Il 28 settembre si è tenuto a Milano presso K&L Gates un incontro sul tema “European Defense: recent developments in the EU-NATO relationship”. Il racconto dell’avvocato Giulio Azzaretto

Il 28 settembre 2023 si è tenuto a Milano presso K&L Gates un incontro sul tema “European Defense: recent developments in the Eu-Nato relationship”. L’evento ha preso lo spunto dalle evoluzioni della cooperazione in materia di Difesa tra Nato e Ue, dopo la loro recente Joint Declaration a Bruxelles del 10 gennaio 2023.

Vi hanno preso parte all’incontro rappresentanti del mondo militare, istituzionale, politico e finanziario. Hanno aperto i lavori Zoja Bazarnic (Acting Consul General For Economic and Political Affairs at the U.S. Consulate in Milan) e l’onorevole Matteo Perego di Cremnago (sottosegretario alla Difesa). Con Andrew Spannaus (Chairman SEM – Associazione Stampa Estera Milano) come moderatore, hanno partecipato come relatori l’ammiraglio Dario Giacomin (Rappresentante Italiano presso i Comitati Militari di Nato ed Unione Europea), Andrea Traversone (Managing Partner del NIF – Nato Innovation Fund), Stacy Cummings (General Manager Nato Support and Procurement Agency), il generale ispettore capo Antonio Tangorra (Presidente di AFCEA – Capitolo di Roma), Emanuele Madeo (Strategic Advisor 4 Rings Capital Partners), Angelo Tofalo (già sottosegretario alla Difesa e membro del Copasir) e Kim Jørgensen (Direttore Generale e Rappresentante Permanente presso l’Unione Europea della BEI). Il professor Vincenzo Scotti (già ministro degli Interni e degli Esteri) ha chiuso i lavori.

Mentre le precedenti dichiarazioni congiunte in materia di cooperazione tra Nato ed Ue (Varsavia 2016 e Bruxelles 2018) in periodi storici di pace prendevano le misure ed affermavano più il principio di cooperazione necessaria tra le due organizzazioni, la recente Joint Declaration del 2023 è, invece, spinta ed influenzata delle recenti vicende geopolitiche non neutrali per la stabilità degli equilibri Euro Atlantici: in primo piano l’invasione Russa in Ucraina del 2022. In tale Joint Declaration, oltre a riaffermarsi come il partenariato strategico tra la Nato e l’Ue siano fondati su valori condivisi (promozione e salvaguardia di pace, libertà e prosperità), si prende atto che oggi ci troviamo di fronte alla più grave minaccia alla sicurezza Euro Atlantica degli ultimi decenni. Così, dopo aver affermato espressamente la piena condanna alla Russia e alle altre autocrazie contrarie agli interessi, valori e principi democratici dei Paesi alleati vengono quindi affermati i due concetti chiave, in materia di cooperazione tra le due organizzazioni: (i) da una parte, la Nato rimane certamente il fondamento prioritario della difesa collettiva dei suoi alleati – membri Ue e non – strumento essenziale per la sicurezza Euro-Atlantica; e (ii) dall’altra parte, il valore di una Difesa Europea viene riaffermato (o auspicato) come più forte e più capace, ed idoneo a contribuire positivamente alla sicurezza globale e transatlantica. Si evidenzia in tale logica che le criticità essenziali della ipotizzata cooperazione che significa finalisticamente lo sviluppo di una capacità congiunta, siano proprio la complementarità e la interoperabilità con la Nato.

Questa ultima Joint Declaration fa un deciso balzo in avanti, individuando nuove aree sulle quali concentrare gli sforzi di cooperazione, sottolineando anche quali siano i settori che rappresentano maggiormente l’attuale condizione di instabilità geo-politica internazionale e così: (i) la competizione geostrategica; (ii) la resilienza; (iii) la protezione delle infrastrutture critiche; (iv) le tecnologie emergenti e disruptive; (v) lo spazio e le implicazioni di sicurezza del cambiamento climatico; e non da ultimo (vi) le interferenze e la manipolazione delle informazioni esterne. Il dominio cyber riecheggia dietro la maggior parte di questi settori attenzionati. Inoltre, alcuni di questi – in particolare resilienza, tecnologie emergenti e disruptive – erano già stati anticipati dalla Bussola Strategica dell’Ue pubblicata a marzo 2022, che li individuava come aree in cui esplorare maggiore cooperazione tra Nato e Ue. In sintesi, l’ultima Joint Declaration del 2023 sembrerebbe essere più orientata nell’accelerazione del processo di cooperazione della piattaforma Euro Atlantica, dando per scontato ormai il “se” e concentrandosi maggiormente sul “cosa” e sul “come”, in ciò spinti inequivocabilmente dalle urgenze di pragmatismo dettate dagli eventi esogeni all’area Euro Atlantica; senza possibilità in questo momento storico per poter discutere di istanze sovraniste dei singoli Stati aderenti all’Ue. In altri termini, il maggior peso specifico che l’Ue può e deve avere all’interno del contesto Atlantico, ed in particolare proprio nei rapporti con gli Stati Uniti, deve passare velocemente e necessariamente per una chiara identità Europea – non certo solo nazionale, il che riporterebbe i singoli Stati membri all’inizio del secolo scorso – dovendosi pragmaticamente confrontare tutti gli alleati, con temi molto seri e complessi tra i quali in primis la suddetta complementarietà e l’interoperabilità dei sistemi di Difesa: le eventuali visioni politiche nazionali avrebbero poco spazio nella logica di raggiungere una capacità congiunta Europea nel firmamento della Nato.

Il pericolo vero, in questo processo di avvicinamento nella cooperazione sulla Difesa – che lo ribadiamo gioca sul terreno pragmatico della tecnologia e dei sistemi e non solo dei valori ideologici – risiede tuttavia ancora nella distanza tra la nostra coscienza di cittadini Europei e le Istituzioni, che agiscono troppo lontane e troppo sopra le nostre teste, soprattutto in settori così scomodi politicamente come questi, facili a diventare recettori di spinte populiste a seconda dei momenti storici, ma strategici per preservare tutti i valori condivisi a prescindere da distinzioni politiche. Il secondo aspetto cruciale, nella cooperazione possibile tra Ue e Nato, è quindi quello che riguarda gli aspetti finanziari e gli investimenti nel contesto delle attuali direttive vigenti, permeate da spinte ideologiche stratificate. Ad oggi le norme ESG hanno influenzato tutte le politiche di investimento del pubblico e del privato in ogni settore. Senonché, spinti dal vento della sostenibilità sono finiti nel fascio dei settori esclusi aree completamente diverse tra loro e con strategicità e polarità opposte. Così Difesa e Sicurezza – fattori necessari a preservare i valori stessi a cui le direttive ESG anelano – restano fattori tendenzialmente esclusi dagli investimenti e dai finanziamenti (pubblici e privati) e quindi discriminati al pari di altri settori eticamente non sostenibili (ad es. come inquinamento, alcool, fumo, droghe, pornografia etc..). In un pacifismo cieco, che non riesce a vedere come il tanto agognato arcobaleno possa esistere nel concreto all’orizzonte, i settori industriali di Difesa e Sicurezza subiscono storicamente un attacco politico ingiustificato, pur rappresentando i presupposti della sostenibilità stessa a cui il nostro futuro democratico è orientato: la pace. Le prime vittime di tali restrizioni sono proprio gli investitori privati – sia nel capitale di rischio che nel credito bancario – i quali nelle proprie policies, hanno tenuto restrizioni enormi o addirittura preclusioni a finanziare (in una forma o nell’altra) imprese attive nel segmento dell’industria Difesa in genere. A risultati non dissimili giunge la stessa Banca Europa degli Investimenti, la quale allo stato dell’arte, per propria missione non può supportare lo sviluppo di progetti se non “dual-use” o di sicurezza “non-core” militare.

Con tali restrizioni di missione la BEI è, comunque, riuscita dal 2018 a erogare 5,5 miliardi di euro in finanziamenti che si qualificano come difesa per certi versi, rimanendo con le mani legate, tuttavia, per progetti di natura puramente militare. Nel contesto dello Strategic European Security Initiative (SESI) dal marzo 2022, si stanziano ulteriori finanziamenti per circa 8 miliardi di euro nel periodo dei prossimi 6 anni correnti (2022-2027), con un’effettiva erogazione nel 2022 registrata già di circa 1,5 miliardi di Euro; ma tutto ciò sempre con la tara che i settori finanziabili rimangono solo quelli del dual-use. Questo tema dell’approccio dual-use rappresenta una foglia di fico che, prima o poi, dovrà essere sostituita con maggiore consapevolezza, riadattando la stessa missione della BEI alle finalità dell’UE nel contesto della cooperazione Atlantica. Siamo a conoscenza di forti pressioni all’interno del parlamento Europeo, che potrebbero portare in un futuro prossimo a riscrivere le regole di ingaggio del braccio finanziario Europeo, facendo venire meno le preclusioni suddette. Questo, laddove andasse a buon fine, ampliando in maniera non condizionata la missione della BEI, avrebbe un effetto a cascata sostanziale, in quanto, consentirebbe all’UE di supportare finanziariamente e a pieno secondo le proprie esigenze le iniziative dell’industria Difesa; e, a seguire, capitale di rischio e capitale di credito privati in maniera capillare si adeguerebbero a supporto di un settore che non diventerebbe più escluso, attraendo nuovi operatori specializzati, come nell’esperienza di altri Paesi.

La NATO stessa con il NIF – Nato Innovation Fund di un miliardo di Euro – ha di recente dato un primo booster importante. Il ruolo degli investitori privati (banche, venture capitalist e private equity) a supporto delle imprese del settore Difesa, diventerebbe centrale e comunque estremamente redditizio per quanto già si inizia ad intravedere e non più osteggiato dagli stessi regolatori. In ciò si colmerebbe un gap enorme attualmente ancora esistente tra: (i) quello che è lo spettro di approvvigionamento richiesto dalla Nato (nell’ambito della quale l’Ue ambisce ad avere un peso specifico maggiore nel contesto relativo degli altri alleati principali, riequilibrando anche i rapporti con gli Stati Uniti); e (ii) il campo di applicazione dei settori finanziabili dalla BEI e dai privati, fono ad oggi ridotto con avversioni critiche che non consentono di superare quei temi pragmatici di complementarietà ed interoperabilità alla base dei fattori di successo della discussa cooperazione stessa. In tale contesto di prossima attuazione, in conclusione, si passerebbe dall’inclusione della Difesa tra i valori fondanti della sostenibilità del nostro futuro, e così da un mero “futuro sostenibile” ad un nuovo paradigma ossia quello del “futuro protetto”.

Il passaggio epocale avverrà quando la sostenibilità sarà identificata a pieno rango modificandosi lo storico acronimo ESG (Environmement, Social and Governance), nel nuovo paradigma DESG, accogliendo anche la Difesa quale elemento valoriale essenziale di un futuro sostenibile e protetto.

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