La Minerals Security Partnership si allarga. Entrano anche India e Norvegia. L’obiettivo è contrastare la “weaponization” delle interdipendenze da parte di Paesi autoritari, come Russia e Cina

Gli Stati Uniti hanno dato il benvenuto a Italia, Norvegia e India nella Minerals Security Partnership, iniziativa lanciata a giugno dell’anno scorso dall’amministrazione statunitense per promuovere l’estrazione etica e rafforzare le partnership tra Paesi “amici” lungo le catene di approvvigionamento del settore, anche a fronte della weaponization delle interdipendenze da parte di Paesi autoritari, come Russia e Cina. Sono così 14 i partner “che stanno collaborando per rafforzare le catene di approvvigionamento e garantire un futuro più sostenibile per tutti noi”, si legge in una nota del dipartimento di Stato americano. Si tratta di Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, India, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Norvegia, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione europea (rappresentata dalla Commissione europea).

L’iniziativa, spiega ancora il dipartimento, “continua a espandersi, poiché la domanda di minerali critici, essenziali per l’energia pulita e altre tecnologie, è destinata a crescere in modo significativo. Catene di approvvigionamento trasparenti, aperte, affidabili, sicure e sostenibili per i minerali critici sono fondamentali per implementare queste tecnologie alla velocità e su scala necessaria per combattere efficacemente il cambiamento climatico”, si legge ancora.

Particolare non secondario: la nota è stata diffusa una settimana dopo la presentazione del Corridoio economico India-Medioriente-Europa, a cui partecipano anche l’India e l’Italia.

L’ingresso italiano nell’iniziativa lanciata nel giugno dell’anno scorso è stato ritardato dalla crisi di governo estiva e dalle successive elezioni. A febbraio si è tenuta la prima riunione a Città del Capo, in Sudafrica, a cui era presente anche l’Italia con il console Emanuele Pollio. Un passo che gli Stati Uniti avevano “accolto con favore”, come si legge nella dichiarazione congiunta di Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiano, diffusa al termine del loro incontro di fine luglio alla Casa Bianca.

Nello stesso documento si legge anche il sostegno di Washington all’intenzione di Roma, dove il governo Meloni appare deciso a non rinnovare il memorandum d’intesa con la Cina sulla Via della Seta, di entrare nel comitato direttivo di Blue Dot Network. Si tratta di un meccanismo lanciato nel 2019 per promuovere standard elevati negli investimenti pubblico-privati infrastrutturali nel mondo, anche nei Paesi in via di sviluppo. Tradotto: per fronteggiare l’espansionismo cinese, in questo caso nelle infrastrutture.

“Il fatto che i leader europei si siano tirati indietro dall’imminente vertice della Cina sulla Belt and Road Initiative e che l’Italia voglia assumere un ruolo di leadership in iniziative infrastrutturali alternative come Blue Dot Network dimostra che ci si sta allontanando dall’orbita di Pechino”, aveva commentato Elaine Dezenski, senior director e responsabile del Center on Economic and Financial Power della Foundation for Defense of Democracies di Washington, a Formiche.net. “Le azioni scellerate di Cina e Russia stanno spingendo le democrazie ad unirsi e potrebbero minare le ambizioni della Belt and Road Initiative più degli shock globali come la pandemia. Blue Dot Network, anche se si tratta di uno sforzo internazionale piccolo e mirato, può essere un pilota e un percorso per un impegno multilaterale più strategico e selettivo. Ci sono chiari vantaggi nel lavorare con altre democrazie e dovremmo sostenere maggiori investimenti in iniziative come Blue Dot Network, che si allineano ai principi democratici, alla trasparenza, alla lotta alla corruzione e ai diritti umani. L’Italia potrà portare avanti questa causa quando assumerà la presidenza del G7 nel 2024”, aveva concluso.

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