Annunciando l’accordo ostaggi-tregua, il premier israeliano ha fatto sapere che l’intelligence ha ricevuto istruzioni per colpire i leader dell’organizzazione “ovunque si trovino”. Ecco cosa rivela la mossa

“Ho dato istruzioni al Mossad di colpire i leader di Hamas ovunque si trovino”. Con queste parole Benjamin Netanyahu ha voluto lasciar intendere che Israele potrebbe prendere di mira i capi dell’organizzazione terroristica al di fuori di Gaza. Potrebbero essere i primi segnali di un cambiamento nella risposta di Israele all’assalto del 7 ottobre scorso: dopo gli attacchi su Gaza, le operazioni mirate contro i vertici di Hamas? Vedremo.

Il primo ministro ha pronunciato queste parole mercoledì sera nel discorso in cui ha difesa l’accordo sugli ostaggi che prevede una pausa di quattro-nove giorni nella guerra di Gaza. “È stata una decisione difficile, ma giusta”, ha dichiarato Netanyahu.

La luce verde data al Mossad ha ricevuto il plauso della destra israeliana. Preoccupate, invece, le famiglie degli ostaggi, che temono contraccolpi sulle trattative. Quello di Netanyahu, però, è anche un avvertimento ai leader di Hamas che hanno trovato riparo (e lussi) in Qatar, Turchia, Qatar, Libano, Iran e Siria. E, tuttavia, nelle sue parole sembra esserci anche un messaggio al Mossad guidato da David Barnea (nella foto con il primo ministro), che era favorevole a un accordo a differenza di Yoav Gallant, ministro della Difesa, come spiegato dal New York Times.

Nei giorni successivi all’attacco del 7 ottobre, il Mossad e lo Shin Bet avevano istituito una nuova unità speciale con lo scopo specifico di individuare e uccidere i leader militari di Hamas, in particolare la Brigata Nukhba, reparto d’élite di ritenuto responsabile dei massacri nei kibbutz. Il nome della nuova unità è Nili, l’acronimo della frase ebraica “Netzah Yisrael Lo Yeshaker”, tratta dal Libro della Genesi (Samuele) che significa “La gloria di Israele non mentirà”. Si tratta però anche di un riferimento a un’organizzazione segreta di spionaggio israeliana che operava in chiave filo-britannica in Palestina durante la Prima guerra mondiale.

Israele ha una lunga tradizione di operazioni mirate. Molte di queste sono state raccontato da Ronen Bergman, firma di Yedioth Ahronoth e del New York Times, in “Rise and kill first” (pubblicato in Italia da Mondadori con il titolo “Uccidi per primo”), un volume di quasi 800 pagine, in cui l’autore ricostruisce, con interviste esclusive a uomini di Stato e agenti dell’intelligence, i cosiddetti “omicidi mirati” condotti da Israele contro il terrorismo palestinese e le organizzazioni terroristiche antisraeliane come Hamas, Hezbollah o il Movimento per il jihad islamico in Palestina.

Il caso più noto è quello ordinato dall’allora primo ministro Golda Meir con l’Operazione Ira di Dio, in vendetta al massacro perpetrato da Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Servirono due decenni per completare l’eliminazione di tutti i responsabili di quell’attacco.

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