L’Italia e l’Europa appaiono sempre più schiacciate da una catena di emergenze legate tra loro a doppio filo, spento un incendio ci si affretta ad arginare il fuoco successivo, adottando spesso soluzioni contraddittorie tra loro. Questo il tema principale dell’ultimo libro di Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto Affari Internazionali “Fuori dal tunnel. Come l’Europa può superare la grande crisi”, edito da Solferino. Ne pubbichiamo un estratto

Sono in una sala del Castello di Uppsala dove nel 1654 fu annunciata l’abdicazione della regina Cristina di Svezia. Un luogo simbolico e carico di significati storici. Accanto a me siedono i ventisette ministri degli Affari europei.

La tensione nell’aria è palpabile e non è la prima volta da molti mesi a questa parte. Si discute della catena di catastrofi che ha travolto il nostro continente, e di quelle, ancora più gravi, che ci attendono.

La crisi finanziaria, quella dei flussi migratori, l’ondata nazional-populista, la pandemia, la guerra e la crisi energetica nell’arco di pochi anni. E poi la crisi più devastante di tutte, quella climatica, così drammatica da indurci a ignorarla, ma che segnerà le nostre vite e soprattutto quelle dei nostri figli. Spento un incendio, ci si affretta ad arginare il fuoco successivo, con il rischio di voltarci e trovare il vecchio pericolo non ancora superato.

Quando le crisi sono valutate una per volta, le soluzioni sono spesso incoerenti, talvolta in netta contraddizione. Quando sollecito i ministri a riflettere sul fatto che quella che stiamo vivendo non è solo una crisi ma una catena di crisi legate tra loro a doppio filo vedo molti volti tesi e smorfie che malcelano la preoccupazione.

Credo siano tutti convinti che siamo stretti in una morsa. Da un lato, la crisi energetica, scattata quando l’economia è ripartita alla fine dei lockdown innescando la corsa dei prezzi di gas e petrolio, e poi esacerbata dall’invasione russa dell’Ucraina.

Dall’altro, la crisi climatica, che non è più “solo” un astratto dato scientifico, ma una realtà concreta che condiziona le nostre vite, dalle torride estati con alluvioni e ghiacciai che scompaiono, agli inverni talmente miti da far raggelare il sangue.

Lo spettro che aleggia dietro l’immagine della morsa è il nostro dover scegliere: esiste una dicotomia tra crisi energetica e crisi climatica. Si immagina infatti una contraddizione tra le soluzioni alle due crisi – sicurezza e transizione energetica – che rende impossibile affrontarle contemporaneamente.

Ripercorrendo il dibattito pubblico in Italia, in Europa e nel mondo negli ultimi anni sembrerebbe così. Fino all’autunno del 2021, quando i prezzi delle fonti fossili erano contenuti e si scaldavano i motori della Cop26 di Glasgow, si è parlato molto di clima.

La crisi climatica è stata al centro delle campagne elettorali in Paesi come Germania, Olanda e Norvegia nel 2021, e ha rappresentato la vera novità delle elezioni europee due anni prima.

Sono stati anni che hanno visto l’ascesa dei partiti verdi sia in molti Paesi centro- nordeuropei, sia, conseguentemente, nel Parlamento europeo. Insomma la crisi climatica, finalmente percepita come tale, è stata catapultata al centro della scena politica europea.

Come ricordava l’allora presidente della Cop26 e primo ministro britannico Boris Johnson, manca un minuto alla mezzanotte in cui il riscaldamento globale, superando il grado e mezzo, rischia di diventare irreversibilmente insormontabile.

Le conseguenze sarebbero catastrofiche, non tanto per il pianeta, che nei millenni ha vissuto sbalzi climatici ben più drammatici di questo, ma per noi che lo abitiamo e che a quei tempi non c’eravamo. È già tardi, ma ogni decimo di grado conta. Poi qualcosa è cambiato. A partire dall’autunno del 2021 scatta un innalzamento dei prezzi delle fonti fossili che non si vedeva da anni.

In questo contesto, la Russia di Vladimir Putin decide di invadere l’Ucraina il 24 febbraio 2022, con il taglio di forniture russe e la corsa europea al gas liquefatto provocando un’ulteriore impennata dei prezzi nei mesi a seguire. Il dibattito pubblico vira radicalmente.

Apparentemente archiviata la crisi climatica nell’immaginario collettivo, ci si concentra sulle mille sfaccettature della crisi energetica. La priorità politica diventa la sicurezza e non più la transizione.

In Italia, così come in altri Paesi europei, si mettono in campo centinaia di miliardi per sovvenzionare famiglie e imprese che non riuscirebbero altrimenti a pagare le bollette. Di fatto questo significa un sussidio ai fossili, che continuano a rappresentare le principali fonti di energia primaria.

Altrettanto importanti sono gli sforzi sovraumani che stiamo facendo per assicurare l’affrancamento dal gas russo in tempi lampo, principalmente attraverso la diversificazione di fonti fossili. Da una dipendenza dal gas russo del 40% a livello sia italiano sia della media Ue, si dovrà scendere praticamente a zero in pochi mesi.

Al centro della scena, la corsa di governi e imprese a siglare nuovi accordi con Paesi produttori come Norvegia, Qatar, Stati Uniti, Algeria, Azerbaigian, Angola, Egitto, Mozambico e Repubblica del Congo.

Alla luce del fatto che gran parte di queste fonti sarà gas naturale liquefatto (Gnl), ugualmente importanti sono gli investimenti nelle infrastrutture necessarie, a partire dai rigassificatori. La Germania, che non ne aveva neanche uno, ne pianificherà ben sette, aprendo i primi tre in tempi record a fine 2022. In Italia, che di rigassificatori già ne aveva tre, ne servivano altri due, a Piombino e Ravenna.

Il dibattito si incaglia sullo scoglio Nimby (“not in my backyard”) a Piombino, infine superato, che ha rischiato di ritardare la messa in sicurezza del Paese.

Infine la concentrazione nell’ultimo periodo dell’agenda europea sulle questioni energetiche, dalle sanzioni al petrolio e il carbone russo, al coordinamento degli stoccaggi gas e della riduzione dei consumi, dal tetto al prezzo del petrolio e del gas, alla riforma del mercato elettrico e gli approvvigionamenti gas a livello europeo. Di clima ultimamente si è parlato relativamente poco.

Il contrasto tra la Cop26 a Glasgow e la Cop27 a Sharm-el-Sheikh è significativo, con la seconda che ha attratto più attenzione per gli scioperi della fame mirati ad accendere i riflettori sugli abusi dei diritti umani in Egitto che per i risultati ottenuti dalla diplomazia climatica. Tra guerra, energia e inflazione, il focus della politica era altrove.

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