Avviare adesso una campagna di scontro con l’Arabia Saudita, dopo aver gareggiato, sarebbe sbagliato e rancoroso, improduttivo e poco lungimirante. Tra l’altro vanificherebbe l’impegno del team che ha curato la candidatura italiana e la sfida in cui abbiamo accettato di competere

L’Expo 2030 non va a Roma, ma a Riad. L’Italia non ha vinto, ha ottenuto pochissimi voti dal Bureau International des Expositions (Bie), l’organizzazione intergovernativa che gestisce le esposizioni universali (o Expo). Roma meritava di più? Certamente.

Tuttavia, se appare inutile adesso calcare sulle polemiche, ancora di più lo è avviare una campagna di scontro con Riad. Italia e Arabia Saudita sono alleate nel Mediterraneo allargato e non sarà quanto successo a Parigi oggi pomeriggio a dividerle.

Denigrare l’Arabia Saudita adesso, dopo aver gareggiato, sarebbe sbagliato e rancoroso, improduttivo e poco lungimirante.  Tra l’altro vanificherebbe l’impegno del team che ha curato la candidatura italiana e la sfida in cui abbiamo accettato di competere.

Ciò che resta adesso (ancora una volta: peccato per la sconfitta!) è di lavorare affinché la presenza italiana all’Expo sia proficua, sia motivo di orgoglio e foriera di opportunità. Creandoci i nostri spazi, sfruttando le circostanze. E tra queste c’è la possibilità di lavorare non contro, ma con Riad.

L’Arabia Saudita è un Paese in crescita, lanciato sulla scena internazionale, che affronta una complessa fase di transizione. All’interno di essa, sta cercando di approfondire le relazioni con alcuni attori internazionali, e abbiamo già visto negli scorsi mesi come tra gli interessi del regno ci sia anche l’Italia.

E per l’Italia, il regno saudita è altrettanto un interesse. Perché è un polo geopolitico in Medio Oriente, perché è un attore economico-commerciale di primo piano, perché è il centro culturale del mondo arabo. Ragioni per cui tutto l’impegno è quello di evitare qualsiasi campagna di scontro, ma piuttosto partire da ciò che è accaduto per costruire.

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