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Un presidente repubblicano non isolerebbe gli Stati Uniti. Parola di Carafano (Heritage)

Dialogo con il senior counselor del presidente della Heritage Foundation, 25 anni nelle forze armate, da oltre 20 in ruoli di primo piano nei think tank conservatori di Washington. Che ci spiega come un presidente repubblicano (anche Trump) non isolerebbe gli Usa dal resto del mondo, perché il futuro dell’Ucraina non è legato solo al destino di Russia ed Europa, ma ha un effetto diretto nel ruolo globale della Cina

La domanda che si fanno in molti (tutti) in Europa è: cosa succederà alla politica estera americana se il 5 novembre 2024 un repubblicano (e nello specifico, Trump) vince le elezioni presidenziali? Gli Stati Uniti continueranno a sostenere l’Ucraina con la stessa determinazione politica, militare ed economica? In questi giorni abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere: Zelensky è stato a Washington proprio per convincere il Congresso a non indietreggiare nello sforzo contro l’aggressione di Putin. La Camera dei Rappresentanti, che ha in mano la spesa pubblica, è a maggioranza repubblicana. E una minoranza – molto rumorosa – di quella maggioranza vorrebbe tagliare il sostegno finanziario a Kyiv, mentre balla un nuovo pacchetto da 24 miliardi di dollari.

La linea dei repubblicani potrebbe davvero essere dirottata dalla fazione “isolazionista”? Secondo James Carafano, senior counselor del presidente della Heritage Foundation, da vent’anni attivo nei think tank conservatori di Washington, e membro del team di transizione di Trump, la paura degli europei è ingiustificata. Per lui, la protesta dei repubblicani non è legata all’impegno statunitense all’estero, ma al fatto che l’amministrazione Biden abbia “farcito” i pacchetti di aiuti militari con capitoli di spesa che nulla hanno a che vedere con il sostegno all’Ucraina, in un momento storico in cui deficit e debito americani sono a livelli record. “Se distruggiamo i nostri conti e perdiamo la capacità di finanziarci, non potremo più aiutare nessuno, quindi dobbiamo ridurre le spese. Ma l’idea che gli Usa possano ignorare ciò che accade all’estero, soprattutto quando ha un diretto effetto sulla nostra sicurezza e stabilità, non ha alcuna base nella realtà”.

Conservatori, non isolazionisti

Carafano denota come nel partito repubblicano ci siano tanto menti isolazioniste quanto menti internazionaliste, esattamente come nel partito democratico. L’anima dominante oggi nel Grand Old Party resta quella conservatrice, i cui interessi principali includono questioni “interne” come il controllo dell’immigrazione, il mercato del lavoro, i prezzi dell’energia, la criminalità, l’istruzione, la sanità. Le dinamiche di politica estera vengono declinate in base all’effettivo impatto che hanno sul popolo americano, secondo il principio per cui la politica estera non deve essere fine a sé stessa, ma dev’essere anzi condotta per l’interesse nazionale. Se nel perseguirla i costi superano i benefici, allora è necessaria una revisione.

Oggi, e diversamente da qualche anno fa, sono tutti schierati a favore dell’Ucraina. Quello che cambia è il livello di supporto che ciascuno è disposto ad offrire a Kyiv. Il sostegno militare americano è fondamentale per l’Ucraina, perché è principalmente grazie ad esso che riesce ancora a combattere per difendere la propria sovranità. “Ma se il modello è quello delle spese monstre per il Covid o per la transizione verde, le cose devono cambiare. Un presidente repubblicano avrebbe come interesse esclusivamente la prosperità degli americani”.

L’esempio di Trump

L’ex presidente Donald Trump viene tirato in ballo dall’esperto dell’Heritage Foundation come esempio di una visione conservatrice ma non isolazionista in politica estera. A partire dalle voci diffuse su una sua presunta intenzione di portare gli Stati Uniti fuori dalla Nato, che però non si è verificata. Fa poi gli esempi dello strike che ha eliminato Soleimani, dell’impegno in Siria, del confronto con la Cina, degli accordi di Abramo.

La questione cinese

D’altronde, chi credeva che Biden avrebbe abbandonato l’approccio trumpiano alla Cina si è dovuto ricredere: il presidente democratico è stato persino più falco del suo predecessore. E tra un anno le cose non cambierebbero. La “questione cinese”, come quella iraniana e quella russa, riguarda tutto l’apparato di sicurezza e politica estera americano: sia democratici che repubblicani agirebbero nel solco di quanto fatto finora. Anche perché ogni frattura a Washington andrebbe ad avvantaggiare solo l’avversario esterno. Il caso ucraino né una prova: Xi Jinping sarebbe il maggior beneficiario di una Russia che destabilizza l’Ucraina e l’Europa, crea fratture nella Nato e logora i rapporti transatlantici. E questo è chiaro a entrambi gli schieramenti politici.

Il confronto con la Cina è stato definito dall’Heritage Foundation come una nuova cold war, molto più complessa di una semplice guerra economica. Gli Stati Uniti lo sanno, e non dovranno più porsi in una condizione di dipendenza strategica dal Dragone. Sarebbe una scelta folle, fonte di un enorme vulnerabilità nella sicurezza nazionale. E anche l’Europa deve stare attenta: ora che il Cai, l’accordo-quadro tra Cina e Unione Europea è tramontato, Pechino cercherà di sfruttare le relazioni bilaterali con i singoli paesi membri, soprattutto quelli su cui può esercitare una certa influenza.

Il ruolo del governo italiano 

L’esperto americano sottolinea l’esito estremamente positivo della visita ufficiale di Giorgia Meloni, che da premier conservatrice è riuscita ad ottenere un sostegno bipartisan. Anche perché l’Italia si è mostrata molto attiva su una serie di dossier visti con interesse da Washington. Il caso del Nord Africa né l’esempio più lampante: per gestire il problema delle migrazioni dal continente (che non tocca soltanto l’Europa, ma anche le Americhe) si sta impegnando nel coordinare i propri sforzi con gli attori locali, senza ricorrere allo strumento del foreign aid che fino ad ora ha sortito così pochi effetti. Uno sforzo coordinato del mondo liberale permetterebbe di raggiungere obiettivi ambiziosi, e allo stesso tempo di limitare la pericolosa penetrazione sino-russa nel continente. Inoltre, Roma può agire per riportare l’attenzione sul Mediterraneo, un’importante highway del mondo contemporaneo che non può essere rilegato al ruolo di “fianco dimenticato della Nato”, e anche sul Mar Nero.

Il (non) Pivot to Eurasia

Carafano torna sul corridoio Imec che è stato lanciato all’ultimo G20, indicando la linea invisibile che collega la regione indo-pacifica con l’Europa, passando attraverso un Medio Oriente in cui Riad e Tel Aviv stanno costruendo solida collaborazione. E in cui l’Italia gioca un ruolo cruciale come terminale naturale. In questo collegamento eurasiatico, che si traduce in maggiore sicurezza e maggiori scambi commerciali, Carafano spiega che non serve un pivot, almeno non come quello immaginato da Obama quando disse di voler concentrare gli sforzi americani sul quadrante del Pacifico. “Non ha senso spostare tutte le forze in una singola regione, né tornare a ragionare su blocchi di influenza. Bisogna creare opportunità globali, per i Paesi che intendono allacciare legami solidi e liberi, di costruire un’interdipendenza che porta beneficio a tutti senza tornare a una mentalità noi contro loro”. 

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