Come sia possibile ridare voce e sostanza al progetto ulivista, seppur in versione moderna ed aggiornata, attraverso l’alleanza tra i 5 stelle e un partito di sinistra con una linea politica marcatamente massimalista, diventa francamente un mistero. Mistero politico, come ovvio, e non di fede. Per questi motivi sarebbe consigliabile approfondire la natura e la consistenza del progetto politico di un nuovo Ulivo. Il commento di Giorgio Merlo

Dunque, siamo daccapo. A quasi 30 anni dal suo brillante esordio politico ritorna la proposta – o la provocazione – di un nuovo Ulivo nel campo del centro sinistra. O meglio, della sinistra italiana. Del resto, l’attuale inconsistenza di questo schieramento, chiuso in un recinto fatto da reminiscenze ideologiche, approcci populisti e una plateale cifra politica radicale e massimalista, non può essere interpretata come una chiara, netta e credibile alternativa di governo allo schieramento di centro destra.

E questo per la semplice ragione che nel nostro paese difficilmente una alleanza radicale ed estremista può ambire a diventare una efficace coalizione di governo. Di qui, malgrado le richieste quotidiane di dimissioni di ministri e sottosegretari, le ripetute denunce di imminente svolta autoritaria ed antidemocratica se non addirittura di regressione fascista, la minaccia della compressione delle libertà costituzionali e amenità varie, i sondaggi continuano a ritenere l’alternativa al centro destra poco praticabile se non addirittura ridicola.

Ecco perchè, di fronte ad un quadro poco rassicurante e per nulla ottimistico per le sorti di una potenziale alleanza di sinistra, risorge la proposta di “rifare l’Ulivo”. Certo, la sola ipotesi di rimettere in campo un progetto come quello dell’Ulivo – cioè di una alleanza che aveva una spiccata cultura di governo e che riuscì ad unire le più importanti culture politiche e costituzionali del nostro paese – siglando una alleanza tra la sinistra radicale e massimalista della Schlein con il populismo anti politico e demagogico dei 5 stelle un po’ stride con il progetto ulivista del 1996.

Perchè al di là del profilo del “federatore” in gioco c’è, semmai e al contrario, la credibilità del progetto politico. Forse è bene non dimenticare che quella intuizione nacque anche grazie all’apporto determinante della cultura cattolico popolare e sociale interpretata da Franco Marini e molti altri leader della ex sinistra Dc dell’epoca e della sinistra democratica ex e post comunista dei Veltroni e D’Alema. Oltre al contributo, altrettanto importante e decisivo, di molte altre componenti politiche: dall’area laica e liberal democratica a quella ambientalista, da quella socialista al civismo espressione dei territori e degli amministratori locali.

Insomma, si trattava di un’alleanza tra le storiche culture politiche riformiste e costituzionali e il movimentismo democratico e di governo. E, soprattutto, con una classe dirigente che dava spessore, qualità e lustro all’intero progetto ulivista. Ora, come sia possibile ridare voce e sostanza al progetto ulivista, seppur in versione moderna ed aggiornata, attraverso l’alleanza secca ed organica tra il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle, e un partito di sinistra con una linea politica marcatamente massimalista e con l’apporto del fondamentalismo ambientalista e di alcuni estremismi alla Fratoianni, diventa francamente un mistero. Mistero politico, come ovvio, e non di fede. Per questi motivi, abbastanza semplici ma decisivi, è opportuno che prima di parlare del profilo del “federatore” forse sarebbe consigliabile approfondire la natura e la consistenza del progetto politico di un “nuovo Ulivo”. Il tutto per evitare di creare ulteriore confusione scambiando i desideri con la concreta realtà di tutti i giorni.

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