Javier Milei promette una nuova Argentina. La sua è un’elezione che si “avvicina all’esperienza europea. Infatti, sia Argentina sia Europa non hanno più radici. Per cui, l’elettorato decide di affidare la propria fiducia a colui che alza di più la voce”. L’analisi di Camillo Robertini, professore dell’Universidad Nacional de General Sarmiento di Buenos Aires

La sua esultanza è un segno distintivo e premonitore. Rocambolesca. Rockettara. Scatenata. Libera dal formalismo istituzionale. Istintiva, come lo sfogo, l’atteggiamento populistico che disconosce il ruolo dei partiti tradizionali e la mediazione che sono chiamati ad esercitare tra volontà popolare e rappresentanza politica. Tra immediatezza voluta dal basso e la necessaria direzione che dev’essere elaborata dall’alto. Pena, il potere all’antipolitica.

E Javier Milei, il neo presidente argentino, non lo nega affatto. Anzi, conferma e rivendica la propria adesione all’anarcocapitalismo e con la sua motosega promette un taglio netto alla spesa pubblica e di ridurre al minimo l’intervento dello Stato. Il suo è un libertarismo militante. La sua vita privata e le dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni ne sono la riprova. Cinque cani battezzati con i nomi dei suoi economisti preferiti, la volontà di abolire la Banca centrale e di avviare la dollarizzazione dell’economia, la giustizia sociale liquidata come “un concetto aberrante” e il rifiuto di aderire ai Brics.

Eppure, El loco ha vinto. Dal 10 dicembre, l’outsider sarà ufficialmente il nuovo Presidente dell’Argentina. Ora, il punto è capire l’origine del suo successo. Com’è potuto accadere? Ne parliamo con Camillo Robertini, professore dell’Universidad Nacional de General Sarmiento di Buenos Aires e visiting professor presso il Centre de Recherche et de Documentation sur les Ameriques (Creda) della Université Sorbonne Nouvelle.

Da chi è composto quel 55% che ha concesso la vittoria a Milei? È possibile rintracciare anche un pezzo della working class?

In un certo senso, l’elezione di Milei avvicina l’esperienza argentina a quella europea. Infatti, entrambe non hanno più radici. Per cui, l’elettorato decide di affidare la propria fiducia a colui che alza di più la voce. Un po’, rievoca ciò che è accaduto in Francia, ma anche in Italia con il protagonismo di Grillo e Meloni. Milei non aveva un apparato di partito dietro, e nel giro di 4-5 anni di esposizione mediatica è riuscito ad arrivare alla guida del Paese. Dall’Ottantacinque in poi, in Argentina, il quadro politico era abbastanza chiaro. C’era il peronismo, nelle sue declinazioni di destra e di sinistra, e il radicalismo, poi divenuto centro-destra. Ecco, Milei rompe quello schema, lo sovverte in veste di terza forza superando l’idea di blocco sociale e rivolgendosi a tutti gli argentini. Il suo messaggio è inequivocabile: proveniamo da 70 anni di decadenza, a causa del peronismo, ma le ricette ultraliberiste e libertarie ci consentiranno di crescere. Insomma, prosperità per tutti. Alla base di questo, c’è un evidente rifiuto della lezione umanistica della rivoluzione francese: gli uomini sono tutti uguali. Per Milei non è così, perché per il neopresidente la giustizia sociale è un’aberrazione. E il Papa che parla di uguaglianza sociale è il maligno in tierra. In breve, vi è una parte della popolazione che ha scelto inizialmente Milei, parliamo del 30%, ed è aumentata quando bisognava scegliere tra lui e Sergio Massa.

L’inflazione ha giocato un ruolo determinante in questa tornata elettorale…

Indubbiamente. L’economia argentina accumula il 140% di inflazione su base annua, ed è una delle letture che aiutano a comprendere il senso di scollamento della società rispetto alla propria classe politica. Non è un caso, che alla prima tornata elettorale sia il peronismo che il centro-destra non abbiano sfondato. Il centro-destra era vincolato all’ex presidente Mauricio Macri, ovvero a una opzione politica già collaudata, riconducibile all’establishment. Milei, invece, pur non essendo un outsider (in quanto già deputato e beneficiario dell’endorsement dei grandi gruppi imprenditoriali, della stampa, del presidente della Fiat argentina) è stato percepito come tale. Perciò rispondo alla tua precedente domanda: che cosa fa la classe operaia? Lo vota? Ebbene, sì. Perché Milei è riuscito a presentarsi come un elemento di discontinuità rispetto alla vecchia classe politica, e come la giusta soluzione per ripianare una situazione economica disastrosa. Il suo antagonista, Sergio Massa, è l’attuale Ministro dell’economia, praticamente emblema e sinonimo di stagnazione e continuità. Piuttosto che continuare a percorrere la vecchia strada, gli argentini hanno preferito l’ignoto, elemento di fantasia e spesso speranza illusoria.

Come cambieranno i rapporti bilaterali tra Argentina e il Brasile di Lula?

Bisogna separare quello che è stato il suo discorso elettorale, assolutamente contradditorio (del tipo: venderemo organi e armi, salvo poi rimangiarsi tutto durante il ballottaggio) e la realtà delle cose. Sicuramente, Milei rafforzerà il posizionamento dell’Argentina nello schema atlantico, quindi nello schema noramericano, e stroncherà qualsiasi “tentativo d’uscita bolivariano”. Non credo che le sue promesse in merito alla rottura dei rapporti con Cina e Brasile siano realizzabili. Il Brasile è il primo partner commerciale dell’Argentina, e stessa cosa dicasi per Pechino. L’Argentina produce soia, litio, e i cinesi sono affamati di soia, di carne e di grano. La realpolitik prevarrà sullo stato delle affinità politiche. Non dimentichiamo, che al prossimo governo prenderanno parte i rappresentati del centro-destra di Macri e di Patricia Bullrich, i quali attenueranno le posizioni del nuovo premier.

Sfumerà anche il sogno di un ingresso nei Brics?

Diciamo che sarà un tema di discussione. Addirittura, nei mesi precedenti, si parlava di un mercato comune con il Brasile. La linea di Milei è ostinatamente atlantista, però dal punto di vista della politica internazionale non è un esperto, quindi bisognerà capire a chi verrà affidato il dicastero degli Esteri. Gli Usa sono un attore importante in Sudamerica, ma dagli anni ‘90 in poi la Cina svolge un ruolo fondamentale, e non penso che manderanno all’aria accordi di natura economico-finanziaria in virtù di pregiudizi ideologici.

E per quanto riguarda la proposta di dollarizzazione dell’economia?

Pur attraversando mille contraddizioni, i precedenti governi hanno garantito un sistema sanitario pubblico di qualità, l’istruzione gratuita e la mobilità sociale. Ma dal 2015 si sono succeduti “anni secchi”, e l’afflusso di dollari è diminuito, ergo si è riflesso sulla difficoltà di mantenere un paradigma di stato fondato sui sussidi e sull’intervento in economia. La proposta di dollarizzazione, ricorda il processo di convertibilità attuato negli anni ’90, col rapporto uno a uno, peso-dollaro. Una grande operazione a discapito dei salari e dei dipendenti pubblici. La dollarizzazione comporterebbe una feroce svalutazione del peso, favorirebbe determinate categorie, come le grandi imprese, mentre i lavoratori dipendenti vedrebbero crollare il proprio potere di acquisto sotto la soglia di povertà.

Con la retorica dello Stato minimo, Milei intende consegnare le dinamiche della contrattazione, del funzionamento dello Stato ai privati. Prevedo un’Argentina ancora più isolata. Milei ha già annunciato che la sua svolta neoliberale si tradurrà, nell’immediato, in un programma di privatizzazioni della televisione e della radio pubblica. Senza contare che bisognerà riprendere le negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale, perché la situazione economica è al limite.

 E l’opposizione?

Queste elezioni attestano la fine della compagine peronista più vicina a Cristina Fernández de Kirchner, la quale ha governato il Paese dal 2006 al 2015, e dal 2019 fino al 2023. Soprattutto, hanno fatto saltare il bipolarismo che vigeva dal 2001. Peronismo vs radicalismo. Centro-destra vs Centro-sinistra. Dal 10 dicembre, la vice presidente potrà essere nuovamente inquisita, dato che sulla sua testa pendono diversi procedimenti giudiziari. Una resa dei conti. In più, ci sarà una forte politicizzazione del passato e un forte negazionismo del passato dittatoriale. Queste sono le uniche cose certe. Il resto rimane un enorme punto interrogativo.

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