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La fair contribution, utile a correggere (alcune) distorsioni. Scrive Basso (WindTre)

Di Roberto Basso

Nelle ultime settimane è tornato di grande attualità il tema dell’equo contributo, cioè la richiesta da parte delle telco che gli operatori che ne beneficiano, in particolare le piattaforme di grandi dimensioni, contribuiscano agli investimenti necessari alla realizzazione delle reti di nuova generazione. Il contributo al dibattito lanciato da Formiche.net di Roberto Basso, Director External Affairs and Sustainability, Wind Tre

Equo contributo o tassa su internet? Formiche apre il dibattito. Inizia Preta
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Il dibattito sulla contribuzione delle piattaforme digitali allo sviluppo di Internet si sta configurando come un conflitto tra schieramenti fieramente contrapposti. Ma se Internet è un bene pubblico allora serve confrontarsi sulla base di dati oggettivi con un atteggiamento costruttivo. Cominciamo dall’assunto di base: è vero che gli investimenti sono a rischio? Il fact-checking è presto fatto, su dati del Politecnico di Milano : dal 2019 le spese in conto capitale nel settore delle telecomunicazioni (escluse le licenze per lo spettro radio) sono diminuite dell’8% e nel 2022 sono tornate al livello del 2018. Nello stesso periodo i flussi di cassa sono passati da +3,1 a -3,8 miliardi di euro.

Houston (anzi: Roma e Bruxelles) abbiamo un problema.

I margini scendono al di sotto della sostenibilità dei necessari investimenti perché i ricavi sono in contrazione, a causa della discesa verticale del prezzo unitario (secondo una ricerca di mercato di sostariffe.it e segugio.it il prezzo di un gigabyte in Italia è sceso del 93% tra 2019 e 2022). Sembra paradossale che i ricavi calino mentre il traffico aumenta ma si tratta della conseguenza di un eccesso di concorrenza imposto artificiosamente dalle istituzioni pubbliche, nonostante la propensione del mercato a trovare un equilibrio sostenibile attraverso il consolidamento degli operatori.

Se vogliamo che famiglie e imprese dispongano di infrastrutture di alta qualità per accedere a Internet è necessario trovare una soluzione affinché i proprietari di queste infrastrutture continuino ad investire.

La domanda che ne consegue è un classico: chi paga?

La risposta ovvia sarebbe “l’utente finale”. Purtroppo però una recente ricerca del Censis ci dice che “l’88,7% degli italiani considera la connettività a Internet come un diritto dei cittadini al pari della tutela della salute o della previdenza” e che l’80,8% di conseguenza “è convinto che l’accesso a Internet dovrebbe essere gratuito”. Del resto, in presenza di prodotti omogenei e concorrenza abbondante, le tariffe sono sostanzialmente indipendenti dal traffico. Anche perché sostituire il proprio fornitore è estremamente facile (provate a cambiare conto corrente bancario e fate un confronto).

Una risposta alternativa alla domanda “chi paga?” potrebbe essere “lo Stato”: non a caso il 34,6% del campione intervistato dal Censis pensa che sarebbe una buona soluzione, dato che la connettività è considerata un bene pubblico. Ma ricorriamo ancora a qualche dato: l’intervento straordinario del Pnrr destina alle infrastrutture di telecomunicazioni 6,5 miliardi di euro nel quinquennio 2022-2026, cioè un settimo dei 43,6 miliardi che il settore privato ha investito nel quinquennio 2018-2022 (7 miliardi nel solo 2022). Insomma, il pubblico può dare una mano ma le risorse dei privati sono essenziali.

Escluse le prime due categorie, vediamo perché potrebbe avere un senso la partecipazione ai costi da parte di altri attori dell’ecosistema: Over-The-Top (Ott), Large Traffic Generators (Ltg) e Content and Application Providers (Cap) – come ritiene anche il 46,2% degli italiani intervistati dal Censis.

Un primo argomento contro la richiesta di un contributo a questa categoria è che le big tech effettuano già investimenti per lo sviluppo di Internet, con cavi sottomarini e terrestri e cloud. Benissimo. Ma si tratta di infrastrutture di cui dispongono per lo più privatamente, senza che vi gravino gli obblighi di accesso cui sono sottoposti tutti gli operatori, sia nel mobile che nel fisso, incumbent e alternativi, che concorrono a una “Internet pubblica”.

Un altro argomento contro la responsabilità di Ott/Ltg/Cap è che nella natura di Internet la piattaforma non “manda” i contenuti all’utente: è l’utente che li “chiama”. Un argomento intellettualmente rispettabile, e tuttavia capzioso perché consente ad alcuni attori di servire i propri clienti senza pagare per l’accesso e la capacità delle reti.

Ulteriore argomento contro la richiesta di un contributo equo agli investimenti è il principio della net neutrality. Tuttavia, il regolamento europeo prevede che “i fornitori di servizi di accesso a Internet […] sono liberi di offrire servizi […] ottimizzati per specifici contenuti, applicazioni o servizi o loro combinazioni, nei casi in cui l’ottimizzazione sia necessaria per soddisfare i requisiti relativi a contenuti, applicazioni o servizi per un livello specifico di qualità”. In altre parole, se una piattaforma vende film in 4K a tariffe superiori a quelle per la risoluzione standard, con un impatto sull’infrastruttura dell’operatore di telecomunicazioni, siamo sicuri che questi non possa pretendere di vedersi riconosciuto un corrispettivo specifico? Su questo tema i pareri non sono concordi e c’è chi sostiene – Maurizio Decina tra questi – che una fair contribution sia compatibile con il principio di net neutrality. E poi, diciamoci la verità: il principio della net neutrality doveva proteggere l’integrità della “Internet pubblica” e prevenire l’abuso di chi avesse conquistato posizioni dominanti. Va bene l’eterogenesi dei fini ma è paradossale che adesso lo stesso principio venga invocato dagli attori di un oligopolio globale per difendere le proprie posizioni di privilegio.

C’è poi una domanda retorica usata come arma per ammazzare il dibattito: come individuare tra gli Ott/Ltg/Cap coloro che sarebbero tenuti a contribuire agli investimenti? Si tratta di un falso problema: il prossimo 6 settembre la Commissione individuerà i gatekeepers che secondo la definizione del Digital Services Act saranno tenuti a una serie di obblighi. Il contributo equo potrebbe riguardare soggetti definiti in modo trasparente e obiettivo secondo schemi analoghi a quello già sperimentato dal Dsa.

L’obiezione conclusiva è che la pretesa di una fair contribution equivarrebbe all’imposizione di una tassa, la quale disincentiverebbe gli investimenti e in prospettiva ridurrebbe l’innovazione. Derubrichiamo questo argomento alla sua natura di spin, mossa di comunicazione priva di basi giuridiche. Per fare un confronto: nell’ecosistema bancario europeo, le banche sono obbligate a contribuire a un fondo di garanzia per i depositi dei clienti e questo contributo non ha natura fiscale.

In altri casi di intersezione tra piattaforme e settori economici adiacenti le soluzioni sono state trovate. Per le news, numerose giurisdizioni hanno introdotto il negoziato obbligatorio tra parti, con regole fissate dal legislatore e sotto l’arbitraggio dell’autorità di settore. La riflessione sulla qualità dell’informazione, sulle fake news, sulla facilità di manipolazione dell’opinione pubblica è cominciata forse troppo tardi. Sulle telecomunicazioni siamo ancora in tempo.

Serve un confronto leale, consapevole dell’impatto positivo delle piattaforme digitali sulle nostre vite, senza che questo ci renda ciechi agli effetti di lungo termine di un processo di accaparramento di valore che non si può attribuire soltanto alle innovazioni introdotte dalle piattaforme ma anche alla progressiva costituzione di posizioni dominanti che distorcono i rapporti competitivi e tra i settori. Sul fronte della razionalità dei mercati, le scelte tariffarie delle imprese di telecomunicazioni vengono giudicate non efficienti ma è necessario ricordare che la cornice definita dalle autorità pubbliche ne comprime di diversi gradi la libertà (in merito ad approvvigionamenti, organici, obblighi di accesso e di servizio). L’erosione dei margini delle telecomunicazioni è dovuta anche allo sfruttamento improprio degli investimenti delle imprese del settore ad opera di attori adiacenti nell’ecosistema digitale. La fair contribution non risolve tutti i problemi ma almeno pone rimedio a una distorsione oggettiva.

Le nuove regole introdotte con il Digital Markets Act e il Digital Services Act cominceranno a mostrare i loro effetti tra pochi mesi, all’inizio del 2024. Potrebbero costituire un nuovo terreno di sfida. Oppure un’opportunità per migliorare lo stato dei rapporti tra gli attori economici di questo ecosistema. Dato che l’utente finale non paga abbastanza da coprire i costi delle infrastrutture, sia perché non attribuisce il giusto valore alla connettività sia perché le autorità hanno disegnato il mercato in modo tale da ottenere proprio questo esito, forse Ott/Ltg/Cap dovrebbero cooperare con gli operatori di telecomunicazioni affinché utenti, policy makers e regolatori comprendano questa dinamica?

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