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Intelligenza artificiale, perché in Italia l’impatto sarà più forte che altrove

Ben vengano regole ferree e precise come il recente Ai act, ma se il cambiamento non sarà accompagnato da una nuova consapevolezza e da veri vantaggi per i lavoratori ci ritroveremo ancora in una seconda rivoluzione industriale mai del tutto superata

Negli ultimi mesi, nel dibattito pubblico italiano, si fa un gran parlare di intelligenza artificiale. Convegni, studi, tavole rotonde si susseguono e anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quello del Consiglio Giorgia Meloni non hanno potuto esimersi dal parlarne nei loro discorsi di fine e inizio anno. Entrambi, hanno messo in evidenza le potenzialità di questa tecnologia, tanto che il Capo dello Stato ha definito l’Ia come il motore di un “progresso inarrestabile”, ma hanno anche voluto evidenziare i motivi per cui si tratti di un fenomeno che va strettamente monitorato e regolato. Oltre, infatti, alla proliferazione di fake news e ai pericoli per la democrazia tanto cari al Capo dello Stato, il pensiero dei due statisti si è rivolto sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro nostrano. In particolare, Giorgia Meloni ha affermato di essere “preoccupata “ a riguardo. Ebbene, per quanto inarrestabile, vi sono vari motivi per cui la riflessione in tal senso andrebbe approfondita.

Partiamo dal presupposto che non vi sono certezze. L’intelligenza artificiale ridurrà certamente la richiesta di lavoro così come la conosciamo oggi, ciò che non è ancora evidente è se il saldo tra posti persi e posti riconvertiti sarà positivo o negativo. La chiave per comprendere il segno di tale saldo è dettata dalla capacità dei lavoratori di convertire le proprie capacità in una forma maggiormente in linea con le aspettative del mercato innovativo.

L’Italia, a tal proposito presenta alcune caratteristiche per cui questo genere di passaggio potrebbe essere quantomeno più difficoltoso che altrove. Iniziamo con gli elementi di carattere anagrafico. L’età media degli italiani a inizio 2023 era secondo Eurostat di 48 anni (la più alta in ambito Ue), mentre anche il rapporto tra over 65 e persone in età lavorativa è il più svantaggiato tra i membri dell’Unione. Se da un lato, l’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a sopperire alla mancanza di mano d’opera, dall’altro è evidente che con una popolazione sempre più matura ci siano rilevanti problemi in termini di inclusione sociale e di capacità di conversione lavorativa dei tanti over 50 (ma non solo) incapaci di reinserirsi nel meccanismo. Il pericolo è quello di creare una vastissima platea di esodati tecnologici che si dovranno gestire e ricollocare.

Il secondo elemento di valutazione è quello delle competenze digitali. A questo proposito, l’Italia di certo non svetta nelle classifiche. L’indice europeo per la digitalizzazione (Desi) ci dice, infatti, che (al 2023) ricopriamo il 18° posto in tale classifica, su 27 Paesi. Se i miglioramenti sono chiari, è però anche palese che in Italia non siano ancora stati affrontati diversi temi strutturali alla base del problema. Diciamo che è un pochino complicato chiedere a chi usa abitualmente lo smartphone al massimo per caricare una storia su Instagram o per usare face app di maturare competenze digitali avanzate. E parliamo probabilmente dei casi più rosei.

Un terzo elemento di freno è dato dal mercato del lavoro italiano che tradizionalmente non favorisce il reinserimento delle persone. Se, infatti, il presunto mister x dovesse superare tanto il limite anagrafico quanto quello delle competenze, riuscendo persino a diventare un soggetto piuttosto appetibile sotto il profilo lavorativo, dovrebbe comunque battersi con un sistema non concepito per favorirlo. Già oggi, infatti, varie aziende denunciano gravi difficoltà nel reperire manodopera qualificata in determinati settori innovativi e questa condizione non potrà certo migliorare, almeno nel breve periodo.

Nella storia umana, la tecnologia ha sempre innovato ponendo il modo di lavorare di fronte a nuove sfide. Ciò che però differenzia questa rivoluzione da quelle precedenti sta nel fatto che mentre le macchine a vapore, ad esempio, andavano ad incidere sul lavoro manuale, effettivamente alleggerendo la vita di molte persone (anche se molti non lo sapevano ancora), l’intelligenza artificiale, invece, produce effetti in gran parte proprio sul lavoro intellettuale che era stato spesso risparmiato. Ora, mentre giornalisti, copywriter eccetera saranno sostituiti da una chat, un barista rimarrà al suo posto. A questo punto la domanda sorge spontanea, non sarebbe meglio introdurre l’Ia solo in quei settori in cui può garantire un importante vantaggio per l’uomo, come sicurezza, medicina o alcuni aspetti di supply chain? La domanda è destinata a non ricevere risposta, anche perché la riduzione del costo del lavoro è spesso una prospettiva fin troppo allettante.

Ben vengano, quindi, regole ferree e precise come sono state abbozzate nel recente Ai act, ma se il cambiamento non sarà accompagnato da una nuova consapevolezza e da veri vantaggi per i lavoratori ci ritroveremo ancora in una seconda rivoluzione industriale mai del tutto superata.

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