L’università texana chiude il campus di Doha. Ragioni complesse che passano dal programma di studi sul nucleare alla postura regionale di Doha e le relazioni col contesto politico interno statunitense

Nei giorni scorsi la Texas A&M (Agricultural and Mechanical) University, terza in ordine di popolazione studentesca in tutto il Paese (fonte: US News & World Report, 2024), ha annunciato di aver avviato la chiusura definitiva entro il 2028 del campus ospitato nella città di Al Rayyan alle porte di Doha, Qatar.

I motivi che vengono ufficialmente addotti a supporto della decisione riguardano la crescente instabilità nella regione, mentre viene energicamente respinto, da parte del presidente Mark Welsh, già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica (2012-6) durante l’Amministrazione Obama, il sospetto che le ragioni reali siano da mettere in relazione con un presunto rischio connesso al programma di studi in ingegneria nucleare offerto agli studenti qatarioti e alla conseguente divulgazione di conoscenza e tecnologia particolarmente sensibili sul piano della sicurezza nazionale. Va detto, peraltro, che forse la preoccupazione maggiore riguardava meno la presenza in Qatar che il fatto in sé che un ateneo così prestigioso potesse rendersi responsabile di fughe di segreti in un ambito così delicato.

Allo stesso modo, le autorità di Texas A&M negano che il provvedimento sia stato adottato in conseguenza della pressione volta a rivedere i rapporti con Doha in quanto vicina ad Hamas ed esercitata congiuntamente dall’ala conservatrice della politica domestica, da una parte consistente dell’establishment finanziario, dalle associazioni di monitoraggio e di lotta all’antisemitismo e, più in generale, da quegli spezzoni consistenti della politica e della società civile americana più vicini alle posizioni di Israele e già molto attivi proprio nei campus universitari.

È indubbio, peraltro, che le istanze isolazionistiche emergenti dal dibattito in corso sia al Congresso che nella campagna elettorale per l’elezione del nuovo Presidente abbiano trovato nuovo vigore: ‘com’è possibile’ – questa la sintesi del ragionamento – ‘che un Paese di 300.000 cittadini autoctoni, così distante non solo geograficamente dagli Stati Uniti, possa esercitare una tale influenza sulle scelte strategiche soprattutto in materia di politica educativa e di sicurezza nazionale di una potenza mille volte più grande?’

Collocato in una regione ad alto tasso di conflittualità e privo di risorse umane e materiali sufficienti per difendersi, il Qatar, nono Paese al mondo per PIL pro capite (fonte: World Bank, 2022), da diverso tempo persegue una politica di equidistanza rispetto a tutte le dimensioni di conflitto sia regionali che globali, imposta dalla necessità di evitare di cadere vittima di potenze dell’area cui fa gola la ricchezza di cui dispone. L’imperativo, in altre parole, è che per ogni dollaro puntato sul nero ce ne sia uno puntato anche sul rosso: si può non vincere nulla, ma perdere, così come il non puntare nulla o poco, sarebbe esiziale.

La strategia di hedging sembra pagare, visto che perfino Israele, dichiaratamente votato all’annichilimento di quell’Hamas la cui leadership politica ha trovato rifugio proprio in Qatar, riconosce tuttavia dignità di interlocutore a Doha, sebbene tramite i responsabili dell’intelligence, e limita l’ostilità a qualche critica verbale.

Allo stesso modo, lo scorso dicembre il premier qatariota e componente della famiglia reale Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani ha potuto incontrare alcuni tra gli esponenti dell’élite finanziaria americana di origine ebraica, tra cui Bill Ackman di Pershing Square e Marc Rowan di Apollo, che più si erano spesi per reagire agli episodi di antisemitismo nei campus e per allontanare i vertici delle università; il tutto mediato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ebreo ortodosso grazie al quale la moglie Ivanka Trump si era convertita al giudaismo nonché tra i principali ideatori degli Accordi di Abramo e di quell’asse tra Washington e Riad che portò qualche anno fa sauditi e qatarini sull’orlo della guerra.

La vicenda texana, però, rischia di caratterizzarsi come il proverbiale ‘canarino nella miniera di carbone’ rispetto a una revisione unilaterale degli accordi tra Stati Uniti e Qatar nei vari ambiti, tenendo presente che la nomina del Board of Regents di Texas A&M è di competenza del governatore dello Stato della stella solitaria, quindi di un’autorità politica per giunta distintasi nelle ultime settimane per le istanze marcatamente conflittuali col governo federale.

Il calcolo degli strateghi di Doha da qui in avanti, pertanto, dovrà contemplare, specie in caso di rielezione dell’ex presidente Trump, sia una notevole riduzione di intensità del soft power esercitato tramite gli accordi con l’apparato educativo americano – talmente importante per l’Emirato dall’aver comportato un esborso complessivo sin qui, secondo alcune stime, superiore a sei miliardi di dollari – sia le possibili ricadute sugli accordi militari e sul destino della base di l Udeid (hub del Central Command appena fuori Doha).

Va rimarcato che le finanze di Doha, diversamente da quelle europee, sono in grado di sostenere qualunque ‘aumento di listino’ imposto da un’eventuale presidenza Trump per la fornitura del servizio di difesa; meno certo, tuttavia, è il permanere dell’attuale approccio in sé alla difesa del Qatar. In altre parole, il tavolo potrebbe non accettare più puntate sul rosso se si è già puntato sul nero.

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