“In Italia teoricamente tutto in un porto può essere privatizzato, salvo le funzioni essenziali che spettano allo Stato come dogane, polizia e sicurezza della navigazione”, spiega il professore emerito di Diritto dell’Unione europea all’Università di Genova

Per Giorgia Meloni, presidente del consiglio, il tema privatizzazione dei porti “non è all’ordine del giorno e non credo sia un tema da campagna elettorale”. In un’intervista al Sole 24 Ore ha provato a chiudere le polemiche scatenate da una dichiarazione del suo vice, Antonio Tajani, che è anche ministro degli Esteri, e che al meeting di Rimini si è detto a favore di un piano generale di privatizzazioni in cui includere anche i porti.

Ne parliamo con Sergio Maria Carbone, avvocato e professore emerito di Diritto dell’Unione europea all’Università di Genova.

Che cosa può essere privatizzato di un porto italiano?

In Italia teoricamente tutto in un porto può essere privatizzato, salvo le funzioni essenziali che spettano allo Stato come dogane, polizia e sicurezza della navigazione oltreché regime giuridico delle acque portuali e dei sistemi informatici. Si pensi, inoltre, più in generale, ai servizi relativi alla sicurezza, che comportano un’esigenza di controllo e direzione in merito alle modalità di esecuzione dei traffici marittimi o l’erogazione di determinati servizi in particolare se destinati a terzi utenti e non solo ad operatori portuali. In questi casi lo Stato non può non essere presente. Poi c’è il problema del demanio, cioè della titolarità di diritto reale sul bene porto.

I porti, infatti, appartengono al demanio marittimo, dunque sono inalienabili.

A mio avviso, il tema è chiaramente definito nel nostro ordinamento ed è difficile immaginare un passaggio indietro. Mi sembra che tutte le forze politiche, salvo alcune sporadiche eccezioni a carattere individuale, convengano sulla necessità di mantenere pubblico spazio ed opere portuali con caratteristiche proprie del demanio insieme a tutto ciò che ha a che fare con l’infrastruttura portuale.

Spesso viene evocato il modello nordeuropeo per l’Italia.

Ci sono diversi modelli nordeuropei. Quello inglese è certamente il più liberista di tutti. Ma ci sono porti e porti. E non è detto che tutti abbiano lo stesso regime. Per esempio quelli che fanno da porte al sistema delle reti europee hanno caratteristiche che devono garantire determinate prestazioni e possibilità di accesso. Il tutto con coinvolgimento e responsabilità da parte dello Stato. Anche i cosiddetti “porti privati” nel modello inglese hanno importanti caratterizzazioni pubblicistiche in merito alla direzione e controllo delle attività che vi si svolgono.

Si aspetta un intervento europeo sulla materia?

L’intervento europeo su questo tema non dovrebbe esserci visto che la proprietà è questione che il Trattato dell’Unione europea lascia alla libera determinazione dei singoli Stati. Al contrario, il diritto europeo può intervenire sulle libertà di accesso e delle prestazioni dei sevizi. Per questo, mi aspetto che l’intervento europeo ci sia ma riguarderà le attività che gravitano attorno ai porti.

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