Luca Tedesco racconta in un volume di recente pubblica come l’ex presidente conoscesse approfonditamente il mondo anglosassone e non smise mai di proporne il modelli anglosassone in ambito politico-istituzionale ed economico-sociale. La recensione di Gemma Mantovani

È stato recentemente pubblicato nella collana “Ulteriori divergenze” delle edizioni dell’Università di Roma Tre, un libro intitolato “Luigi Einaudi anglofilo e la carta – Dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente” di Luca Tedesco. Lo scritto, indagando e analizzando i lavori in sede di commissione per la Costituzione, fa emergere quanto Luigi Einaudi conoscesse approfonditamente il mondo anglosassone e, nonostante la contrarietà della totalità dei costituenti, non smise mai di proporre, come possibile e auspicabile per la ricostruzione dell’Italia post-bellica, l’adozione di modelli anglosassoni in ambito sia politico-istituzionale, sia economico-sociale. Tra i temi trattati nei sei capitoli del lavoro di Tedesco vi sono la riforma del Senato, i rapporti tra i poteri dello Stato, le autonomie locali, l’educazione, il federalismo: il filo rosso che lega tutti questi temi è la tipica contrarietà di Einaudi, in via generale, a tutti i monopoli: “quel pericolo che conduce il mondo moderno all’ossificazione e alla decadenza economica”.

In ambito istituzionale, si oppose al tentativo di molti costituenti, a capo di tutti Costantino Mortati, di creare un Senato come rappresentanza di categorie produttive predefinite. Einaudi si opponeva alla cristallizzazione di categorie che avrebbero così monopolizzato la composizione dell’istituzione, impedendo l’ingresso agli outsider, alle nuove categorie, finendo così per essere una copia delle corporazioni di fascista memoria. Si opponeva anche al pericolo del monopolio sindacale, sempre in chiave anti-corporativa: secondo lui, in una società libera e aperta, sul modello inglese delle Unions, non si poteva porre limiti alla libertà di costituire corpi intermedi sindacali sia in rappresentanza dei lavoratori sia dei datori di lavoro. Solo da un contesto di libertà poteva scaturire la “Bellezza della lotta”, titolo di un suo famoso articolo, lotta dei lavoratori per rivendicare i loro diritti e ottenere migliori condizioni contrattuali e lotta della borghesia per il progresso, per più ricchezza e innovazione, affidandosi alla libera concorrenza e alla competizione, ripudiando definitivamente quel collettivismo bellico che aveva reso popolare l’idea dello Stato garante della felicità e della prosperità di tutti.

In ambito politico-istituzionale egli sostenne il modello del premierato all’inglese, un primo ministro dominus del governo contro quel regime parlamentare che, invece, venne adottato dai costituenti. Era favorevole ad un sistema elettorale uninominale, sempre di stampo anglosassone e contrario al sistema proporzionale, poiché il primo, sosteneva, permetteva la scelta tra due persone, una di cui fidarsi e l’altra no, mentre il secondo poneva la scelta tra generici programmi di partito che non erano altro che pura forma. Per Einaudi il vantaggio del sistema uninominale stava nel fatto che assegnava il potere di ago della bilancia agli elettori senza vincoli ideologici, ma autonomi e indipendenti, che decidono di volta in volta. La bandslide, la frana elettorale, diceva, non è un male, non sono gli elettori fedeli che devono contare, ma gli incerti, quelli che giudicano i risultati, il pendolo elettorale oscilla per merito delle persone indipendenti.

Il pensiero di Einaudi anglofilo, acuto e libero, era del tutto isolato, e pare esserlo ancora oggi, visto che al termine di ogni elezione tutti i politici, senza distinzione, non fanno altro che incolpare chi ha disertato le urne dei mali della nazione, oltre che dei loro. Perciò vinse la maggioranza che rappresentava i partiti di massa secondo i quali, gli si contestò con le parole di Giorgio Amendola, “non è la legge elettorale a dare stabilità” ma la “coscienza politica”, e ci chiediamo cosa sia, oltre “all’azione dei partiti”: sono sotto gli occhi di tutti le degenerazioni istituzionali, politiche, economiche e sociali cui ha portato proprio l’azione, anzi, l’iper-azione dei partiti, la partitocrazia, radicatasi nel terreno di quelle scelte costituzionali.

Se le riflessioni e le proposte anglofile di Einaudi, rispetto a quanto si stava scrivendo nella nuova costituzione italiana, non servirono a molto, ancor meno si fecero strada le letture critiche relativamente alle reali debolezze della nostra carta costituzionale, come appunto segnalate e stigmatizzate da Einaudi stesso oltre che sulle sue parziali inattuazioni.

Il lavoro di Tedesco circolerà, verosimilmente, tra i ricercatori in materie storico-sociali e umane, tra gli studenti, gli appassionati di Einaudi e qualche liberale curioso, ma gli si deve gratitudine  oltre che attenzione, anche solo per avere riportato e ricordato la strenua lotta di Einaudi in sede costituente contro il monopolio educativo ”dello Stato tiranno e totalitario”, contro la schiavitù della scuola, contro il  dettato dell’attuale articolo 33 comma 5 della Costituzione, vincolo alla piena libertà nell’offerta educativa che, invece, è stata possibile proprio nei Paesi anglosassoni che lo ispiravano, attraverso, per esempio, l’istituzione delle free schools e delle charters schools. Esperimenti che hanno rinnovato e potenziato il sistema scolastico anglosassone proprio grazie all’autonomia e alla libertà sia nella costituzione delle scuole sia nell’offerta dei loro programmi, con ottimi risultati, e migliorando, soprattutto, gli standard delle scuole dei quartieri e delle zone più depresse, favorendo gli studenti più svantaggiati.

Il monopolio della scuola di Stato, stampatrice di quei pezzi di carta che sono i diplomi, per Einaudi sarà sempre ostacolo alla libera formazione degli individui, alla crescita in base al merito, alla libertà di scelta; la Costituzione, così scritta, consacrerà un sistema che non favorirà l’ascesa sociale, perché il mero conseguimento del “pezzo di carta” non potrà mutare le condizioni di ricchezza o di povertà di partenza, che, per lo più, tali rimarranno.

Nell’articolo “Nuovo liberalismo” del 1946, Einaudi faceva della scuola, unitamente all’imposta, la leva per superare, diceva “la macchia della società odierna, vale a dire la diseguaglianza, innanzitutto dei punti di partenza, ma anche delle fortune esistenti: l’imposta sul reddito e successoria deve essere congegnata in maniera di incoraggiare la formazione dei nuovi e cresciuti redditi e da decimare i redditi antichi e costituiti, sicché ad ogni generazione i figli siano costretti a rifare in parte e i nipoti e di pronipoti a rifare ancora per la restante parte la fortuna avita, ove intendano serbarla intatta; sicché se non vogliono o non vi riescano siano costretti ad andare a fondo. La scuola, al limite, deve essere congegnata in modo tale che tutti i giovani meritevoli possano gratuitamente, senza il pagamento di tassa veruna, percorrere tutti gli ordini di scuola, dall’asilo infantile alle scuole di perfezionamento post-universitario, ed essere provveduti di vitto, alloggio, assistenza sanitaria, libri e altri strumenti di studio. Solo così sarà possibile abolire quella che è la macchia fondamentale dell’ordinamento sociale moderno; che non è tanto la diseguaglianza delle fortune esistenti, quanto la diseguaglianza nei punti di partenza. Quando al figlio del povero saranno offerte le stesse possibilità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno dall’imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova e la gente nuova sia tratta anche dalle fila degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.

Per capire le ragioni, la lungimiranza e l’attualità del pensiero di Einaudi basterebbe che qualche giornalista dai buoni ascolti, semplicemente rendesse note queste parole, riportate nel quinto capitolo del lavoro di Tedesco, senza bisogno di rinchiudersi in una tenda da campeggio o di incappucciarsi in stile rapper per apparire interessato ai giovani e al loro futuro. Si parla spesso oggi di italianità e di spirito nazionale: sono concetti che non possono non vivere attraverso il ricordo dei padri della patria come fu Einaudi, anglofilo per il bene dell’Italia.

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