Dal punto di vista antropologico Berlusconi si rappresentò come le sue tv, la sublimazione dell’italiano medio che ha fatto fortuna, un self made man meneghino che ha in famiglia anche qualche lontano parente immigrato dal sud a Milano (e perciò tendenzialmente leghista). Il ricordo, anche con un aneddoto molto personale, di Pino Pisicchio

In casi come questi, in cui lo squadernamento dei coccodrilli odierni esprime un’attenzione predisposta da tempo e conservata nel cassetto con ragnatele attorno, il consiglio per chi scrive del personaggio a tutto tondo già incardinato nella “hall of fame” di politica, sport, impresa, e mitologie della comunicazione italiana, è quello di girare alla larga dalla pretesa biografica. Anche perché per Berlusconi ci vorrebbe un’intera monografia.

La nostra pretesa è assai minore e si limiterà a qualche evidenza e a qualche suggestione d’impatto diretto. La prima evidenza è legata ad una domanda: sarebbe mai nato il Berlusconi “politico” senza il decisivo “aiuto” del Pds ( il nome nuovo del Pci al tempo dei referendum di Segni) alla svolta maggioritaria del sistema elettorale che spazzò via la Dc e i suoi alleati? Per capirci: nella tornata elettorale del 1994 che salutò il trionfo di Berlusconi, la lista di Centro (Popolari più Segni), erede della Dc, raccolse quasi il 16% alla Camera ( al Senato un punto in più) ma col nuovo sistema conquistò solo 33 seggi (pari a poco più del 5%).

Con il sistema proporzionale ne avrebbe conquistati più di cento. Un’ottantina di seggi in più, a danno della nuova destra del tycoon, a quel punto priva di maggioranza autonoma: sarebbe cambiata la storia degli ultimi trent’anni. All’epoca la “gloriosa macchina da guerra” di Occhetto pensò di fare un sol boccone delle spoglie democristiane e dintorni siglando un patto con “quelli che contavano” nella finanza, nell’industria, nei media, in vista del nuovo governo a trazione sinistrorsa.

Spuntò l’outsider Berlusconi e vinse. Chapeau a Berlusconi, certo, ma forse altra possibilità non aveva se non quella di giocare con le sue carte. La politica della prima Repubblica, salvo quella schietta e decisionista di Craxi, che ormai non c’era più, non la capiva. Piuttosto che imparare le regole imposte da politici declinanti, intuì che quella vecchia roba si stava spegnendo e impose le sue regole di uomo della comunicazione. Il marketing commerciale, da lui praticato per istinto e scienza, diventò il marketing politico mediatizzato attraverso la TV. La legge elettorale, che richiedeva una faccia, non un’idea, un capo, non una pluralità di candidati, messaggi brucianti come una clip di Mulino Bianco, non paginate di programmi, quella legge non l’aveva fatta lui, ma sembrava ritagliarsi su misura sui suoi blazer e doppiopetto blu notte.

Poi, non c’è che dire, gli altri gli corsero dietro, a cominciare da Veltroni, teorizzatore del partito americano, partito leggero come l’aria e tutto comunicazione. Ma, vivaddio, signori: mettersi in gara col Berlusca per vendere brand è una cosa letteralmente stupida. E Berlusconi stupido non lo è mai stato. Si sarebbe sempre lamentato degli inciampi creati dai “poteri forti” alla sua attività di governo. Di certo, però, raffinò i suoi strumenti nella gestione della politica della seconda Repubblica, riuscì persino a mettere in equilibrio interessi nazionali con inclinazioni che potevano anche incrociare il multiverso oceano delle sue attività aziendali, ma sui dossier di politica estera, fino al 2011, seppe mantenere la barra nel solco della spesso evocata linea Mattei, praticata da Moro, Andreotti, Craxi ( apertura all’Africa, lealtà Nato, ma anche dialogo con la Russia). Quanto al conflitto d’interessi la verità è che i governi del centro-sinistra non seppero mai metterci una pezza dignitosa e, paradosso dei paradossi, la legge vigente ( non particolarmente commendevole) l’ha fatta Frattini, ministro di un suo governo.

Dal punto di vista antropologico Berlusconi si rappresentò come le sue tv, la sublimazione dell’italiano medio che ha fatto fortuna, un self made man meneghino che ha in famiglia anche qualche lontano parente immigrato dal sud a Milano (e perciò tendenzialmente leghista), capace di distribuire buon senso, sogni, borbottando contro le tasse e apprezzando le fanciulle procaci tipo drive in. Difficile per un immenso generone di piccolo borghesi orfani della dc, non rispecchiarsi in lui, non avere la tentazione di votarlo ascoltando le sue parole d’ordine semplici e dirette nelle tv gonfie di pubblicità ma anche di film a gratis. E poi aveva empatia. Difficile trovarlo antipatico e supponente: si faceva Zelig per ognuno dei suoi ospiti.

Agli albori, prima della sua discesa in campo, volle incontrare un giovane parlamentare stranamente già in un governo di tarda prima repubblica a trentasette anni. Spiegò con pazienza le ragioni della necessità di un suo coinvolgimento in politica a quel giovane sottosegretario che cercava di dissuaderlo a fare il suo partito, chiedendogli di aprire un colloquio con Martinazzoli, il segretario del Ppi. Con qualche riluttanza accettò. Ci fu l’incontro ma non portò a nessun esito: troppo diversi i due. Berlusconi disse al giovane politico che ormai non c’era più tempo e i sondaggi erano chiari: il Ppi avrebbe perso e lui avrebbe vinto. Quel giovane gli disse che ne era assolutamente convinto ma avrebbe fatto la battaglia con le bandiere di sempre. Il padrone di casa fu gentile nell’accompagnarlo all’uscita personalmente dicendo al giovane politico: “La farò chiamare nei miei talk show”. Il giovane rispose grazie no, voglio fare una campagna elettorale tra la gente. Quel giovane ero io.

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