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Perché è indispensabile una nuova politica europea per l’Africa. Parla Fassino

Di Roberto Pagano

“È necessaria una nuova visione da parte occidentale: per molto tempo si è guardato all’Africa come a due entità distinte, con il Nord Africa che si affaccia sul Mediterraneo, distinto dall’Africa equatoriale e meridionale. È un approccio ormai superato”, spiega Piero Fassino. La conversazione con Formiche.net

L’Europa, anche in vista delle europee 2024, deve mettere al centro “il tema Africa” e “costruire una strategia, una politica di visione”. Non solo la questione emigrazione, ma “un grande progetto dell’Ue di medio e lungo periodo per lo sviluppo e la crescita socio-economica, convenuto e co-progettato insieme all’Unione africana”. Così in una conversazione-intervista con Formiche.net il già ministro e presidente della Commissione Esteri della Camera (Pd) nella scorsa Legislatura, Piero Fassino.

Anche per dare “risposte a un continente immenso e ad una popolazione gigantesca” con “un Sahel funestato dai golpe militari” e sentimenti anti occidentali, per l’ex segretario diessino, l’Europa e l’area euro-atlantica devono poi “lavorare per ricostruire un sistema di governance multilaterale”, perché “una condizione di anarchia internazionale favorisce le spinte autonome di ogni Paese e la somma di queste non assicura stabilità e sicurezza”.

In Africa occidentale negli ultimi anni si sono susseguiti una serie di colpi di Stato. Non una novità per quel Continente. I più preoccupanti per l’area euro-atlantica sono i putsch di Mali, Burkina Faso e Niger, oltre alla Guinea Conakry. I nuovi leader militari Doumbouya, Goïta, Tchai hanno assunto un atteggiamento nettamente anti francese e, in parte, anti occidentale, varando anzi un’alleanza a tre. L’ultimo golpe in Gabon, con il generale Nguema che ha spodestato la dinastia presidenziale dei Bongo, non ha però tale orientamento. Incide anche il problema delle élites locali, con molti eredi dei moviment anticoloniali o di liberazione trasfigurati, tra autoritarismo familista e corruttela?

Quel che accade nella regione del Sahel funestata da colpi di Stato in sequenza – dal Sud Sudan al Mali, dal Burkina Faso al Niger fino al Gabon, con il rischio che questa tendenza golpista possa allargarsi a macchia d’olio anche ad altri Paesi della regione, come il Senegal o la Guinea – è la manifestazione di una crisi profonda, sia interna, sia della relazione con l’Occidente. Non è un caso che i colpi di Stato siano accompagnati da manifestazioni popolari anti francesi e anti occidentali, perché quei Paesi hanno vissuto, per decenni, un rapporto non sano con l’Occidente, come una relazione di tipo neocoloniale. Si sono sentiti utilizzati e sfruttati, soprattutto nell’approvvigionamento delle materie prime, la loro principale ricchezza. E senza che questo si traducesse in una crescita e uno sviluppo effettivo dei loro Paesi. Lo scenario è via via divenuto più critico per la presenza nella regione delle cellule del terrorismo islamico, da Boko Haram in Nigeria ad Al Qaeda e ai gruppi della jihad che destabilizzano gli equilibri politici, mettendo in causa gli stessi assetti territoriali ed i confini, con il progetto di istituire un califfato islamico del Sahel. Di fronte a tutto questo, l’iniziativa occidentale è stata ed è debole. Per un verso la presenza europea è stata affidata essenzialmente ai Paesi di tradizione coloniale, la Francia in primis, e peraltro l’Unione europea non è stata in grado di produrre una politica che aiutasse questi Paesi a crescere ed a svilupparsi.

Un quadro che deve interrogare l’Occidente europeo e le potenze ex coloniali, ma quanto è compreso ciò?

Quel che accade nel Sahel deve sollecitare tutti ad affrontare il tema del destino futuro dell’Africa. L’aspetto demografico è impietoso: oggi in Africa vive un miliardo e 300 milioni di persone che alla fine del secolo ammonteranno a quattro miliardi, quasi il 25% dell’intera popolazione del pianeta.

Una popolazione giovane, con un abitante su due che ha 18 anni con non molte prospettive in un Continente con grandi contraddizioni, con alcune aree e Paesi in profonda crisi ed altri con una notevole crescita economica. Resta il tema strutturale: uno sviluppo insufficiente e una forte emigrazione. Quale politica di ampio respiro occorrerebbe?

È evidente a chiunque, e aggiungo che ben il 70% della popolazione ha meno di 35 anni, che il destino di quattro miliardi di persone non può essere risolto con l’emigrazione. Il vero tema è come si costruisce una concreta politica per lo sviluppo economico, sociale e umano di quei Paesi. E l’Unione europea è paradossalmente nelle condizioni di poterlo fare e molto più di altri. Sappiamo tutti quanto pervasiva sia la presenza della Cina in Africa, sostanzialmente finalizzata ad acquisire materie prime di cui Pechino ha bisogno per il suo sviluppo. La Repubblica popolare cinese può dare ai Paesi africani strade, case, dighe, infrastrutture, ma non può promuovere welfare, perché non l’ha nemmeno sul territorio cinese. Tanto meno può promuovere democrazia perché la Cina popolare non è un Paese democratico.

Se la concorrenza di Pechino e della Federazione Russa nello scacchiere africano oggi non è più trascurabile, come e quanto l’Europa può realmente ampliare il suo ruolo?

Può farlo se vuole e se vi si attrezza. L’Europa è, infatti, in grado di dare ai Paesi africani sul piano economico e infrastrutturale le stesse cose che dà loro la Cina. E, anzi, direi, probabilmente migliori, perché le imprese europee costruiscono dighe e strade meglio dei cinesi. Ma sopratutto l’Europa può fornire a quel Continente un grande contributo alla costruzione di un sistema sociale di welfare, per le donne, per l’infanzia e di formazione per l’enorme popolazione giovanile giovani. Egualmente, il Vecchio Continente può fortemente aiutare e contribuire alla costruzione di democrazie africane che siano solide dal punto di vista istituzionale e in grado di superare quella condizione di debolezza e fragilità che caratterizza questi Paesi, a partire dalla diffusione della corruzione. Io penso che l’Europa ha, quindi, il dovere di darsi una politica. Se non vi riesce, è chiaro che l’Africa non solo permarrà in una condizione critica, ma diverrà sempre più terra di presenza di altri. Già abbiamo visto il ruolo della Cina, ma è anche molto presente la Russia e non soltanto attraverso il gruppo Wagner. Non dimentichiamo, infatti, gli storici rapporti di Mosca con l’Egitto, Algeria, Angola, Mozambico e altri Paesi.

Quali altri Paesi, quali altre potenze regionali giocano un ruolo significativo, ma poco sottolineato?

La costa africana che si bagna nell’Oceano Indiano è da sempre terra di proiezione dell’India. Basta pensare al grande peso che ha in Sudafrica la comunità di origine indiana. Così come il Brasile, in virtù della lusofonia e dell’antica appartenenza all’impero portoghese, ha stretti rapporti con Angola e Mozambico. Ma crescono presenze più recenti: la Turchia, gli Emirati arabi e l’Arabia Saudita, così come Marocco, Egitto e Algeria, perseguono politiche panafricane.

Quale approccio possibile, di tipo nuovo, per l’Unione europea?

È necessaria una nuova visione da parte occidentale: per molto tempo si è guardato all’Africa come a due entità distinte, con il Nord Africa che si affaccia sul Mediterraneo, distinto dall’Africa equatoriale e meridionale. È un approccio ormai superato.
L’Africa è un unico grande Continente con relazioni di interdipendenza fortissime, rese più forti da migrazioni interne di gran lunga superiori alle migrazioni verso l’Europa. Abbiamo bisogno di guardare sempre più ad Africa-Mediterraneo-Europa come a un unico grande “macro continente verticale”, certo con molte differenze, ma sempre di più con interessi comuni e destini comuni. E le dinamiche migratorie verso l’Italia e l’Europa rendono evidente questa interdipendenza. L’Europa deve fare un salto di qualità e il tema Africa ed il suo sviluppo deve essere una priorità dell’agenda europea.

Con le elezioni per l’Europarlamento alle porte e un potenziale dialogo e, forse, collaborazione dell’area di centro e di destra delle famiglie politiche, superando le tradizionali alleanze popolari-socialisti-liberali, il tema Africa si può configurare soltanto con i punti della presidente uscente della Commissione, Ursula von der Leyen, o con il cosiddetto Piano Mattei, ipotizzato dall’Italia? Non è un approccio troppo finalizzato all’immediato, alla questione migratoria più che ad una visione complessiva, come lei immagina, di un vero piano di sviluppo e cooperazione equilibrati per l’Africa?

Intanto, non darei per scontato che dopo le elezioni europee si costituisca un asse tra popolari e destra. Le più recenti dichiarazioni del leader popolare Weber vanno nella direzione di rilanciare l’asse popolari, socialisti, liberali e verdi che ha sostenuto Ursula von der Leyen. Tornando all’Africa, penso che la scadenza elettorale europea offre l’occasione alle forze politiche europee di dire come intendono affrontare lo sviluppo dell’Africa. L’aspetto migratorio è certamente importante, ma deve essere parte di una politica. Da solo, non risolve i problemi dello sviluppo dell’Africa. Se quel Continente va verso i quattro miliardi di persone, non si può pensare che il destino di una moltitudine così immensa possa essere risolto dall’emigrazione. La questione vera è come si creano le condizioni di sviluppo in Africa e come si creano condizioni di crescita socio-economica per chi ci vive. E questo certamente avrebbe un’incidenza concreta sul contenimento dei flussi migratori. Insomma, è tempo che l’Unione europea sí dia un piano strategico per l’Africa. Peraltro, se si fa la somma aritmetica degli attuali investimenti dei Paesi dell’Unione europea e della Gran Bretagna in Africa, la somma è dieci volte superiore agli investimenti cinesi. Ma è somma puramente aritmetica e non l’espressione di un vero progetto politico. Diciamo che è la somma di iniziative bilaterali tra ogni Paese europeo e i singoli Paesi africani. Dare risposte a un Continente così immenso e ad una popolazione così gigantesca richiede una visione organica e di medio e lungo termine. Questo è il salto di qualità necessario. E lo deve fare anche l’Italia andando al di là delle formule propagandistiche: il Piano Mattei è per ora una scatola vuota, senza programmi e senza finanziamenti. Non si fa politica solo con le parole.

Quindi nutre una certa fiducia nel fatto che le famiglie politiche e i partiti europei dei singoli Paesi virino verso una impostazione diversa, strategica, rispetto al tema Africa?

Lo spero, perché abbiamo realmente bisogno di un grande progetto dell’Unione europea convenuto e co-progettato insieme all’Unione africana. E, come ho detto, penso che le elezioni europee offrano l’occasione per inserire questo tema nell’agenda e nei programmi elettorali dei partiti politici. Essendo la questione delle migrazioni un tema che attraversa le opinioni pubbliche europee è tanto più importante rendere chiaro che la risposta a quel tema non è la blindatura dei confini, ma una politica sia di ingressi legali, sia di crescita e di sviluppo dell’Africa e dei suoi Paesi. Le elezioni europee non devono diventare un alibi per dire: “Ne parliamo dopo”. Devono essere, invece, l’occasione per mettere l’Africa come uno dei temi centrali nei programmi che le famiglie politiche ed i singoli partiti presenteranno ai cittadini.

Rispetto agli anni del Rapporto redatto da Willy Brandt per l’allora segretario dell’Onu, la questione Nord-Sud e segnatamente, africana, è passata in secondo piano? A parte l’Agenda 2030, le nuove crisi ed emergenze locali e planetarie hanno indotto Europa e Paesi sviluppati a privilegiare altro?

Non dimentichiamo che l’Europa viene da un periodo carico di difficoltà: prima la lunga crisi economica 2008-2015, poi è arrivato il Covid-19 e poi la guerra russo-ucraina con le sue conseguenze. Questo ha indotto un ripiegamento europeo, di tutte le famiglie politiche del Vecchio Continente e di tutti i governi europei. Tutti molto più a cercare di risolvere i propri problemi che non a proiettarsi in una visione più ampia. E dalle difficoltà non si esce chiudendosi, ma aprendosi a progetti più ampi. Peraltro, quando parliamo di Africa non possiamo dimenticare la sua centralità nella questione climatica di cui il continente africano soffre acutamente, a partire dall’innalzamento delle temperature che provocano desertificazione dei territori e crescita del livello dei mari. A maggior ragione abbiamo bisogno di una vera strategia europea per l’Africa.

Anche in Africa si registra un notevole protagonismo turco, con il presidente Recep Tayyip Erdogan molto attivo. Un soft power che va dall’istruzione al commercio, anche di materiali militari.

Il protagonismo di Ankara ha una radice nella crisi del multilateralismo e del sistema di concertazione multilaterale che ha retto il mondo dalla caduta del Muro di Berlino fino all’elezione di Donald Trump, che per primo, con le guerre commerciali, lo ha dissestato aprendo la strada alla sua demolizione, manifestatasi in varie dinamiche come Brexit o i conflitti esplosi in varie parti del mondo, da ultimo la guerra russo-ucraina. La crisi del multilateralismo ha sollecitato ogni Paese a ricollocarsi e proiettarsi sulla scena internazionale in modo autonomo, prescindendo da un sistema di relazioni con gli altri. Mi pare che sia un buon esempio la Turchia, che nella crisi del sistema multilaterale ha colto lo spazio per affermare il proprio protagonismo di potenza regionale nei Balcani, nel Caucaso, nel Mediterraneo ed anche in Africa. Abbiamo bisogno ricostruire un sistema di governance. Una condizione di anarchia internazionale favorisce le spinte di ogni Paese, ma la somma delle spinte nazionali non assicura stabilità e sicurezza.

A proposito di crisi del multilateralismo. Il polo russo e cinese, più economico e commerciale che politico, ma alternativo all’area Occidentale e euro-atlantica, cerca di attrarre nuovi stati. Si amplia anche l’area dei Paesi Brics. Ma quale dovrebbe essere la risposta, non solo di disappunto, dell’Ovest?

La crisi del sistema multilaterale obbliga e sollecita ciascuno a ripensare le proprie collocazioni ed a ridisegnare gli equilibri internazionali. Viviamo in un mondo sempre più plurale, in cui si è molto ampliato il numero degli Stati che ambiscono a svolgere un ruolo sulla scena internazionale. Sempre meno si può pensare a un mondo guidato dalla sola egemonia occidentale. Lo abbiamo registrato con la recente conferenza dei Brics, che ha deciso l’allargamento della sua composizione dai cinque Paesi originari ad altri dieci Stati. Ed è significativo che il G-20 in questo triennio sarà presieduto consecutivamente da India, Brasile e Sudafrica, tre Paesi che non appartengono all’asse euro-atlantico. Cresce la spinta di molti Paesi ad affermarsi come potenze soprattutto sul fronte economico e degli scambi commerciali. E tutto questo delinea un mondo che sta riorganizzando i suoi assetti. Sono convinto che l’Unione europea e gli Stati Uniti debbano vivere questo non come un’insidia. Sarebbe sbagliato un atteggiamento euro-atlantico di sospetto e difensivo. Sarebbe del tutto perdente. Bisogna stare al gioco e ciò significa confrontarsi con questi Paesi per convenire insieme come riorganizzare il sistema delle relazioni internazionali.

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