Si è tenuto lo scorso 8 giugno all’Auditorium Toniolo a Pisa l’evento “A dieci anni dalla beatificazione di Giuseppe Toniolo” con la presentazione del volume “Economia umana. La lezione e la profezia di Giuseppe Toniolo: una rilettura sistematica” (Vita e Pensiero 2021) di mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno

L’iniziativa della Fondazione Studi Tonioliani e della Fondazione Opera Giuseppe Toniolo, è pregevole almeno sotto due punti di vista. A circa dieci anni dalla beatificazione, prende spunto dal testo di mons. Sorrentino per riaffermare l’attualità dell’insegnamento di Giuseppe Toniolo nella Pisa dove insegnò e morì nel 1918 ed è riuscita a mettere insieme diverse voci del mondo cattolico, dall’Azione Cattolica all’Università Cattolica il cui legame con la biografia di Toniolo è ben conosciuto, dagli economisti Stefano Zamagni e Luigino Bruni ad una realtà come l’Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) che sebbene sia sorta nel 1947, molti decenni dopo la scomparsa dell’economista cattolico, ha una missione molto affine con quella che fu di Giuseppe Toniolo, proponendosi di trasferire i principi della dottrina sociale della Chiesa nella vita dell’impresa, intesa come “prima cellula dell’organismo economico”, qualcosa che oggi stanno facendo in modo nuovo anche le ragazze e i ragazzi che hanno risposto alla chiamata del Santo Padre ad Assisi con The Economy of Francesco, di cui fra l’altro mons. Sorrentino è il presidente del Comitato organizzatore.

Il libro di mons. Sorrentino ha un grande pregio: trattare sistematicamente il pensiero economico di Giuseppe Toniolo con un taglio divulgativo, più accessibile, che consente finalmente di far uscire il pensiero di questo autore così importante per il mondo cattolico dai circoli ristretti della conoscenza specialistica e di tipo storico.

Un testo il cui autore fra l’altro non è un economista, bensì un Vescovo che di Toniolo è stato il postulatore della causa di beatificazione, ma che è esso stesso la dimostrazione che, quando l’economia recupera il proprio rapporto con tutti gli aspetti del reale, come in Giuseppe Toniolo, l’economia diventa una materia meno distante e più comprensibile.

Il libro, che rimane fedele al pensiero originale di Toniolo grazie al puntuale riferimento ai suoi scritti, soprattutto al Trattato di Economia Sociale, non solo dimostra quanto la Dottrina sociale della Chiesa, anche quella più recente (dalla Caritas in veritate alla Laudato sii), ha mutuato da Toniolo, ma grazie ad un commento aggiornato ne mostra tutta l’attualità per il nostro tempo.

Se da un lato Toniolo vede i pericoli della separazione fra etica ed economia, saggezza umanistica e sapere scientifico, e si sforza di recuperare e preservare la dimensione umana dell’economia e dell’impresa come realtà che riguardano l’attività dell’uomo, il quale aveva, ha e avrà sempre bisogni non solo materiali, ma anche morali e spirituali, oggi vediamo nel mondo tutte le conseguenze disastrose di aver isolato e contrapposto lavoro e famiglia, sviluppo industriale e cura dell’ambiente, generazione della ricchezza e centralità della persona, facendo dell’economia “un sistema di formule fredde” (cit. Giuseppe Toniolo).

Le recenti crisi hanno mostrato una economia che, priva di una “antropologia adeguata” per dirla con San Giovanni Paolo II, vittima di una riduzione che ha messo l’uomo tra parentesi, non risponde più ai bisogni umani, ma anzi finisce per ritorcersi contro l’umanità. Non esiste l’homo oeconomicus dei manuali ma l’uomo integrale, che al contempo, è vero, persegue l’utilità propria ma che è anche capace, a partire dall’esperienza elementare della famiglia, di solidarietà e di trascendenza.

Il Santo Padre Francesco, nella lettera enciclica Laudato Sii (n.141) parla della: “Necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante. Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente. C’è una interazione tra gli ecosistemi e tra i diversi mondi di riferimento sociale, e così si dimostra ancora una volta che «il tutto è superiore alla parte”.

E proprio in quest’ottica Toniolo è attuale. Nel Trattato di Economia Sociale scriverà: “noi amiamo di contemplare nella sua unità reale (…) ciò che ad altri piace analizzare separatamente.” E prima ancora del Trattato, ricorda Mons. Sorrentino, Toniolo esordirà a Padova parlando “dell’elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche”.

Partendo da questa visione che il libro di mons. Sorrentino descrive sin dalle prime pagine, è facile quindi recuperare la veduta di Toniolo sul mondo dell’impresa, che ci riporta alla missione particolare a cui come imprenditori e dirigenti d’azienda cristiani siamo chiamati anche oggi.

C’è una espressione molto cara a Fabio Storchi, che è quella di “umanesimo industriale” che non solo richiama la visione alta e illuminata dei nostri padri e dei nostri nonni, quei capitani d’industria che sapevano molto prima che venisse teorizzato, quanto fosse importante che l’impresa contribuisse fattivamente – senza aspettare lo Stato – allo sviluppo sociale e civile del territorio in cui essa opera, offrendo condizioni di vita più umane a lavoratori e lavoratrici, condividendo la ricchezza generata. Pena il fallimento dell’impresa.

Umanesimo industriale significa anche riconoscere, contrariamente ai modelli di pseudo imprenditori immersi nella dissipazione e sfrenatezza proposti da un certo mainstream, che alla base dell’impresa “di successo” come diremmo oggi vi sono quasi sempre qualità umane e virtù morali non estemporanee né strumentali, ma realmente e costantemente vissute e tramandate di padre in figlio, la cui perdita segna solitamente l’inizio del declino dell’azienda. Lo conferma molta casistica dei cosiddetti passaggi generazionali.

“Può ben dubitarsi – scrive Toniolo – che il progresso della produzione materiale, dietro la guida della scienza positiva e utilitaria all’infuori delle ragioni del dovere e di alte finalità sociali, si mantenga continuato e regolare, anzi che quel progresso stesso possa generarsi vigoroso”.

Toniolo sottolinea, e mons. Sorrentino lo ricorda nel libro, il legame tra lo spirito dell’impresa e quello della famiglia, luogo dove la persona umana apprende i valori e sperimenta la solidarietà, che portava Toniolo a vedere nell’indebolimento della famiglia la ragione principale – prima ancora del mutare delle condizioni tecniche ed economiche della produzione – della scomparsa di molte imprese.

Da qui la centralità attribuita da Toniolo alla formazione e all’educazione della classe imprenditoriale, tanto maggiore quanto più il progresso scientifico materiale e la mole delle industrie andavano crescendo, generando una influenza e un potere sulla società mai visti in passato. Arriverà a parlare degli imprenditori come di “ministri della civiltà o della decadenza di un popolo”.

“Qualora per colpa propria – leggiamo nel libro – il capo mestiere sia costretto a chiudere la sua piccola bottega ed officina, il danno sociale è pressoché inavvertito; ma se per imprudenti o scandalose speculazioni fallisce uno stabilimento industriale che conta ingenti capitali di azionisti, migliaia di operai quel fallimento non diviene un disastro pubblico, forse convertendosi in una crisi economica nazionale?”.

E ancora: “Le cognizioni tecniche hanno soltanto la qualità di un mezzo che accresce la potenza del bene o del male a seconda dell’uso che se ne fa”.

Infine: “Accresciuta la ricchezza ma sminuito nella generalità il valore dell’uomo, non è fallito lo scopo ultimo del progresso materiale? Ogni avanzamento materiale cela il germe della propria distruzione, se non accompagnato ad un progresso più che proporzionale della morale dei popoli è questo l’immane pericolo che sovraincombe alla meravigliosa produzione moderna”.

Di estrema attualità poi le considerazioni di Toniolo sullo sviluppo tecnologico e la valutazione positiva della capacità degli imprenditori, con i propri talenti, di generare nuova ricchezza, qualcosa da lodare e non temere.

Come ha ricordato Luigino Bruni, autore recentemente di un altro testo pregevole, “Capitalismo meridiano. Alle radici dello spirito mercantile tra religione e profitto” (Il Mulino 2022), in nessuna delle sue parti la Costituzione italiana menziona l’imprenditore e l’impresa, parlando generalmente di attività economica. Una mancanza non più giustificabile.

Molto correttamente il libro di Mons. Sorrentino parla della lezione e della profezia di Giuseppe Toniolo, perché in Toniolo troviamo le tracce di molte sfide odierne. E la soluzione di Toniolo non è ideologica o scientifica, ma umanistica: occorre recuperare quel patrimonio di saggezza che affonda le radici nell’umano, liberandosi dalla pretesa di autosufficienza del modello oggi dominante. Riannodare i fili slegati dall’economia “pura”: The Economy of Francesco parla già di “capitale spirituale” e della rilevanza della vita interiore per l’impresa e il mondo del lavoro.

La riscoperta di Toniolo, non a caso beatificato solo una decina d’anni fa, anche in quest’ottica può essere davvero una delle chiavi per affrontare il nostro tempo e ridare vitalità al laicato, che troppo spesso forse appare anch’esso in balia di quelli che Benedetto XVI chiamava “venti di dottrina, mode del pensiero”.

Serve una nuova fioritura di personalità laiche che testimonino il Cristianesimo integralmente vissuto nella cultura, nella politica e anche nell’economia. Il cristiano che vuole incidere nella società, diceva Toniolo, deve possedere visione e competenza. L’una senza l’altra ci porta agli opposti errori dell’utopia e della tecnocrazia, vicoli ciechi.

Prezioso quindi si rivela il libro di mons. Sorrentino, anzi indispensabile, così come iniziative come la sua presentazione in cui il mondo cattolico si ritrova unito. Alle scorse Settimane Sociali, a Taranto, ci volle l’intervento di Stefano Zamagni perché Toniolo fosse addirittura nominato. Lui che delle Settimane Sociali fu l’iniziatore. Non smarriamo questi riferimenti perché ci aiutano davvero a guardare più in là, al futuro che dobbiamo iniziare a “mettere a terra” oggi.

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