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Così deve cambiare la deterrenza Nato. Parla Kasčiūnas

Intervista esclusiva con il presidente della commissione Sicurezza nazionale e Difesa del parlamento di Vilnius: “Abbiamo bisogno di un segretario generale dall’Est, avevamo ragione sulla Russia. Ora serve una nuova deterrenza”. Terza via Ue tra Usa e Cina? “Non è necessaria, serve il legame transatlantico”. Un consiglio all’Italia sulla Via della Seta: “Non rinnovate”

Questa settimana Laurynas Kasčiūnas, presidente della commissione Sicurezza nazionale e Difesa del parlamento lituano, è stato a Roma per incontrare i suoi omologhi italiani e rilanciare la necessità di una strategia di “deterrence by denial” nei confronti della Russia. Si tratta di una delle due forme con cui la strategia della deterrenza può presentarsi: prevenire un’azione (un’aggressione) rafforzando le difese per chiarire all’avversario che non potrà raggiungere i suoi obiettivi sul campo di battaglia; l’altra è la “deterrence by punishment”, che consiste nella dissuasione tramite l’imposizione di costi.

Che cosa ha rappresentato l’invasione russa dell’Ucraina per la Lituania?

È stato un punto di svolta per l’Europa ma non per noi che sapevamo cosa poteva accadere. Lo dicevamo da 10, 15 anni. Dopo il 2014 parlavamo di armare e addestrare gli ucraini. Ci rispondevano che ciò avrebbe provocato un’aggressione. Ora i nostri amici nell’Europa occidentale, quelli che ci consideravano un Paese interessato a una sola questione definendoci russofobi, ci danno ragione.

Qual è la situazione della Lituania oggi alla luce della guerra e dall’alleanza Russia-Bielorussia?

Ci sentiamo un po’ prigionieri geopolitici. La regione di Kaliningrad è totalmente militarizzata. La Bielorussia, con cui condividiamo un confine di oltre 670 chilometri, è completamente integrata con la Russia. E poi c’è il corridoio di Suwałki con la Polonia. Come al summit di Madrid dell’anno scorso, a quello di luglio a Vilnius la Lituania insisterà sull’importanza di avere più truppe Nato nei Baltici per passare dalla deterrence by punishment alla deterrence by denial, e dunque di trasformare i gruppi tattici multinazionali da battaglione a brigata. Per noi è fondamentale. E per questo sono a Roma per parlare con i politici italiani. Inoltre, abbiamo proposto un dispiegamento a rotazione di sistemi di difesa aerea a lungo raggio nei Baltici e un vero piano di difesa della Nato per sostenere la Lituania, la Lettonia, l’Estonia, la Polonia o qualsiasi altro Paese, se necessario, il più velocemente possibile.

La Nato sta diventando un’alleanza politica di democrazie prima che un patto di difesa?

Era un’idea un decennio fa, ma i tempi non erano maturi visto che la Russia non veniva considerata una minaccia. Oggi che stiamo lavorando sulla difesa collettiva direi che la Nato sta tornando alle origini. Quando cerco di convincere che abbiamo bisogno di deterrenza, uso come esempio la Germania degli anni Sessanta-Settanta. Al confine con la Germania orientale, dal lato occidentale, c’erano circa 900.000 truppe: americani, tedeschi, francesi, britannici. Non dico che servono 900.000 truppe ora ma è un esempio che dimostra quanto sia importante la deterrenza.

Al centro dell’agenda del summit Nato di Vilnius ci sarà la spesa militare. La Lituania spende in Difesa il 2,52% del prodotto interno lordo, al di sopra dell’obiettivo comune del 2%. Nonostante non tutti i Paesi (tra cui l’Italia) abbiano mantenuto questo impegno, si sta lavorando per alzarlo?

In questa fase in Lituania sentiamo un po’ di pressione per alzare l’asticella. Credo che l’anno prossimo arriveremo al 3%. Per l’Europa è un momento cruciale, dobbiamo investire nella difesa per affrontare un avversario che può combattere una guerra per due, tre anni. Dobbiamo adattarci a una nuova realtà che richiede più munizioni e più scorte.

A Vilnius si cercherà anche di trovare un’intesa sul prossimo segretario generale della Nato. Crede sia il turno di una figura dell’Est Europa?

Sì, certo. Ne abbiamo bisogno, perché avevamo ragione. Conoscevamo il problema anche se non non tutti ci ascoltavano. Ora è tempo di qualcuno che comprenda questa sfida esistenziale per noi.

Il dibattito europeo in questi giorni ruota attorno alle parole pronunciate in Cina dal presidente francese Emmanuel Macron sull’autonomia strategica europea. Come le interpreta?

Voglio interpretare il discorso che da tempo propone Macron in modo molto diretto: investiamo in difesa e saremo più forti, la nostra voce sarà più forte e noi saremo più autonomi.

Ma è possibile una terza via tra Stati Uniti e Cina?

Semplicemente, non è necessaria. Dobbiamo mantenere un legame transatlantico, ma allo stesso tempo dobbiamo rafforzare il pilastro europeo. E anche gli americani ci invitano a farlo.

Parlando della Cina, la Lituania ha resistito alla coercizione economica di Pechino in risposta all’apertura di ufficio di rappresentanza di Taiwan a Vilnius. Come?

La Cina ha cercato di bloccarci colpendo il mercato e le aziende. Ma la Lituania ha resistito grazie al fatto che non aveva forti dipendenze e interdipendenze con la Cina. È un modello per i Paesi dell’Unione europea, anche i più piccoli, e dimostra l’importanza di non lasciare che la Cina domini asset strategici e infrastrutture tecnologiche.

Un consiglio al governo italiano che nei prossimi mesi è chiamato a decidere sul rinnovo del memorandum d’intesa con la Cina sulla Via della Seta firmato nel 2019?

Suggerirei di dire di no. Guardando al rapporto con la Cina, la Lituania chiede da tempo un impegno dell’Unione europea come unione politica compatta, come blocco commerciale compatto, per usare la nostra forza come fa la Cina nei nostri confronti. Questa è autonomia strategica.

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a esercitazioni cinesi attorno a Taiwan. L’Unione europea può restare a guardare?

Un attacco della Cina porterebbe alla più importante guerra dopo la Seconda guerra mondiale, con conseguenza per tutto il mondo. A differenza di quanto dichiarato da un presidente sarebbe anche un conflitto nostro. E per questo l’Unione europea deve impegnarsi affinché non accada anche facendo pressioni su Pechino.

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