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Cosa ha spinto Abu Dhabi verso Lazard

Ecco quali sono il contesto e le ragioni che hanno portato gli emiri a tentare l’acquisizione di una delle più prestigiose banche d’affari degli Stati Uniti

Contrariamente a un’opinione diffusa che le considera inevitabilmente relegate in un ruolo più o meno subalterno all’interno dell’ambiente domestico, le donne nei Paesi del Golfo svolgono, a livello di leadership, una funzione decisiva di equilibrio nella distribuzione del potere nell’ambito di famiglie che crescono esponenzialmente di dimensioni col succedersi delle generazioni e dalla cui tenuta e unità dipende l’integrità dello Stato.

È così a Doha, dove Moza bint Nasser, seconda moglie dell’Emiro Padre Hamad e figlia di quel Nasser bin Abdullah Al-Missned fiero oppositore del padre di Hamad deposto dallo stesso Hamad nel 1995, ha orchestrato l’ascesa al trono del giovane figlio Tamim nel 2013, allora trentatreenne e quindi destinato a regnare a lungo sulla Penisola.

Allo stesso modo, l’incoronazione nel 2015 di Salman, figlio del fondatore del Regno Saudita Abd Al-Aziz, segna il ripristino, nella successione del patriarca, della progenie della moglie di quest’ultimo Hassa bint Hamad al-Sudayri, che ha dato il nome all’omonimo clan.

Con la medesima lente vanno osservate le vicende successorie che si stanno dipanando in questi mesi negli Emirati Arabi Uniti e in particolare ad Abu Dhabi, dove il nuovo ruler Mohammed bin Zayed Al Nahyan proprio quest’anno ha scelto come principe ereditario il suo primo figlio Khaled, precludendo quindi ogni possibilità di successione ai cosiddetti ‘Bani Fatima’, ossia ai propri fratelli figli come lui di Fatima, terza moglie del fondatore Zayed Al Nahyan.

L’accumulazione di livelli successivi di potere da parte del fratello Tahnoon – nel contempo Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Eau, presidente del fondo sovrano Abu Dhabi Investment Authority, delle conglomerate Adq e Ihc nonché della First Abu Dhabi Bank – si spiega perciò non soltanto con le indubbie capacità personali dello stesso e con la consapevolezza di dover presidiare in primis le questioni securitarie, ma anche con la necessità di fornire un’adeguata compensazione al fatto che né lui né i suoi successori saranno destinati al trono di Abu Dhabi.

Il tentativo della Adq di Tahnoon di acquisire la banca Lazard, ampiamente commentata a livello di stampa internazionale, va letta in questo contesto. Si tratta infatti di un unicum nella strategia di esportazione dei capitali da parte dei Paesi del Golfo, che finora non erano andati oltre l’acquisto di quote di minoranza in istituti europei blasonati ma entrati in difficoltà per ragioni anche sistemiche (Barclays, Deutsche Bank, Credit Suisse) oppure di maggioranza in private banks dimensionalmente rilevanti nell’ambito territoriale di riferimento – si pensi a Banque Internationale à Luxembourg o a Kredietbank Luxembourg, ora Quintet – ma sottodimensionate in termini di masse rispetto alle concorrenti globali.

Il fattore principale non è soltanto la disponibilità di cassa derivante dai prezzi elevati delle materie prime, già presente in altri periodi storici e comunque sempre meno incline ad essere impiegata nel momento in cui si genera e sempre più destinata ad essere risparmiata “per quando piove”, quanto piuttosto l’esigenza di segnare un cambio di passo nell’esercizio del soft power economico-finanziario anche in ragione delle vicende dinastiche cui si accennava.

Ma c’è di più. Materialmente impossibilitati a espandersi e ad allontanare la prima linea di difesa in un contesto regionale dagli equilibri quanto mai instabili e precari, con le rispettive capitali pericolosamente prive di protezione ed esposte alle minacce dei vicini/rivali, gli Stati del Golfo tradizionalmente vicini all’Occidente si trovano ora anche a vivere in una sorta di caos calmo derivante dalla percezione che il loro tradizionale security provider, ossia gli Stati Uniti, molto probabilmente non correrà in loro soccorso qualora tali minacce esistenziali dovessero materializzarsi di qui in avanti.

Sono forse, quindi, anche queste le ragioni che hanno spinto Tahnoon a tentare l’impresa di acquisire un nome iconico della finanza internazionale, peraltro protagonista attivo delle vicende geopolitiche che hanno segnato la storia dei rapporti endo-atlantici sin dal Secondo dopoguerra, compreso in Italia, e tuttora crocevia delle grandi operazioni finanziarie di natura strategica. E sono forse anche le stesse ragioni per cui l’intento è rimasto frustrato.

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