Tra crisi geopolitiche e transizione energetica, mutano flussi energetici e prospettive di sviluppo. E il Mare Nostrum si rivela sempre più centrale. Ecco cosa rileva il quinto rapporto “Med & Italian Energy Report” presentato oggi al Parlamento Ue

Serve catturare un’istantanea dell’intersezione tra geopolitica ed energia per mappare le traiettorie delle scelte europee. Questo l’obiettivo del quinto rapporto “Med & Italian Energy Report” di Srm, centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e l’Esl@Energy Center del Politecnico di Torino, presentato mercoledì al Parlamento europeo dal direttore di Srm Massimo Deandreis e il direttore scientifico di Esl Ettore Bompard.

I contenuti hanno fornito la base per una discussione sulla sicurezza geopolitica e la sostenibilità sulla strada della transizione, aperta da Stefano Grassi, capo di gabinetto della Commissaria europea per l’energia Kadri Simson – l’architetto del pacchetto RePowerEU, adottato dal Vecchio continente all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, a sua volta uno degli shock esterni che (assieme al ricatto energetico di Vladimir Putin ai danni dell’Europa) sta ridisegnando l’approccio strategico Ue in materia di energia.

Come evidenzia il rapporto, l’Europa è appunto l’area mondiale con il maggior grado di dipendenza energetica, al 55,5% (per prospettiva, la Cina si attesta al 20% e gli Stati Uniti sono totalmente autosufficienti). Nel mix energetico europeo dominano le rinnovabili (38%) ma spicca il ruolo del gas naturale (salito al 20%). Prima della guerra il 41,1% arrivava dalla Russia, ma quella quota è scesa al 10% nel 2022 e al 6% nei primi 9 mesi del 2023.

Strumentale, in questa diminuzione, il ruolo dell’Italia, Paese che peraltro presenta il più alto grado di dipendenza energetica con il 73,5% (la nucleare Francia si attesta al 44,2%) e si affida al metano per il 54% della sua generazione di energia elettrica (con le rinnovabili al 35%). Cambia la provenienza: al crollo delle importazioni russe (da 28,4% nel 2020 a 2,4% oggi) si è accompagnato un aumento di quelle algerine (dal 12% nel 2020 a 20,2% oggi), cosa che ha “rappresentato uno spostamento del baricentro energetico da est a sud, ridando centralità al Mediterraneo”.

Non è il solo dato che cattura l’importanza del Mare Nostrum per gli equilibri energetici europei. In tema di idrocarburi, la sponda europea e orientale del Medterraneo dipendono da quella sud per il 18% e il 27% delle importazioni complessive di petrolio e gas. Mentre la maggioranza della generazione di energia rinnovabile (76%) è localizzata nella sponda nord, con il 18% in Turchia e il 3,6% in Nord Africa, a indicare il potenziale di crescita di quell’area – che Roma vuole favorire con collaborazioni nel segno del venturo Piano Mattei, ma anche progetti di respiro europeo come il corridoio dell’idrogeno Nord Africa – Germania.

Cresce in importanza l’Algeria, assieme agli Stati Uniti, per le forniture europee di gas naturale liquefatto: da 11 a 15% e da 26 a 30%, rispettivamente, nel periodo 2021-2023.  E i canali marittimi si rivelano sempre più strategici, considerando che il 10% del traffico mondiale di petrolio e l’8% di quello del gnl transitano dal canale di Suez.

C’è poi l’aspetto commerciale: il 20% del commercio mondiale di petrolio passa dallo Stretto di Hormuz, dove sono appena andate in scena tensioni tra forze statunitensi e Houthi. E i porti, rileva il rapporto, si stanno configurando come veri e propri hub energetici e digitali oltre che logistici. Specie in Italia, dove il 34% del loro traffico è costituito da prodotti energetici. Ma in tutto il Mediterraneo sono “terminali di energie fossili, luoghi di sbocco di pipelines, comunità energetiche, vicini ad industrie ad alta intensità energetica”, rendendoli attori ideali per gli sforzi globali di decarbonizzazione.

Infine, il rapporto pone l’accento anche sull’efficienza energetica – il contraltare spesso ignorato dell’approvvigionamento dove però salta all’occhio la leadership europea rispetto a Cina e Usa: con un consumo complessivo di 58 exajoules, il Vecchio continente genera un pil di quasi 17 trilioni di dollari, mentre l’ex Celeste Impero a parità di pil consuma quasi tre volte tanto e (159 exajoules) e il Nuovo mondo si attesta a 96 exajoules con un pil di 25 trilioni di dollari.

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