“Finché si rispettano le leggi e i regolamenti, non c’è da preoccuparsi” ha detto la diplomazia di Pechino. Ma la stretta che entra in vigore oggi è un altro tassello nel progetto di Xi di rendere il Partito comunista l’unico narratore autorizzato del Paese. Timori per imprese, giornalisti e ricercatori

“Finché si rispettano le leggi e i regolamenti, non c’è da preoccuparsi”. Con questa risposta durante uno dei consueti punti stampa del ministero degli Esteri cinese, la portavoce Mao Ning forse voleva rassicurare ma alla fine non ha fatto che spaventare ancor di più. O forse era quello il suo obiettivo. La diplomatica ha commentato l’entrata in vigore, oggi, in Cina della rinnovata legge anti-spionaggio. “Non è necessario associare la legge anti-spionaggio alle attività giornalistiche dei giornalisti stranieri”, ha spiegato. Non è necessario, ma è possibile.

Ma i giornalisti non sono gli unici a temere la nuova stretta anticipati da alcuni raid e arresti in aziende straniere in Cina. Ci sono anche aziende e ricercatori. Tanto che il National Counterintelligence and Security Center degli Stati Uniti ha diffuso ieri un bollettino di due pagine per mettere in guardia davanti a “potenziali rischi alle imprese statunitensi e ai cittadini statunitensi”.

Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, la revisione mira a rafforzare la sicurezza nazionale cinese, come previsto dalla legge originale adottata nel 2014, ampliando la portata degli obiettivi di spionaggio a “tutti i documenti, i dati, i materiali e gli articoli” e consente alle forze dell’ordine di ispezionare i bagagli, i dispositivi elettronici e le proprietà di un sospetto. La legge aggiunge come violazione il “cercare di allinearsi con un’organizzazione di spionaggio” senza spiegare dare una definizione formale e pubblica per “organizzazione di spionaggio”. Tanto che si potrebbe intendere quasi ogni organizzazione ritenuta ostile alla Cina.

Le aziende temono in particolare le maglie larghe e i criteri vaghi per l’identificazione degli individui che svolgono attività di spionaggio. “Che cosa dovremmo rispettare?”, ha chiesto Jens Eskelund, presidente della Camera di commercio dell’Unione europea in Cina, in un’intervista a Nikkei Asia. “Che cosa costituisce un segreto di Stato? Che tipo di informazioni non dovremmo avere?”. “Le aziende dell’AmCham vogliono seguire le leggi”, ha dichiarato Michael Hart, presidente della Camera di commercio americana in Cina. “Ma se la normale attività commerciale viene riclassificata, è qui che ci si preoccupa”, ha aggiunto. Ciò “potrebbe comportare un maggior grado di incertezza per le imprese”, ha scritto lo studio legale internazionale Morgan Lewis in una relazione pubblicata a maggio. Senza dimenticare che le imprese sono già soggette a leggi simili, come la legge sulla sicurezza dei dati e la legge sulla sicurezza nazionale.

Da oggi per spionaggio in Cina si intenderà non solo come l’acquisizione di segreti di Stato ma anche di qualsiasi altro documento relativo alla “sicurezza nazionale”, concetto notevolmente ampliato sotto il presidente Xi Jinping, che nel 2013 aveva indicato la via nel “raccontare bene la storia della Cina” rendendo il Partito comunista l’unico a poter raccontare il Paese ad ascoltatori passivi. “Ciò significa che praticamente qualsiasi cosa – dalla ricerca universitaria ai rapporti commerciali tra multinazionali o persino alle chat sui social media – potrebbe potenzialmente rientrare nel suo campo di applicazione e comportare gravi ripercussioni”, hanno scritto gli analisti del Merics sottolineando che i reati di spionaggio possono essere puniti fino all’ergastolo. Basti pensare che nel 2022 il Consiglio di Stato, il massimo organo statale cinese, ha reso pubblici circa il 21,5% in meno di documenti politici rispetto al picco del 2015 e che anche i database non governativi stanno chiudendo l’accesso agli utenti stranieri (come le famose banche dati aziendali Qichacha e Tianyancha). Non si tratta di un punto di svolta, continuano gli esperti, ma è “piuttosto un altro mattoncino nel muro”. Gli emendamenti, infatti, “non aggiungono nuovi poteri legali, ma chiariscono che i recenti sviluppi sono destinati a rimanere”.

Secondo gli analisti del Merics è “improbabile” che Pechino applichi un’interpretazione integralista di ciò che costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale o che chiuda del tutto Internet all’accesso dall’estero. La ragione è chiara: “ciò danneggerebbe la reputazione della Cina come superpotenza responsabile, un concetto su cui ha lavorato duramente”. Tuttavia, la vasta portata della legge avrà “probabilmente un effetto deterrente”. 

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