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Esportazione della democrazia e intelligence. La terra incognita del futuro secondo Caligiuri

La priorità negli anni a venire sarà la disuguaglianza, che è il risultato delle ingiustizie sociali, a volte legittimate per legge, e della globalizzazione, che sta acuendo i divari tra Paesi ricchi e poveri. Il commento di Mario Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence

L’11 settembre è stato uno spartiacque, destinato a segnare in maniera profonda i prossimi decenni. Le recenti vicende della pandemia e dei conflitti ucraino e palestinese hanno posto sullo sfondo una vicenda che invece è ancora destinata a influire sugli accadimenti dei prossimi anni.

Bisogna partire dall’evoluzione geopolitica dell’Asia centrale, a cominciare dall’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, che ha posto le premesse per la successiva teoria fondamentalista del “nemico vicino” (identificato con i regimi islamici moderati) e del “nemico lontano” (identificato in particolare con gli Stati Uniti). Infatti, va sempre tenuto presente il significato strategico dei Paesi dell’Asia centrale che rappresentano uno snodo energetico rilevantissimo oltre a essere tra i più grandi produttori di droga al mondo, i cui proventi finanziano il terrorismo e alimentano la corruzione e la criminalità.

Attualmente, la nuova ascesa dei talebani in Afghanistan potrebbe destare forti preoccupazioni per la sicurezza dell’Europa e del nostro Paese. In tale quadro, l’intelligence risulta decisiva, in quanto espressione della capacità di previsione e di analisi dei segnali deboli, che vanno trasmessi ai decisori pubblici per compiere le scelte più adeguate in modo da tutelare i cittadini.

Dopo l’11 settembre 2001 gli americani hanno invaso prima l’Afghanistan e poi l’Iraq. Si è trattato di interventi che si sono conclusi con il ritiro definitivo delle truppe statunitensi alla fine del 2021. A riguardo, si è diffusamente argomentato di fallimento dell’intelligence, attribuendole, come fosse un capro espiatorio, tutte le responsabilità dell’accaduto. Tuttavia, quando si parla di fallimento dell’intelligence si tratta, invece, sempre del fallimento della politica, come confermano anche i recenti fatti della Striscia di Gaza.

Infatti, il vero tracollo degli interventi attuati in Asia centrale, a partire dal settembre 2001, è il risultato della strategia della “esportazione della democrazia”, un sistema politico che, purtroppo, vive un drammatico periodo di crisi proprio nei Paesi dove si pratica. Inoltre, l’Afghanistan ha, ancora una volta, dimostrato la sottovalutazione della cultural intelligence, che non si può identificare principalmente con un banale problema linguistico, ma comprende la comprensione storica, religiosa e culturale dei territori dove si compiono le azioni militari.

È quindi fondamentale comprendere le vicende asiatiche riflettendo sul ruolo dell’intelligence nel “grande gioco”, riprendendo la fortunata definizione titolo di Peter Hopkirk, che si riferiva alle attività di spionaggio svolte proprio nell’Asia centrale dell’Ottocento nelle contese tra impero britannico e impero zarista. Pertanto, i fenomeni vanno analizzati con attenzione, poiché le evidenze sono davanti agli occhi di tutti, ma appunto per questo spesso sfuggono ai più.

Lo storico israeliano Yuval Noah Harari ha spiegato come in un mondo sommerso da informazioni irrilevanti, il vero potere consiste nel sapere quali informazioni ignorare. In questo scenario, la lucidità può rappresentare una raffinata forma di potere. Dobbiamo allora soffermarci sul concetto di “crisi della democrazia”, che, secondo me, deriva principalmente dall’inadeguatezza della formazione e selezione della rappresentanza. Di conseguenza, i regimi democratici vengono resi credibili dal sistema mediatico attraverso una sistematica e continua propaganda.

Emerge quindi l’incoerenza dell’ipotesi di esportare il modello democratico in Paesi con cultura e storia differente dall’Occidente. Probabilmente, tale fallimentare teoria è stata poi utilizzata in differenti modi, in cui potrebbero intersecarsi ragioni economiche legate all’industria delle armi, le reti del commercio delle droghe e la preoccupazione di porre un argine preventivo alla prevedibile espansione della Cina.

Come aveva intuito Samuel Huntington ne “Lo scontro di civiltà”, i conflitti dopo la guerra fredda sarebbero stati principalmente di tipo culturale. In tale prospettiva, anche lo scontro tra Ucraina e Russia da un lato e tra Hamas e Israele dall’altro potrebbero essere interpretati come scontri culturali e di differenti sistemi di governo, ponendo sullo sfondo anche la tensione tra “Washington Consensus” (libere elezioni ma basso tasso di sviluppo economico) e “Beijing Consensus (ridotte se non nulle libertà elettorali ma alto tasso di sviluppo economico). Si conferma così la più significativa asimmetria prodotta dalla globalizzazione e cioè i differenti metodi di selezione della classe dirigente, che avvengono o per elezione e concorso (sistemi democratici) o per cooptazione (sistemi autoritari, criminali e terroristici).

I conflitti in atto sono quindi di natura prevalentemente culturale e vengono combattuti attraverso le guerre dell’informazione, cognitiva e normativa. Uno scenario particolarmente complesso dove sta emergendo la strategia cinese della “nuova via della seta”, un crocevia di ingenti risorse economiche che comprende territori con rilevanti interessi criminali nella droga e nell’illecito. In tale quadro, va ribadita l’ovvia attenzione alla dimensione del cyber e dell’intelligenza artificiale, che segna in maniera determinante l’evoluzione dell’ordine mondiale.

Questi argomenti vanno sempre collegati con le attività di intelligence, che rappresentano la salvaguardia dell’umano e delle sue facoltà nel confronto con l’intelligenza artificiale. Diventa allora essenziale il ruolo dell’intelligence, inteso come strumento per garantire il benessere e la sicurezza dei cittadini, ribadendo che nel nostro Paese la sicurezza è un bene costituzionale preminente. Pertanto, il mondo che si sta delineando rappresenta per molti aspetti una “terra incognita”, segnata dall’incertezza e dall’imprevedibilità.

A riguardo, va opportunamente ricordato che alcuni fenomeni, come la pandemia, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, la crisi ucraina erano stati previsti dall’intelligence.

Va quindi ripreso il pensiero di Robert Dahl, uno dei più significativi studiosi della democrazia del secolo scorso, secondo cui “la democrazia è un viaggio senza fine, si potrà allargare, restringere o diventare altra cosa, ma il futuro è troppo incerto per poter dare una risposta univoca”.

Così come va ricordato John Dewey, il quale affermava che “alla crisi della democrazia bisogna rispondere con più democrazia”. Compito necessario ma estremamente difficile poiché siamo immersi in una “società della disinformazione”, teorizzata già nel 2012, e che oggi rappresenta l’emergenza educativa e democratica del nostro tempo.

Sullo sfondo, nella mia analisi, sta già emergendo quello che potrebbe essere il tema principale dei prossimi anni, rappresentato dalla disuguaglianza, che è il risultato delle ingiustizie sociali, a volte legittimate per legge, e della globalizzazione, che sta acuendo i divari tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Sarà questo, secondo me, l’argomento che a breve potrebbe caratterizzare il dibattito nazionale e mondiale.

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