Quando muore un intellettuale autentico, pieno di gioia di vivere e di intelligenza come lui, è come se morisse un bambino: lascia per sempre una ferita profonda. Mancheranno le sue analisi, il suo sguardo divertito, il suo sorriso sincero. Mancherà una delle poche persone che in Italia studiava il futuro. Il ricordo di Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria

La scomparsa di Domenico De Masi mi ha colpito profondamente. Avevo letto molti dei suoi libri, mi intrigavano le sue idee sul lavoro e sul mondo, mi piacevano le iniziative ariose che organizzava al Ravello Festival e avevo anche collezionato la rivista “Next. Strumenti per l’innovazione”, da lui inventata e stampata da quel genio di Franco Maria Ricci. L’intelligenza di Mimmo mi affascinava.

Me lo aveva presentato Mario Morcellini a Roma in via Salaria, nella Facoltà di Sociologia, nei primi anni Duemila. Lo avevo poi rivisto nel 2016 sul treno con Marcello Veneziani che gli raccontò alcune mie “prodezze” da sindaco di Soveria Mannelli: dalla segreteria telefonica del Comune registrata da Piero Chiambretti al busto di Garibaldi che lacrimava in contemporanea con la Madonna di Civitavecchia. Si era divertito quasi fino alle lacrime.

Avevo guardato il video di una sua conferenza sulle dieci tendenze mondiali per il 2030, tenuta al Festival di Foligno. Mi aveva aperto la mente, modificando il mio modo di pensare. Quel video lo utilizzo da anni nelle mie lezioni all’università e alla Scuola di Perfezionamento delle Forze di Polizia. E diverse volte, chiamandolo al telefono, lo mettevo in viva voce per farlo confrontare direttamente con gli studenti. Era sempre sollecito, disponibile, generoso.

Più volte aveva insegnato al Master in Intelligence dell’Università della Calabria. In una lezione tenuta durante la pandemia, fece vedere una scritta proiettata su un grattacielo di Santiago del Cile: “No volveremos a la normalidad, porque la normalidad era el problema”. Squarciante.

Nei miei studi sull’intelligenza artificiale ho maturato la convinzione che molto presto una parte consistente dei lavori umani verrà svolta da robot e algoritmi. Di conseguenza l’articolo 1 della nostra Costituzione, basata sul lavoro, può dare l’impressione di essere scritto sull’acqua. Mi sembrava una constatazione eccessiva e avevo un certo timore nel dirla, fino a che non l’ho ascoltata da lui, argomentata alla sua maniera.

Mentre stavo scrivendo un saggio sulle smart city, mi sono imbattuto in una sua ricerca sulle prospettive della città di Roma nei prossimi anni, uno dei pochi studi del genere a livello nazionale. Evidenziava temi inconsueti e preoccupanti per la Capitale: opere pubbliche realizzate male, impoverimento delle persone, aumento della presenza Rom, emigrazione intellettuale (particolarmente grave per un centro che da sempre ha attirato capitale intellettuale). Temi urticanti, politicamente scorretti.

L’avevo visto l’ultima volta a maggio al Salone del Libro di Torino, circondato da uno stuolo di allievi e ammiratori. E a tutti prestava attenzione.

Mi aveva scritto il mese dopo, in occasione della scomparsa di mia madre. Aveva usato parole toccanti: “Caro Mario, il tuo dolore è il mio. So cosa si soffre a perdere una madre quando non si è più bambini. Ti sono accanto con l’affetto di un amico sincero. Un grande abbraccio”.

Gli avevo fatto gli auguri il giorno di san Domenico, l’8 agosto, una settimana prima che scoprisse un male fulminante. Quando muore un intellettuale autentico, pieno di gioia di vivere e di intelligenza come lui, è come se morisse un bambino: lascia per sempre una ferita profonda. Mancheranno le sue analisi, il suo sguardo divertito, il suo sorriso sincero. Mancherà una delle poche persone che in Italia studiava il futuro.

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