Nei giorni trascorsi la Santa Sede ha fatto sapere che il segretario per i rapporti con gli Stati ha ricevuto una chiamata del suo omologo iraniano. Ora si apprende di una conversazione tra papa Francesco e il presidente iraniano Raisi. Il Vaticano oggi, come in altre situazioni precedenti, essendo refrattario alla guerra, interloquisce per cucire, non per tagliare. È nella sua intima natura e forse missione. La riflessione di Riccardo Cristiano

Per fermare una guerra occorre capire tra chi si combatta. Oggi il ruolo dell’Iran appare evidente ma – forse – non pienamente. Nei giorni trascorsi la Santa Sede ha fatto sapere che il segretario per il rapporti con gli Stati – diciamo il ministri degli esteri del papa – ha ricevuto una chiamata del suo omologo iraniano. Ora si apprende di una conversazione tra papa Francesco e il presidente iraniano Raisi. Il Vaticano, mi sembra plausibile dedurlo, oltre ad aver capito tra chi si combatte, è anche tra i pochi che ha relazioni con i grandi belligeranti, e quindi anche con l’Iran. Oggi, come in altre situazioni precedenti, la sua diplomazia, essendo refrattaria alla guerra, interloquisce per cucire, non per tagliare. È nella sua intima natura e forse missione.

C’è un illustre precedente che spiega bene cosa a mio avviso starebbe avvenendo o tentando in queste ore in Vaticano. Questo precedente risale al 1962. È la crisi cubana. Il Paese caraibico si era schierato con Mosca, e il 14 ottobre il presidente degli Stati Uniti, Kennedy, venne informato dalla Cia della presenza a Cuba di missili a medio raggio, con relativi sistemi di lancio. Dunque, coi missili alle porte degli Stati Uniti, basterebbero 40 secondi perché un missile lanciato da una di quelle postazioni raggiungesse il territorio americano – 40 secondi di tempo per rilevare il lancio, allertare la protezione civile, mettere in allarme la popolazione perché cerchi un rifugio. 40 secondi prima di morire!

Ha scritto Simone Valtorta rievocando quei giorni, i giorni in cui si apriva il Concilio Vaticano II: “Valutata la gravità della minaccia, Kennedy ordina il blocco navale di Cuba, chiedendo la rimozione dei missili; in caso contrario si vedrebbe costretto ad attaccare l’isola (provocando di fatto la reazione sovietica e quindi, molto probabilmente, lo scoppio di una guerra nucleare). Nel frattempo, venticinque navi sovietiche si stanno avvicinando a Cuba. Il 24 ottobre, le navi della 2° Flotta della Marina degli Stati Uniti raggiungono il Mar dei Caraibi, e contemporaneamente vengono messi in allarme l’Esercito e l’Aviazione; la Marina sovietica tiene le proprie forze vicino alla zona calda, evitando però qualsiasi atto di provocazione. L’isteria si impadronisce della gente. Si scavano improbabili rifugi antiatomici nei giardini, mentre la televisione avvisa: se si sentono le sirene d’allarme, gettarsi a terra e coprirsi con una coperta o un lenzuolo, per evitare le radiazioni di un’eventuale esplosione atomica. Sono giorni di tensione spasmodica, tutto sembra precipitare nel baratro di un conflitto nucleare devastante. Stati Uniti e Unione Sovietica non si parlano, tutti i canali di comunicazione sono stati sigillati. La tensione sale alle stelle ed il mondo rimane con il fiato sospeso”.

Molti storici hanno scritto che fu Kennedy stesso – cattolico – a chiedere a papa Giovanni XXIII di fare da ponte con il Cremlino e che il papa ne fu profondamente toccato. Nacque così il famoso radiomessaggio di papa Roncalli, consegnato prima agli ambasciatori di Washington e Mosca e poi trasmesso da Radio vaticana alle ore 12 di giovedì 25 ottobre. Eccolo:

«“Signore, ascolta la supplica del Tuo servo, la supplica dei Tuoi servi, che temono il Tuo nome” (Neemia, 1, 11).

Questa antica preghiera biblica sale oggi alle nostre labbra tremanti dal profondo del nostro cuore ammutolito e afflitto. Mentre si apre il Concilio Vaticano II, nella gioia e nella speranza di tutti gli uomini di buona volontà, ecco che nubi minacciose oscurano nuovamente l’orizzonte internazionale e seminano la paura in milioni di famiglie.

La Chiesa – e Noi lo affermavamo accogliendo le ottantasei Missioni straordinarie presenti all’apertura del Concilio – la Chiesa non ha nel cuore che la pace e la fraternità tra gli uomini, e lavora, affinché questi obiettivi si realizzino. Noi ricordiamo a questo proposito i gravi doveri di coloro che hanno la responsabilità del potere. E aggiungiamo: “Con la mano sulla coscienza, che ascoltino il grido angoscioso che, da tutti i punti della terra, dai bambini innocenti agli anziani, dalle persone alle comunità, sale verso il cielo: Pace! Pace!”.

Noi rinnoviamo oggi questa solenne implorazione. Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze.

Che continuino a trattare, perché questa attitudine leale e aperta è una grande testimonianza per la coscienza di ognuno e davanti alla storia. Promuovere, favorire, accettare i dialoghi, a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira la benedizione del cielo e della terra.

Che tutti i Nostri figli, che tutti coloro che sono segnati dal sigillo del battesimo e nutriti dalla speranza cristiana, infine che tutti coloro che sono uniti a Noi per la fede in Dio, uniscano le loro preghiere alla Nostra per ottenere dal cielo il dono della pace: di una pace che non sarà vera e duratura se non si baserà sulla giustizia e l’uguaglianza. Che a tutti gli artigiani di questa pace, a tutti coloro che con cuore sincero lavorano per il vero bene degli uomini, vada la grande benedizione che Noi accordiamo loro con amore al nome di Colui che ha voluto essere chiamato “Principe della Pace” (Isaia, 9, 6)».

Se questa sia la chiave per capire la diplomazia vaticana nell’attuale contesto mondiale dipende dalla propria lettura di chi siano i principali belligeranti, oggi non individuati nella chiarezza dei fatti come ieri. Io credo che il Vaticano lo abbia capito. Per questo mi sembra che gli atti di Francesco corrispondano ad una Pacem in Terris (l’enciclica giovannea di allora) dispiegata nell’azione diplomatica. Ho letto che secondo alcuni sarebbe più giusto tradurre “Pacem in Terris”, con “Pace sulle terre”, piuttosto che sulla terra. Forse un dettaglio, ma è interessante. Soprattutto oggi.

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