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Fame a Gaza, business nel mondo. Le reti internazionali di Hamas

Di Gabriele Carrer ed Emanuele Rossi

Anche l’Italia è parte dell’attività internazionale per contrastare Hamas e i suoi finanziatori. Il gruppo terroristico che guida il regime militarista della Striscia di Gaza riceve aiuti umanitari legali e si garantisce fondi da attività criminali, oltre che finanziamenti dalla rete ideologica e geopolitica composta da chi odia Israele

Mentre la fanteria israeliana si muove nei pressi dell’ex insediamento israeliano di Netzarim lungo la strada Salah ad-Din che collega il nord al sud della Striscia di Gaza, approfondendo ulteriormente l’operazione terrestre, continua la diffusione di informazioni riguardo alla situazione umanitaria del territorio amministrato da Hamas. Preoccupano le situazioni degli ospedali in mezzo ai bombardamenti e l’assedio, così come fanno fragore i racconti dei gaziesi costretti al saccheggio dei viveri inviati dalle Nazioni Unite.

C’è una necessità umana di sopravvivenza in un’area tra le più povere del mondo, dove Hamas — l’organizzazione politico-militare terroristica responsabile del brutale attacco del 7 ottobre — da anni governa secondo le regole di un regime militarista e ultra-ideologizzato. Molti dei fondi governativi di Gaza sono utilizzati per il finanziamento di una macchina bellica asimmetrica che, dallo shabat di sangue di inizio ottobre alle costanti attività di infowar e insorgenza di questi giorni, è stata messa in movimento dimostrando capacità e fanatismo. Capacità che contrastano con lo stato della popolazione. Ed è vero che una parte dei problemi di Gaza sta nel rallentamento dei collegamenti imposto da Israele, non solo in questa fase, ma è altrettanto chiaro che le responsabilità della leadership nella mala gestione del territorio è evidente — compreso nell’aver creato quell’isolamento, spingendo l’ideologia come arma per mantenere salda la presa sul potere e disinteressandosi dei reali bisogni della collettività.

Con un tasso di disoccupazione del 47% e con oltre l’80% della popolazione che vive in povertà, se Hamas è stata in grado di finanziare una forza armata di migliaia di membri dotati di razzi e droni, oltre a costruire una vasta rete di tunnel sotto Gaza che sono il dilemma tattico dell’invasione israeliana, allora significa che ha favorito il rafforzamento militare ad altre dimensioni dell’amministrazione pubblica. Va poi detto che se il gruppo fanatico antisemita è in grado di poter costruire un esercito temibile, e di mantenersi, è anche perché riceve varie forme di finanziamento da chi ha interesse a veicolare quell’ideologia e a tenere Israele sotto un costante stato di insicurezza. Aspetto che determina le reali capacità di Gerusalemme di esercitare la propria proiezione geopolitica.

Chi dà fondi a Hamas?

Le fonti di finanziamento a Gaza includono innanzitutto l’aiuto internazionale, che arriva attraverso le agenzie multilaterali (soprattutto quelle onusiane) e dalle attività senza scopo di lucro di dozzine di ong, molte delle quali sono effettivamente terze, sebbene paghino il danno di immagine prodotto da realtà meno trasparenti e più ambigue — parti esse stesse di un sistema che per ideologia o interessi geopolitici lavora contro Israele.

Gran parte dei finanziamenti che arrivano a Gaza è legale, come gli aiuti finanziari del Qatar (veicolati tramite le Nazioni Unite). Dopo il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza nel 2005, Doha — collegata ad Hamas per l’interpretazione dell’Islam ispirata alla Fratellanza musulmana — è diventata un’importante benefattrice, fornendo miliardi di dollari di aiuti finanziari. Nel 2021, è stato raggiunto un nuovo accordo per la distribuzione dei fondi — evitando il cash-flow— attraverso l’Onu. L’emirato finanzia per circa 1,49 miliardi di dollari Gaza secondo un sistema che Doha sottolinea essere totalmente trasparente e coordinato con Israele e Stati Uniti.

L’accordo di due anni fa però ricalca le crescenti preoccupazioni sulla distribuzione di fondi: si teme che Hamas mescoli aiuti civili e umanitari con gli investimenti destinati alle attività militari, e il rischio è dunque che i finanziamenti della Comunità internazionale finiscano per facilitare queste ultime. Altri fondi sono già di partenza di dubbia legalità, tra cui tasse non ufficiali e racket, il contrabbando, il traffico di armi. O ancora il narcotraffico con il Sud America — attività a cui sono dediti anche altri gruppi appartenuti al fronte della resistenza che fa capo ai Pasdaran, piazzato tra Brasile, Paraguay e Argentina a proteggere i traffici anche tramite accordi con i cartelli locali. Secondo le stime, il business criminale frutta circa 450 milioni di dollari a Hamas.

La dimensione parossistica dell’attacco del 7 ottobre ha riportato dunque l’attenzione mainstream su una situazione che da anni chi segue certe dinamiche conosce. Gli appelli in corso per un tracciamento dei fondi rischiano di essere tardivi. Per esempio, sin dal 1990 l’Iran è un grande finanziatore, costante, di Hamas, fornendo attualmente circa 100 milioni di dollari all’anno. Hamas riceve know-how e strumentazioni militari per le Brigate Ezzedim al Qassem — a cui appartengono i miliziani responsabili dei crimini orrendi di settimane fa. Sono i miliziani dell’ala teocratica delle forze armate a occuparsi dei collegamenti — come con altre milizie regionali. In un’intervista di questo mese apparsa su Russia Today TV, l’alto funzionario di Hamas Ali Baraka ha detto che “prima di tutto, è l’Iran che ci sta dando soldi e armi”. L’anno scorso, era stato il leader di altissimo livello Isamil Haniyeh a dire ad Al Jazeera che l’Iran ha pagato 70 milioni di dollari al gruppo per sostenere il proprio piano di difesa — messo in pratica adesso.

Inoltre, Hamas ha ricevuto fondi da partner ideologici in Turchia, Kuwait e Malaysia, e ha avuto donatori anche negli Stati Uniti e in Europa. Si tratta di finanziamenti che arrivano dal settore privato, organizzazioni (spesso mascherate da no-profit) o singoli cittadini. Dal 1995 al 2001, la Holy Land Foundation for Relief and Development ha operato come principale braccio di raccolta fondi degli Stati Uniti di Hamas, inviando più di 12 milioni di dollari “con l’intento di contribuire volontariamente con fondi, beni e servizi a Hamas”, secondo i documenti di valutazione del Tesoro statunitense. Non è chiara la distribuzione di questi fondi.

Ci sono anche prove che Hamas abbia investito in immobili e aziende in tutto il mondo e abbia fatto uso di criptovalute per eludere le sanzioni finanziarie internazionali — come analizzato da un report del Counter Extremism Project. Secondo i dati del Tesoro di maggio 2022, la leadership di Hamas ha investito le proprie entrate (anche a interesse personale) in un portafoglio di investimenti internazionali del valore di 500 milioni di dollari: immobili e altre attività di società riconducibili a loro sono piazzate in Algeria, Arabia Saudita, Sudan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

La lotta in Italia

È alla luce di questo quadro emerso in modo esplosivo e imbarazzante dopo l’assalto di Hamas che ha surriscaldato la crisi israelo-palesinese, che anche il governo italiano ha immediatamente deciso di rafforzare le misure di sicurezza. Le possibili minacce sono molte: azioni contro target legati a Israele o all’ebraismo (sinagoghe, ambasciate, interessi commerciali), lupi solitari, cellule islamiste, infiltrazioni di elementi pericolosi attraverso i flussi migratori, propaganda per fare proseliti sul web e nelle carceri, gruppi pro-Hamas. È stata aumentata la vigilanza. Ma anche la condivisione di informazioni con gli alleati e i partner, comprese con le strutture analoghe dei Paesi del Medio Oriente, e l’analisi dei movimenti bancari.

Particolare attenzione viene posta sui gruppi palestinesi storicamente attivi sul territorio nazionale. Si tratta di associazioni che fanno riferimento a diverse fazioni e che hanno diverse modalità di difendere la causa. In passato alcuni degli esponenti sono stati accusati di raccogliere fondi per finanziare Hamas. Tra questi c’è Mohammad Hannoun, architetto stabilitosi a Genova e presidente di un’associazione di palestinesi in Italia, sospettato dall’antiriciclaggio di finanziare Hamas attraverso le sue associazioni e amici di diversi esponenti del Movimento 5 Stelle (come l’ex deputato Alessandro Di Battista). Nella cosiddetta “World check list”. La sua associazione è “sospettata di essere una copertura di Hamas; presunta rappresentante italiana dei Fratelli musulmani; sospettata di essere coinvolto, in tutto o in parte, nell’appropriazione indebita di fondi di beneficenza per finanziare l’attività terroristica di Hamas in Medio Oriente”, come ha scritto La Verità.

A luglio di quest’anno il ministero della Difesa di Israele aveva chiesto all’Italia il sequestro di 500.000 dollari che sono stati trasferiti da Hamas ad Hannoun. Una misura restrittiva che però al momento sembra non aver trovato riscontri nel nostro Paese, ha scritto nei giorni scorsi Linkiesta. “Da luglio infatti nessuna Procura, né quella Nazionale Antimafia e Antiterrorismo né quella di Genova, ha agito dando seguito alla richiesta israeliana e dalle parti della Guardia di Finanza nessuno sa nulla”, si legge. “Anche per questo motivo Hannoun è libero di organizzare in queste ore manifestazioni a Milano e Genova che inneggiano all’Intifada fino alla vittoria e lanciare una nuova colletta per Gaza, che già in queste ore sta raccogliendo denaro sul suolo italiano”, continua il giornale.

Hannoun, noto ai servizi di intelligence di mezza Europa e di Israele, ha partecipato alla conferenza “Per una pace vera, per una pace giusta fermare la terza guerra mondiale” tenutasi a Roma nel fine settimana (e prontamente rilanciata dai media statali russi). Ha aperto il suo intervento mandando un saluto a “tutti i combattenti” che ovunque nel mondo si battono contro “il regime di apartheid israeliano, sionista, imperialista”.

In una recente intervista all’organo di informazione italo-palestinese Infopal, aveva definito Israele come “dei colonizzatori, dei suprematisti, dei razzisti” aggiungendo che “nel mondo multipolare” – definizione che rimanda chiaramente ai progetti revisionisti di Russia e Cina – non ci sarà posto per loro”. Aveva commentato così l’operazione di Hamas: “Noi ci atteniamo al concetto di Resistenza prevista dalla legalità internazionale”, “abbiamo imparato dalla Resistenza italiana ed europea con tutti i tipi di lotta”. Non aveva condannato la strage di civili ma anzi sottolineato che chi “rimane nella terra altrui” non può “lamentarsi di venire colpito dai combattenti della Resistenza”.

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