante contrasto con l’ironia, la satira, il sarcasmo, la leggerezza, la delicatezza e l’umanità di Paolo Vita-Finzi. Egli illustra come le radici del fascismo attecchirono con ugual vigore sia tra pensatori di destra sia di sinistra. Falsi profeti e sognatori di mondi migliori, totalmente privi di senso critico e sana ironia sulla limitatezza umana, hanno creduto in quel colossale errore della cultura italiana che fu il fascismo. Lo stesso Vita-Finzi, seppur per pochissimo, si illuse, ma si disincantò ben presto, catapultato, vittima delle leggi razziali, a migliaia di chilometri di distanza, in Argentina.

Il teatrino a volte bizzarro, a tratti surreale, di questi personaggi che hanno sbandato o si sono per sempre smarriti in derive antiliberali ed antidemocratiche, inizia con Charles Péguy: un invasato, socialista, privo di umiltà, tanto che credeva di essere meglio di Dante, che dalla difesa di Dreyfus passa a definire il parlamentarismo elettorale una grave malattia e il suffragio universale l’avvilimento del genere umano. E cosa dire dell’ing. Zarathustra, quel George Sorel, tanto amato dai socialisti di casa nostra, ingegnere di ponti e strade, ora lo definiremmo un baby-pensionato, che anziché giocare a bocce, si picca, nel tempo libero, di occuparsi di politica e crea il mito dello sciopero generale come la soluzione a tutti i mali. Un’idea di paralisi organizzata che trae origine dal pessimismo verso il progresso e verso tutto ciò che è umano, perché, also sprach l’ing. Zarathustra, è troppo umano!

Per non parlare di Daniel Halévy che scrisse un’opera distopica, infinitamente più brutta e non paragonabile a quelle di George Orwell o Aldous Huxley, intitolata “Europa 2000”, dove la gente elimina la democrazia, strumento della dissoluzione liberale e si affida a uno Stato assoluto che inibisce ogni attività individuale e addirittura spaccia una specie di Viagra che dà piacere per 48 ore e poi fa tirare le cuoia. Questo libraccio strampalato, a parere di Vita-Finzi, finisce, invece, per affascinare molti; contiene spunti corporativisti, pre-fascisti e nazisti ante litteram laddove divide la società in razze forti e meno forti, e la prevaricazione diventa buona norma di convivenza: e tutto ciò partorito da un pensatore originariamente liberale. Un altro che fu liberale-conservatore, fustigatore delle istituzioni e dei costumi democratici, è Émile Faguet: per lui il demos vuol fare tutto ma non sa fare niente, il popolo è solo una massa di incompetenti. Faguet da repubblicano e liberale arriva a proporre di togliere al popolo il diritto di voto.

C’è poi Robert de Jouvenel, ovvero colui che si inventò la casta: per lui i parlamentari sono la rovina, è tutto un magna magna, sono tutti pappa e ciccia, non cambiano mai nulla, e la Camera è una grande camorra: posizioni sempreverdi… Lo stesso Giuseppe Prezzolini, che intercede per la pubblicazione del libro di Vita-Finzi, era molto attratto dalle idee di de Jouvenel, come scrive lo stesso Vita-Finzi, citandolo: “Il pressapochismo degli eletti, la loro incompetenza, fanno della democrazia italiana una democrazia debole, disarmata e inferiore alle idee forti del sindacalismo e del nazionalismo”.  Il liberalismo, dice Prezzolini, è una convinzione ottimistica della vita ma alla fine, come diceva Machiavelli, “gli uomini del bene si stuccano”.

Nella schiera dei precursori del fascismo Vita-Finzi inserisce anche alcuni artisti. Ardengo Soffici che scrive il “Lemmonio Boreo”, la storia una specie di squadrista che con i suoi sodali va in giro a fare “l’allegro” giustiziere, a menar le mani, distruggere, sfasciare a destra e a manca. Gabriele Nuncius, Gabriele D’Annunzio, il sommo vate, tanto grande come poeta quanto ridicolo super-omino che in un attimo passa dalle pregevolissime odi all’erotismo a quelle sgangherate all’eroismo. Filippo Tommaso Marinetti, che Vita-Finzi considera un vero e proprio fiasco come artista, le cui poesie sono pesanti come carovane, che scrive filastrocche balorde e che non ci ha dato artisticamente nulla di degno da preservare. Giudizio critico di quel Vita-Finzi che in Argentina fondò una rivista letteraria che pubblicava Ernesto Sabato e Jorge Luis Borges. Marinetti ci lasciò il “Programma politico futurista” che all’articolo 1 recita: “La parola Italia deve dominare sulla parola libertà”: e abbiamo detto tutto.

Poi ci sono i grandissimi di questo pantheon, l’economista, il giurista e il filosofo: Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Benedetto Croce, un viaggio da Palermo a Losanna, via Napoli, non privo di alcuni incidenti per la libertà e per la democrazia.

Pareto, indiscutibilmente grande economista, si lancia a fare il sociologo: Vita-Finzi descrive, forse un po’ troppo frettolosamente, il suo “Trattato di sociologia generale” come un testo che contribuì a spianare la strada all’affermazione del fascismo. Anche il fine giurista Mosca si concentra, come Pareto, sulle questioni dei meno e dei più, maggioranza e minoranza, ma più elegantemente, come solo un colto borghese siciliano dell’epoca poteva fare. Per Mosca contano maggiormente i meno dei più, perché quei meno sono l’élite, i bravi, gli intelligenti, i preparati, quelli che sanno e che possono. Mosca pensa che il dogma della sovranità popolare possa essere superato attraverso la formula politica e la classe politica, la sua è una critica del sistema certamente nuova e interessante. Mosca arriva a distinguere tra sistema democratico e sistema liberale: diciamo che si incarta un po’, secondo Vita-Finzi, visto che tutti i regimi liberali nella storia si sono convertiti in democrazie parlamentari. Resta il fatto che Mosca legittima, con le sue teorie, quel prevalere dei pochi sui molti in violazione, inevitabilmente, dei metodi democratici.

Al filosofo Croce, Vita-Finzi dedica ben tre capitoli. Ricorda il Croce che difese il diritto/dovere all’intolleranza, legge inesorabile di una sana vita morale e mentale. Cita il Croce che afferma: “gli spiriti vigorosi ammazzano e si fanno ammazzare”, così poco distante dal motto fascista “pronti ad uccidere, pronti a morire”. Rammenta la sua partecipazione a Londra a un convegno dal titolo “Freedom, it’s meaning” e ironizza sul fatto che dopo 20 pagine del suo intervento l’ascoltatore, sulla libertà, ne sa meno di prima; sorride al filosofo che cambia e ricambia posto, nella gerarchia dei valori, al buono e all’utile – 1, 2, 300 volte – per arrivare a un giudizio di benevola aspettativa verso il neonato movimento fascista. Finì anche per pensare che il fascismo potesse essere una delle tante forme di liberalismo perché in ogni regime politico, anche il più dispotico, diceva, c’è libertà: non comprese che il fascismo non si voleva limitare a essere una parte tra le parti, ma voleva essere il tutto. Croce fu precursore del fascismo, ma poi, come noto, cambiò decisamente rotta con la famosa protesta contro il manifesto degli intellettuali fascisti.

Perché leggere oggi Paolo Vita-Finzi e il suo “Le delusioni della libertà”? Sono tanti e validi i motivi letterari e storici che benissimo sia il curatore e autore dell’introduzione, Claudio Giunta, sia l’autore del saggio storico iniziale, Francesco Perfetti, hanno evidenziato. Scrive Giunta, che di Vita-Finzi si è occupato approfonditamente, “Chiedersi come certe opinioni, certi stati d’animo, transitando dalle scrivanie degli intellettuali alle coscienza delle persone comuni, producano certe azioni è un modo intelligente di fare storia delle idee”. Si provi per un momento a ricordare gli scritti di certi intellettuali italiani nei periodi antecedenti agli anni di piombo o alle inchieste giudiziarie degli anni Novanta: non ci furono “inconsapevoli precursori” della lotta armata come del giustizialismo forcaiolo e della pratica della gogna mediatica?

“Le delusioni della libertà” è un libro che va letto perché è una bussola orientata verso la libertà e ci aiuta a non smarrire la strada, come solo i grandi autori, come Paolo Vita-Finzi, sanno fare.

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