È morto ieri Alfredo Mantici. Nato a Roma nel 1950, laureato in medicina, ha frequentato l’Accademia Navale di Livorno, ha prestato servizio in Marina, poi è entrato nel 1979 al Sisde dove è stato direttore della divisione Analisi e documentazione e vicedirettore della divisione Relazioni estere. Pubblichiamo un estratto dal suo libro “Spy games. Le più grandi operazioni d’intelligence della storia” (Paesi Edizioni)

Basta. Non se ne può più. Il cinema, la novellistica e il giornalismo all’ingrosso hanno compiuto negli ultimi decenni una vera e propria character assassination ai danni di una figura professionale che si è ben conquistata un posto d’onore nella storia: l’agente segreto, o meglio il funzionario dell’intelligence. O, peggio, lo 007 con la barba finta. L’ennesimo colpo al buon nome e all’immagine delle spie lo ha dato l’ultima versione di James Bond, quel Daniel Craig che, con i suoi vestitucci attillati e la sua smorfia permanente e arrogante da bullo di periferia, dovrebbe essere chiamato a risarcire in sede civile il danno d’immagine recato a una nobile categoria di professionisti.

Guardate invece i veri volti dei funzionari dell’intelligence: vecchi ritratti in bianco e nero dove questi signori, con le loro facce da professori, da impiegati, da avvocati, pur con le loro sembianze anonime hanno cambiato il corso della storia contemporanea, salvando centinaia di migliaia di vite umane e contribuendo – tra le altre cose – alla sconfitta d’ideologie aberranti come il nazismo. E lo hanno fatto senza saltare su treni in corsa e senza lanciarsi dai carrelli delle gru, ma usando soltanto il loro cervello. Come?

Adesso lo vediamo. Caso celebre è quello dell’inglese Ewen Montagu, ufficiale di complemento della Royal Navy. Insieme al suo collega Charles Cholmondeley, seduti in una stanzetta nei sotterranei di Whitehall – sede del Twenty Committee che sovrintendeva alle operazioni di disinformazione e di «riciclaggio» degli agenti nazisti catturati in Gran Bretagna – i due concepiscono un’operazione di disinformazione ai danni del Terzo Reich di Adolf Hitler per rendere più sicura l’invasione della Sicilia, prevista per l’estate del 1943.

Il piano prevede uno scambio d’identità tra un senzatetto e un ufficiale: la trasformazione cioè del vagabondo gallese Glyndwr Michael, o meglio del suo corpo, nel cadavere del maggiore William Martin dei Royal Marines, membro dello Stato Maggiore Imperiale.

I due ufficiali, una volta concepito il piano, prendono possesso del cadavere di Michael (che nessuno reclama), lo mettono nel congelatore della morgue, l’obitorio dell’ospedale Saint Bartholomew di Londra, e attendono il momento adatto per scaricarlo sulle coste spagnole. Alla salma è stata attaccata una borsa contenente documenti falsi, ma al tempo stesso «autentici», in quanto scritti su carta intestata con l’autorizzazione di tutti i vertici delle forze armate, a dimostrare inequivocabilmente che lo sbarco in Sicilia sia solo una finta per nascondere ai tedeschi i veri obiettivi dell’invasione del Sud Europa: ovvero la Corsica e la Grecia.

Scaricato il povero barbone in un’area dove è noto il pullulare di spie tedesche, i due uomini dell’intelligence affidano al maggiore Martin il compito di salvare la forza d’invasione in Sicilia, nel quadro di quella che hanno denominato in modo un po’ macabro Operazione Mincemeat, «carne trita».

I tedeschi, come da copione, mettono le mani sui documenti del falso maggiore della Royal Navy. cadono nella trappola: esaminandoli, si convincono della loro bontà e quindi ordinano l’invio immediato di rinforzi in Sardegna, Corsica e Grecia, sottraendo così alcune divisioni al fronte orientale.

In seguito a questa mossa, Hitler ha addirittura un battibecco con Benito Mussolini, il quale insiste che è la Sicilia a dover essere presidiata, mentre il Fuhrer sostiene che sia inutile perché ha le prove che gli alleati stanno per essere sbarcati altrove. Tutti sappiamo come andrà a finire: lo sbarco in Sicilia è quasi una passeggiata per gli alleati che, non trovando resistenza sulle spiagge, in poche settimane arrivano sulla penisola.

Questo è il primo dato che merita di essere sottolineato: un’operazione di «intelligence» concepita da persone «intelligenti», spregiudicata nelle forme e negli strumenti ma estremamente cauta e meticolosa nella preparazione, non soltanto ha contribuito a far vincere la guerra agli alleati, ma anche a salvare innumerevoli vite umane.

Gabriele Carrer ricorda Duccio Mantici, il suo humour inglese e la sua disponibilità, e lo ringrazia ancora una volta per il suo contributo per la prima puntata di 00Podcast.

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