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Come la Russia da cacciatrice è diventata preda e perché l’Europa deve svegliarsi

Di Le Chiffre

Un libro, “The Great Game”, racconta la lotta tra due superpotenze dell’Ottocento, Russia e Inghilterra, che si scontrarono ferocemente per il controllo del subcontinente indiano e delle sue incredibili ricchezze. Oggi, forse senza accorgercene, stiamo assistendo ad un nuovo Great Game e la preda, ironia duplice della storia, è proprio la Russia di Putin…

“The Great Game” è uno splendido libro che racconta la lotta tra due superpotenze dell’Ottocento, Russia e Inghilterra, che si scontrarono ferocemente per il controllo del subcontinente indiano e delle sue incredibili ricchezze. La Russia perse quel gioco e la sua storia nei decenni successivi subì un involuzione che poi la portò alla rivoluzione e alla fine del regno dei Romanov. L’Inghilterra, che la vinse, prosperò per un altro secolo abbondante.

Oggi, forse senza accorgercene, stiamo assistendo ad un nuovo Great Game e la preda, ironia duplice della storia, è proprio la Russia di Putin che rischia di essere il nuovo ed ultimo Tsar di “tutte le Russie”. A giocare questa partita sono principalmente i cinesi, mentre gli Usa e l’Europa sembrano concentrati nello sforzo, necessario e legittimo, di difesa del popolo ucraino e non ancora in grado di dibattere le conseguenze di quello che potrebbe rivelarsi uno dei più grandi sconvolgimenti geopolitici della storia. Ma andiamo con ordine.

Da cacciatore a preda

Il 23 febbraio 2022 la Russia era una temutissima potenza militare a livello globale. Aveva largamente approfittato delle timidezze americane in medio-oriente e delle crescente difficoltà europee a mantenere un ruolo attivo in Africa, per ritagliarsi importanti fette d’influenza. Aveva di fatto vinto la guerra in Siria per conto di Assad ed era vista come un formidabile e spietato esercito. Se tra le due sponde dell’Atlantico c’erano visioni (o speranze) molto diverse sull’effettiva volontà di Mosca d’intraprendere un azione militare in Ucraina, quasi tutti gli analisti ed osservatori internazionali, e dunque non solo europei ed americani, erano pronti a scommettere che massimo in un paio di settimane l’armata rossa avrebbe preso Kiev e fatto capitolare il Paese.

Certamente lo credevano le élites russe e lo stesso Putin, non soltanto male informate sullo stato di preparazione delle truppe Ucraine, ma soprattutto prede di una visione ideologica del ruolo della Russia come liberatrice delle popolazioni oppresse in Ucraina e delle divisioni dell’occidente che non hanno poi avuto alcun riscontro nella realtà. Ma se l’errore di giudizio politico sull’attrazione del brand Russia in Ucraina e sull’incapacità degli europei di prendere decisioni sono errori gravi, questi non sarebbero stati particolarmente drammatici se fossero stati bilanciati da una vittoria fulminea in Ucraina.

Un anno dopo, invece, non solo di questa vittoria militare non vi è una plausibile previsione, ma piuttosto si pensa ad una possibile controffensiva delle truppe ucraine che, pur con diverse limitazioni, arrivano pure a fare qualche tentativo d’incursione con i droni in territorio russo. Certamente la Russia resta una potenza nucleare tremenda e temibile, ma la minaccia nucleare incontra il limite della impossibilità, si presume e spera, della sua utilizzazione in chiave offensiva.

Il danno reputazionale per la Russia dopo oltre un anno di combattimenti è enorme. Ma soprattutto ridimensiona la sua forza a livello internazionale, portandola di fatto ad una categoria intermedia, molto più bassa rispetto a quella in cui ha militato fino ad oggi. La Russia rimane certo, come ricordato prima, una potenza nucleare ed ha un seggio permanente al Consigli di Sicurezza dell’Onu; è certamente legata a filo doppio ad alcuni paesi o fornisce armi e supporto (quanto efficaci e con quale durata si staranno chiedendo) ad altri regimi oppressivi, ma per dirla in termini finanziari, oggi inizia ad apparire come qualcosa che solo un anno fa pareva impensabile: vale a dire che la Russia oggi appare scalabile.

A poco più di un anno dall’inizio dell’invasione ucraina, la Russia si è trasformata da cacciatrice a possibile preda.

Il nuovo grande gioco

Facciamo un attimo chiarezza: essere scalabile non significa che la Russia possa essere oggetto di un invasione militare da parte di forze cinesi o della Nato. Significa che la battaglia geopolitica ed economica che si apre davanti a noi è legata alla fine dell’illusione che la Russia sia una grande potenza e possa farsi portatrice di una politica di potenza, con la conseguenza che la Russia dovrà diventare parte integrante della sfera d’influenza occidentale oppure cinese. Si riapre dunque largamente lo scenario che esisteva alla fine del crollo dell’Urss e che Putin era riuscito a cambiare, con la differenza però che la situazione internazionale oggi non è quella del decennio 1989-1999, avendo assistito nel frattempo al ritorno sulla scena della potenza cinese. Dove andrà a cadere allora la Russia?

Oggi appare evidente che la Cina parta con un discreto vantaggio, costruito da oltre un decennio di ottimi rapporti tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma quello che era nato come un rapporto paritario tra due autocrati che hanno un interesse comune a modificare un ordine internazionale che loro giudicano fondamentalmente legato agli interessi americani, e che vedeva spesso la Cina apparire volutamente in una posizione anche subordinata rispetto alla Russia (basti vedere la leadership che la Russia manteneva nelle questioni politiche in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu), oggi si è completamente invertito.

Complice la fermezza dei Paesi europei nel troncare le relazioni commerciali e soprattutto energetiche con la Russia e che, se convenienti per le imprese europee, erano fondamentali per il finanziamento della leadership russa, Putin si è trovato nella condizione di doversi rivolgere all’alleato cinese per la vendita delle risorse naturali russe e l’import di numerosi beni industriali e di consumo e, secondo alcuni sospetti, pure per alcune tecnologie militari avanzate. Putin è dunque diventato oggi il junior partner di Xi, in una partnership tra l’altro resa ancora più debole dal fatto che la trasformazione tecnologica in atto renderà le risorse energetiche russe (ma non quelle agricole e minerarie) meno rilevanti nell’arco di un decennio.

Questa collocazione delle Russia all’interno della sfera d’influenza cinese non è naturale ed è tendenzialmente antistorica. Russia e Cina hanno infatti un passato alquanto burrascoso e complicato che neppure nel periodo comunista si era veramente calmato. E oggi la Cina preme e penetra economicamente in un area geografica al confine con la Russia che dubito faccia passare troppe notti tranquille a buona parte della leadership russa. È una collocazione dunque che è strettamente legata alla persona di Putin e alla sua permanenza al potere. Più a lungo lui resta li, incagliato in una guerra che non riesce a vincere, più diventa debole e più è costretto a fare affidamento sul sostegno cinese.

Molti commentatori hanno sottolineato gli onori con cui Xi è stato ricevuto a Mosca nella sua recente visita, ma il fatto importante è che Xi sia andato a Mosca a trovare Putin. Xi ha tutto interesse a mantenere e sostenere Putin dov’è perché il suo peggiore incubo è un governo russo che voglia tagliare i ponti con Pechino e far diventare la Russia quello che la sua storia dovrebbe portarla ad essere: un Paese che è parte integrante dell’occidente.

Portare la Russia integralmente dalla parte occidentale, passa invece dalla cacciata di Putin dal potere. Appare infatti evidente che il rapporto tra i Paesi occidentali sia irrimediabilmente compromesso e la sua incriminazione da parte della Corte penale internazionale è la pietra tombale su ogni possibile rapporto con lui per i leader occidentali.

Ma già prima di questa incriminazione appariva evidente che gli Usa stavano puntando ad un logoramento del regime di Putin. Una volta che i soldati ucraini con il loro eroismo e la loro preparazione hanno dimostrato che una rapida vittoria russa era impossibile, si è aperto uno scenario nuovo che con il prolungarsi della guerra avrebbe fortemente indebolito la Russia e probabilmente risultato fatale per la sua leadership, visto che qualunque leadership nazionalista ed autocratica che perda una guerra non resta a lungo al potere. Arrivare a questo cambio significa anche togliere, possibilmente, un prezioso alleato ai cinesi e contenere la Cina è oggi più che mai l’imperativo strategico americano.

Come arrivare a quella sostituzione  e in che tempi resta un’incognita. L’amministrazione americana punta ad un logoramento del regime putiniano; strategia dettata da diverse condizioni. La principale è sicuramente quella dell’impossibilità di un regime change prodotto dall’esterno, oltretutto per i rischi di un eventuale escalation nucleare che non potrebbe a priori essere esclusa in quel caso. La seconda è che il prolungamento della guerra mette in difficoltà i cinesi nel loro tentativo di rafforzare i legami commerciali internazionali e dunque porta gli alleati europei ed asiatici sempre più in uno stretto rapporto con gli Usa. La terza è che molto probabilmente non hanno idea di chi potrebbe rimpiazzare Putin e in quale modo il passaggio di consegne potrebbe avvenire.

L’impossibile ma necessario dibattito europeo

Un giorno questa orribile guerra finirà, e qualunque sarà l’esito sul piano militare, la Russia avrà perso questa guerra. Speriamo che quel giorno arrivi il prima possibile, ma quel giorno la Russia non sparirà e resterà sempre il più grande ed ingombrante vicino dell’Europa. Pensare a quello che succederà in quel momento e a come evitare un ripetersi dell’esperienza Putin e a come evitare che la Russia finisca nelle braccia cinesi dovrebbe essere fondamentale per noi europei. E invece di questo dibattito non vi è traccia.

Non solo non vi è traccia, pare che sia quasi un argomento tabù e non credo che si possa fare affidamento sui nostri alleati americani per risolvere la questione.

Il fatto che sia un argomento tabù in Europa non sorprende. Questo dibattito presuppone non solo accettare che ad un certo punto bisognerà ricostruire un rapporto con la Russia, ma che questo rapporto, se la vogliamo definitivamente portare nel campo occidentale, deve essere positivo e non punitivo (anche se certamente non ingenuo). Osta a questo dibattito le paure dell’Europa dell’est nei confronti della Russia; paure che evidentemente si sono dimostrate ampiamente fondate, ma che nel lungo termine saranno self-defeating se renderanno impossibile un dialogo con una Russia che sia pronta a riformarsi o che noi vogliamo si riformi.

Io temo inoltre che la mancanza di questo dibattito sia anche un freno importante ad eventuali tentativi a Mosca di liberarsi di Putin. Chi infatti ha voglia di portare la Russia in una nuova direzione se questo comporta l’ostracismo occidentale: un qualunque leader che faccia questo rischia di avere vita breve in patria. Se devono cadere nelle braccia cinesi, tanto vale tenersi Putin.

Purtroppo temo che non potremo neppure fare affidamento sugli Usa, non solo perché sembrano aver perso negli ultimi decenni la capacità di vincere la pace, ma soprattutto perché mi pare che sia completamente mancata una visione strategica dei rapporti con la Russia, e questo anche quando Bush leggeva l’anima di Putin, che andasse oltre l’opportunità commerciale e il contenimento militare. Gli Usa però, a differenza di noi europei, hanno il lusso di condividere solo una piccola frontiera – marittima – con la Russia e molta meno storia.

Dobbiamo dunque iniziare questo dibattito oggi in Europa. Non sarà un dibattito facile anche perché esso richiede necessariamente la partecipazione di un paese oggi ferito e distrutto quale l’Ucraina e che vedrà nel futuro questa guerra come uno dei suoi momenti fondanti come nazione. Non sarà un dibattito facile perché richiederà definire un interesse comune in Europa, che è spesso compito improbo anche su argomenti più facili.

È però necessario e direi non rimandabile se vogliamo cercare di influenzare la Russia del futuro e i nostri alleati. Non dimentichiamoci che l’alternativa è una Russia nazionalista, fortemente revanchista, e che se perdiamo questo Great Game la Russia sarà subordinata alla Cina che persino in Europa siamo tutti d’accordo nel definire un rivale sistemico.

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