Non sono mancate le reazioni all’incendio in Medio Oriente arrivate da dentro la Federazione. E c’è anche chi aveva previsto l’attacco di Hamas. Il racconto di Stefania Jaconis

C’ è almeno un personaggio politico, in Russia, che aveva previsto i sanguinosi eventi di Israele che alimentano le cronache odierne: si tratta di Vladimir Zhirinovskij, leader carismatico ed eccentrico del Partito Liberaldemocratico russo (populista e antioccidentale), morto l’anno scorso. Fu proprio lui che, il 21 luglio del 2019, in un popolare talk show televisivo sostenne con grande assertività che nel Medio Oriente si sarebbero verificati eventi bellici di tale gravità da distogliere completamente l’attenzione del mondo dall’Ucraina.

Questa linea interpretativa è oggi adottata dalla dissidenza interna del Paese, che fa notare l’ improvvisa concomitanza di più fronti di attacco all’ ordine mondiale, e cita la pluralità di eventi che va dalle turbolenze nella Georgia ex sovietica ai problemi tra Serbia e Kossovo, fino ai pesanti scontri nel Nagorno-Karabakh. Per non citare il colpo di stato in Niger e altri sommovimenti, per ora latenti, nel continente africano.
Che ruolo gioca in tutto questo la Russia? Ed è solo la beneficiaria passiva di una situazione planetaria in progressivo disfacimento, che distrae dalla guerra in Ucraina un’opinione pubblica sempre più atterrita, oppure in questa situazione gioca in qualche modo un ruolo attivo?

Di domande a questo proposito se ne possono porre tante, e molti, anche in Russia, se le stanno ponendo. Ne citiamo una – di non secondaria importanza: la leadership russa era per caso al corrente dell’ intenzione di Hamas di lanciare una potentissima offensiva sul territorio israeliano, della quale però non avrebbe informato Netanjahu, malgrado i passi avanti compiuti di recente nei rapporti tra i due paesi? E’ l’ ipotesi che avanza (anche se in forma dubitativa) il politologo Pavel Danilov, esperto di problemi mediorientali, che sottolinea i vantaggi oggettivi che derivano a Putin dall’ emergere di sempre nuovi focolai di destabilizzazione. Alle sue parole si aggiungono quelle del giurista e politico di opposizione Mark Feigin, il quale nota come l’ esplodere di nuovi conflitti consegue tra l’ altro l’ obiettivo di evidenziare la pesante assenza delle Nazioni Unite, e in particolare dell’ Occidente, come garanti della sicurezza mondiale.

Fatti che, a ben vedere, vanno tutti nel senso di favorire il mitico Nuovo ordine mondiale di cui si fa portavoce e promotrice la Russia putiniana: un ordine basato sull’ ampliamento dei Bric, il riposizionamento dei flussi commerciali e finanziari e, non ultimo, un sistema diverso di valori, a superamento del “putridume” occidentale. Ma restiamo al presente, e alle reazioni sui media russi agli avvenimenti che stanno sconvolgendo il mondo mediorientale. Tra le ortodosse citiamo appena quella – vagamente sordida – del solito Solovev, il plurisanzionato e notissimo propagandista televisivo, il quale nel commentare gli eventi bellici non è riuscito a trattenere un moto di malcelata soddisfazione per la “incompetenza” dimostrata dai servizi israeliani (“che depotenzia di molto” le critiche all’ esercito russo per la perdita di oltre 50 uomini nella rovinosa battaglia di Kharkiv) , e prova un piacere perverso nel notare la ferocia dei palestinesi e paragonarla a quella – considerata evidentemente più blanda – dell’esercito russo nei combattimenti di Mariupol.

Più topico il commento, nello stesso talk show, di Margarita Simonian (la propagandista capo), che ha tratto spunto dalla guerra mediorientale per prendersela con le decine di migliaia di russi che, dall’inizio della “operazione militare” in Ucraina, hanno lasciato il paese per emigrare in Israele. Si tratta in molti casi di artisti, scienziati e intellettuali di vario tipo, che stanno costituendo nel paese mediorientale una comunità russa di nuova generazione, già perfettamente integrata. Questi pacifisti, afferma con disprezzo Simonian, hanno abbandonato la madrepatria per non vivere in un paese in guerra con un paese vicino…e adesso cosa ci raccontano? Quali conclusioni traggono da quanto sta succedendo?

Per quanto riguarda le reazioni politiche alla guerra, e al modo di condurla di Hamas, la Russia è oggi nettamente divisa su più fronti, che riflettono quasi specularmente gli schieramenti interni (se comprendiamo in questi i politici all’ opposizione, i quali si pronunciano prendendo la parola solo da paesi stranieri). Il punto nodale è ovviamente il giudizio che si dà dell’ operato delle milizie palestinesi, e si va dalle parole sferzanti di Vladimir Milov (economista e politico vicino a Navalnyi), che definisce quella di Hamas “una delle più feroci dittature al mondo”, fino a Ramzan Kadyrov, il dittatore ceceno molto vicino a Putin: come ha ribadito in questi giorni, lui invece appoggia a spada tratta le azioni sul campo di Hamas, e sui social ha rivolto un appello pubblico ai leader di tutti i paesi musulmani per esortarli a creare una coalizione che difenda gli interessi palestinesi dagli attacchi dell’ Europa e dell’Occidente in generale.

Poco dibattuto, almeno a giudicare da quanto emerge, è il giudizio sul ruolo dell’ Iran nelle vicende mediorientali: si va da chi considera il paese un sostenitore cruciale dell’ attacco terroristico di Hamas a chi invece vede nella vicenda un tentativo ulteriore, da parte di giocatori ‘forti’ dello scacchiere internazionale, di ridurre il peso di Teheran in quanto probabile nuovo polo nell’ assetto multipolare teorizzato da Mosca. Vladimir Lepekhin, commentatore conservatore abbastanza presente sui media russi, considera sia l’ Occidente che la Russia vittime del ‘mito’ della grande potenza strategica iraniana, e della sua presenza attiva su vari fronti.

Lunedì, infine, si è pronunciato anche il ministro degli Esteri Lavrov, ricevendo a Mosca il Segretario Generale della Lega dei Paesi Arabi, Achmed Abu al-Geit, al quale ha dichiarato – secondo quanto riportato da Kommersant – che oggi “non basta chiedere la fine dello spargimento di sangue, dato che è giunto il momento di arrivare a una soluzione definitiva della questione israelo-palestinese, prestando particolare attenzione alle cause per cui da decenni non si riesce a trovare una soluzione al problema”.

La Russia (nota per le sue pratiche pacifiste) avrebbe un ruolo chiave in questo processo di pacificazione, per il quale la Federazione propone i suoi sforzi, nel segno di una dura critica all’Occidente. Tale critica viene argomentata da Lavrov con il fatto che quest’ultimo vorrebbe, a conclusione della guerra in Medio Oriente, una vittoria “incondizionata” di Israele. La Russia, lascia capire il ministro, è si a favore di una vittoria di Tel Aviv, ma che sia almeno una vittoria condizionata.

(Inutile dire, in questo contesto, chi dovrebbe principalmente dettare le condizioni)

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