Da Hiroshima il G7 manda un chiaro segnale alla Cina, mostrandosi compatto contro le pratiche coercitive. Ma anche all’Italia, con il governo Meloni chiamato a decidere sul memorandum. Gli esempi di Lituania e Australia raccontano che le minacce di Pechino possono perfino essere un boomerang

Al summit G7 di Hiroshima, in Giappone, i leader hanno ribadito l’importanza di rendere le economie dei loro Paesi resilienti e sicure, proteggendole da pratiche coercitive. “Lavoreremo insieme per garantire che i tentativi di strumentalizzare le dipendenze economiche, costringendo i membri del G7 e i nostri partner, comprese le piccole economie, a conformarsi e a sottostare, falliscano e subiscano conseguenze”, si legge in una dichiarazione congiunta su resilienza e sicurezza economiche. I leader hanno anche annunciato una Piattaforma di coordinamento sulla coercizione economica, “pensata per aumentare la nostra capacità di valutazione e di preparazione collettiva, la deterrenza e la risposta alla coercizione economica” e per promuovere “la cooperazione con i partner al di fuori del G7”.

Non sono mancate critiche. Difendere le economiche, da chi? Dalla Cina, è chiaro, anche se non c’è mai il riferimento esplicito. Ma secondo Dexter Tiff Roberts, nonresident senior fellow dell’Atlantic Council, il solo fatto che i membri del G7, tutti con relazioni commerciali importanti con la Cina, siano stati in grado di rilasciare una dichiarazione così forte “è un grande risultato”. Lo stesso esperto fa notare la dura reazione di Pechino come cartina di tornasole. Il ministro degli Esteri cinese ha puntato il dito contro gli Stati Uniti “il vero ricattatore” che “politicizza e arma le relazioni economiche e commerciali” tramite le sanzioni. Ha anche intimato al G7 di smettere di “randellare altri Paesi” e di “alimentare il confronto tra blocchi”. Bisognerà attendere i passi concreti, ma la dichiarazione è “un primo grande passo per affrontare di petto questa sfida sempre più urgente”, ha scritto il commentatore.

Per l’Italia è una buona notizia, visto l’avvicinarsi della scadenza per una decisione sul memorandum d’intesa sulla Via della Seta: il G7 ha dato una dimostrazione di unità senza precedenti, che può essere la risposta auspicata da Roma davanti alle richieste dei partner sui futuri rapporti con la Cina.

“È presto per dire” che cosa farà il governo, ha spiegato Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, a Hiroshima aggiungendo di non aver ricevuto “pressioni”. È una scelta “delicata che abbiamo tempo per fare, che riguarda diversi attori, come alcuni organismi in Parlamento, e che non posso fare da sola. Sapete quale era la mia idea, è rimasta la stessa”, ha aggiunto ricordando le sue critiche alla decisione con cui nel 2019 il governo gialloverde presieduto da Giuseppe Conte fece dell’Italia il primo (e ancora unico) Paese dei Sette ad aderire al programma infrastrutturale lanciato dal leader cinese Xi Jinping dieci anni fa. Per comunicare un passo indietro, infatti, c’è tempo fino a fine anno, altrimenti il memorandum si rinnoverà automaticamente a marzo per altri cinque anni.

Come raccontato nelle scorse settimane su queste pagine, sul rinnovo del memorandum si stanno definendo due correnti.

La prima predica prudenza, sostenendo che un passo indietro dalla Via della Seta potrebbe scatenare una dura reazione di Pechino come quelle avute, a suon di misure coercitive, nei confronti dell’Australia (proprio sulla Via della Seta) e della Lituania (su Taiwan). Il memorandum, sostengono i fautori di questa linea, sarebbe di fatto lettera morta visto che, come si legge nel documento sottoscritto nel 2019, esso “non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale”. Dunque, rinnovarlo sarebbe la scelta migliore in quanto meno rischiosa.

La seconda corrente definisce i paragoni con Lituania e Australia eccessivi, sottolineando che l’Italia è un Paese del G7 e che una simile risposta otterrebbe una durissima contro-reazione da parte del club. Inoltre, nei mesi scorsi Alan Beattie, commentatore del Financial Times, ha evidenziato come i casi di Australia e Lituania dimostrino che la ricerca di nuovi mercati di esportazione è una via molto più rapida rispetto alle controversie dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il caso australiano offre anche un’altra chiave di interpretazione: Pechino ha colpito vino e aragoste, prodotti utili più per suscitare clamore e conquistare i titoli dei giornali che per danneggiare le relazioni commerciali. Ma la Cina avrebbe lo stesso interesse a una simile pubblicità nel caso in cui l’Italia decidesse di uscire dalla Via della Seta? O forse preferirebbe non dare troppa visibilità a una sconfitta diplomatica come la “perdita” dell’unico Paese G7 coinvolto nel programma infrastrutturale su cui il leader ha scommesso molto?

L’aumento delle esportazioni era stato annunciato come uno degli benefici per l’Italia della firma del memorandum d’intesa con la Cina sulla Via della Seta nel marzo del 2019. Ma il rapporto commerciale non è mai decollato, come già raccontato su Formiche.net. L’export italiano in Cina è cresciuto ma senza l’accelerazione promessa: 13 miliardi nel 2019, 12,8 nel 2020, 15,7 nel 2021, 16,4 lo scorso anno. Ma sono aumentate incredibilmente le importazioni di merce cinese in Italia: dai 31,7 miliardi del 2019 ai 57,5 del 2022 (in particolare elettronica, abbigliamento, macchinari). Così rende la Cina il secondo maggiore fornitore dell’Italia ma lascia l’Italia a livello di partner commerciale secondario per la Cina: 22° cliente e 24° fornitore. Nell’ultimo anno le esportazioni italiane verso la Cina sono triplicate. Gli esperti non sanno spiegarne il motivo, ha raccontato Bloomberg. I dati positivi siano riconducibili al settore farmaceutico. In particolare al Paxlovid, compressa anti Covid fornita dall’impianto di Pfizer di Ascoli Piceno diventata ricercatissima in Cina dopo che il governo ha deciso di porre fine all’era dei lockdown ma senza aver eseguito un’adeguata campagna vaccinale.

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