Il gas è 80 volte più potente della CO2 nel breve termine e ridurne le emissioni è una delle soluzioni più rapide e attuabili per rallentare il riscaldamento globale. Persino Pechino si è aggiunta alle oltre 150 capitali che condividono questo obiettivo. Trasformalo in azione sarà una delle sfide della Conferenza Onu di Dubai

Una svolta sulle emissioni di metano è tra gli obiettivi più raggiungibili della Cop28, il vertice sul clima di Dubai, oggi al fischio d’inizio. Il tema cresce dal 2021, quando Unione europea e Stati Uniti strinsero un Patto sul metano – impegnandosi a ridurre le emissioni del 30% entro il 2030 – in vista della Cop26. Oggi i Paesi che lo sottoscrivono sono 152, e Washington ha da poco “agganciato” anche Pechino, che ha appena aggiunto la voce metano al suo piano climatico nazionale. Ora la sfida è trasformare la volontà in impegni concreti, obiettivo che si è posto anche il presidente della Cop28 Sultan al Jaber.

C’è una sfilza di buone ragioni per cui il mondo sta alzando l’ambizione in questo settore. Il primo è l’urgenza. Nei primi dieci mesi di quest’anno le temperature medie globali si sono aggirate attorno a 1,4°C in più rispetto alla media preindustriale, così alte che l’Organizzazione meteorologica mondiale ha avuto dati a sufficienza per dichiarare il 2023 l’anno più caldo mai registrato, anche se manca ancora un mese alla sua conclusione.

Il grosso dell’effetto serra si deve alla CO2, che rimane intrappolata in atmosfera per secoli e contribuisce all’effetto serra. Il metano, invece, si dissipa nel giro di un decennio, ma nel suo breve ciclo di vita intrappola ottanta volte più calore. Abbattere queste emissioni aiuterebbe molto a rallentare il riscaldamento globale, e il secondo motivo per cui ha senso intervenire a gamba tesa è che è (relativamente) facile farlo: abbiamo già tutti gli strumenti necessari per trovare e mitigare le emissioni di metano, e sono anche economici, come rileva l’Economist.

Quasi il 30% del metano in atmosfera arriva dall’industria petrolifera e del gas sotto forma di perdite da oleodotti e gasdotti, pozzi e serbatoi di stoccaggio, nonché da sfiati e combustioni intenzionali di gas naturale. Problemi risolvibili con soluzioni a bassa tecnologia, come nuove valvole, e alta tecnologia, come ha dimostrato il gigante energetico Equinor adattandosi al divieto di fare flaring (bruciare il metano in eccesso) imposto dal governo norvegese nel 1971 con un mix di soluzioni, tra cui l’utilizzo di energia rinnovabile per alimentare le piattaforme di estrazione. Per l’Iea, se tutti facessero così, le emissioni da estrazione calerebbero del 90%.

Un impegno cinese andrebbe a limitare anche la quantità di metano liberata dall’estrazione del carbone, seconda fonte in Cina dopo l’agricoltura – che a sua volta è la prima fonte negli Stati Uniti, mentre nei Paesi come l’Indonesia sono le biomasse che marciscono. Le origini sono molteplici, ma a monte ci sono netti salti in avanti nel monitoraggio dell’atmosfera grazie ai satelliti e altri sensori sempre più abili nell’identificare gli emettitori del gas (i risultati del monitoraggio hanno portato alcune compagnie petrolifere a lanciare una campagna per screditare i risultati delle ricerche).

Oltre alla Cina, anche gli Stati Uniti dovrebbero presentare una legge per codificare gli sforzi contro le emissioni di metano. L’Unione europea l’ha appena fatto con un’ambiziosa serie di norme sulle emissioni di metano che riguardano sia l’energia nazionale che quella importata. Bruxelles sta anche invitando gli altri Paesi della Cop28 a istituire un fondo globale dedicato alla riduzione del metano per aiutare i Paesi emergenti nella lotta alle emissioni, cosa su cui lavora anche la Banca Mondiale.

Lo slancio è chiaro. Gli Emirati Arabi Uniti stanno spingendo attivamente per un accordo sul metano, che sperano di raggiungere grazie al supporto di Usa e Ue. Essenziale che lo sforzo intercetti anche Algeria, Iran, Kazakistan, Russia e Turkmenistan, che ad oggi non sono parte del Patto sul metano e che secondo uno studio di Science del 2022 sono (assieme agli Usa) la casa della maggior parte degli “ultra emettitori” di metano, che a loro volta sono soprattutto le compagnie petrolifere nazionali – come la Adnoc emiratina presieduta dallo stesso Al Jaber – che detengono la maggior parte degli idrocarburi del mondo.

Come raccontano le fonti dell’Economist, il presidente della Cop28 ha incontrato i leader delle aziende del settore privato e delle altre compagnie petrolifere nazionali in vista del vertice, esercitando “una forte pressione sui suoi colleghi” affinché accettassero un accordo. Le certezze sono poche, i buoni auspici in crescita: anche a livello industriale le grandi compagnie petrolifere occidentali, che spesso gestiscono i giacimenti insieme alle compagnie petrolifere nazionali dei Paesi emergenti, sarebbero pronte – dopo una certa riluttanza – “a offrire assistenza tecnica e finanziaria per ridurre le perdite di metano”. Dopo tutto, il metano che non viene espulso o bruciato può essere rivenduto come combustibile: win-win.

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