Il governo si ostina a tenere il costo del denaro basso, per aumentare il flusso di credito all’economia. Ma la verità è che famiglie e imprese vogliono liberarsi dei debiti, spaventati dalla stagnazione cinese. E i margini delle banche si riducono sempre di più

Non c’è niente da fare, la corsa al ribasso dei tassi in Cina non va proprio giù alle banche del Dragone. D’altronde, in gioco c’è la tenuta del sistema bancario cinese, i cui margini non sono mai stati così compressi come oggi: un costo del denaro più basso, che nella logica di Pechino dovrebbe incentivare la domanda di mutui con cui rianimare il mattone, vuol dire minore remunerazione del capitale prestato. E questo agli istituti, già provati dall’agonia del settore immobiliare, non piace nemmeno un po’.

C’è però qualcosa che assomiglia molto a un corto circuito, il cui baricentro corre lungo l’asse partito-banche. Sull’onda emotiva della stagnazione cinese, famiglie e imprese stanno cercando ormai di restituire in anticipo i prestiti contratti nel tempo. Peccato che nella logica del governo, un calmieramento dei tassi abbia come fine principale proprio quello di ritardare i rimborsi. Ma oggi, almeno a sentire gli stessi istituti, l’ondata di rientro dei debiti prosegue.

Insomma, non solo gli istituti incassano meno margini di quanto dovrebbero sui prestiti all’economia, proprio a causa dei tassi eccessivamente bassi. Ma debbono anche assistere al ritorno anticipato del credito erogato, perché i debitori cominciano ad avere un certo timore di una decrescita strutturale cinese. Tutto questo mentre il partito e la Pboc, la banca centrale cinese, vorrebbero esattamente il contrario. Secondo le stime degli analisti, quest’anno le banche commerciali cinesi potrebbero registrare un calo degli utili fino al 5% se l’ondata di pagamenti anticipati dovesse persistere.

Nelle more che la crisi di rigetto si risolva, sempre che si risolva, la Cina, tra i suoi problemi strutturali, ne ha uno che più di tutti rischia di ipotecare il suo ruolo di seconda economia globale, mai così a rischio ora che tra le inseguitrici degli Stati Uniti c’è anche l’India: la debolezza ormi cronica dello yuan. A Pechino sanno fin troppo bene che la moneta cinese non potrà mai riuscire nel disarcionare il dollaro. Eppure la suggestione rimane.

Forse anche per questo sembrano essere sempre più indigesti tutti quei trader che, volenti o nolenti, scommettono al ribasso sullo yuan o meglio non fanno abbastanza per sostenere la valuta del Dragone. Un retroscena raccontato dall’agenzia Axios, secondo la quale, la Pboc, la banca centrale cinese, ha chiaramente invitato gli operatori del mercato a farsi da parte qualora gli scambi da essi gestiti con andassero nella direzione di un sostegno alla yuan.

D’altronde, la debolezza della valuta è un chiaro e inequivocabile sintomo della crescente preoccupazione del mercato circa la capacità dell’economia cinese di riprendere slancio. Scommettere contro lo yuan, essenzialmente prendendolo in prestito e poi vendendolo per acquistare investimenti a rendimento più elevato in altre valute, è diventato molto popolare in Cina e questo alle autorità non piace, perché contrario all’interesse del Dragone.

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