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Attacco di Israele a Damasco. Si alza l’asticella dello scontro in Medio Oriente

Raid (israeliano) al centro di Damasco. Ucciso un altissimo ufficiale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica con diversi altri ufficiali. Azione che segue un pattern, ma clamorosa per target e contorno. Rischio escalation? Da evitare, commenta Washington

Nella serata di lunedì, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (il Sepah, noto anche con l’acronimo Irgc) ha confermato l’uccisione del generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, già capo delle forze aeree e di terra iraniane per investitura diretta della Guida Suprema, asceso tra i leader della forza Al-Quds, e poi scelto come responsabile delle operazioni del Corpo in Siria e Libano.

Quest’ultimo incarico significa che coordinava una serie di attività condotte sia direttamente dalla forza teocratica iraniana di cui è parte, sia dalle milizia collegate nel cosiddetto Asse della Resistenza. I galloni se li era guadagnati gestendo la repressione nelle proteste in Iran del 2005. Godeva della massima fiducia da parte della teocrazia, e aspirava a breve — una volta in pensione — a un ruolo ancora più stretto tra i grandi consiglieri della Guida.

Ma ieri notte Reza Zahedi è rimasto vittima di quello che con ogni probabilità è un clamoroso attacco aereo israeliano avvenuto davanti all’edificio della sezione consolare dell’ambasciata iraniana a Damasco, nel quartiere Mezzeh, mentre l’ambasciatore Hossein Akbari era probabilmente presente e impegnato anche lui (insieme a Zahedi e altri ufficiali) in un incontro con funzionari della Jihad Islamica Palestinese — gruppo armato attivo soprattutto nella Striscia di Gaza, a volte coordinato con Hamas, l’organizzazione che ha dato il via all’attuale stagione di guerra con l’attentato anti-ebraico del 7 ottobre.

Attenzione: l’assassinio di Zahedi è clamoroso non per la sua straordinarietà. Anzi, segue un pattern già molto analizzato che sta in piedi dal 2013: gli israeliani hanno condotto dozzine e dozzine di attacchi aerei in territorio siriano (soprattutto), iracheno e libanese. Si tratta di una esternalizzazione della sicurezza nazionale: colpiscono le attività del Sepah all’interno di quei tre Paesi perché la Siria (soprattutto), il Libano e in qualche modo l’Iraq sono diventate piattaforme di attacco contro lo stato ebraico. E spesso sono stati colpiti alti ufficiali (anche recentemente; uno al mese da dicembre a febbraio; una dozzina dal 7 ottobre). Tuttavia, quello di lunedì sera è stato comunque un colpo eccezionale (per questo clamoroso).

Zahedi — sanzionato da Usa, Canada, Regno Unito e Unione Europea — non è un ufficiale qualunque: per anni è stato coordinatore di una vasta serie di attività in due territori in cui la penetrazione iraniana è stata particolarmente proficua. È il più alto in carica dell’Irgc a essere ucciso da un Paese nemico dal gennaio 2020, quando l’allora presidente statunitense Donald Trump ordinò l’assassinio a Baghdad di Qassem Soleimani, generale epico, ai tempi capo delle Quds Forces e ideatore del network di milizie della Resistenza, il Mihwar al-Muqawama.

Per rafforzare ancora sul perché — sebbene inserito in quel pattern di normalità — si è comunque trattato di un attacco clamoroso, basta dire che appena un’ora e mezzo dopo il bombardamento, il ministro degli Esteri siriano era seduto in un ufficio dell’ambasciata iraniana, vicino all’edificio consolare danneggiato dai missili, per comunicare direttamente da lì col suo collega a Teheran. Gira una foto del siriano con alle spalle i ritratti della Guida suprema Ali Khamenei e del padre della rivoluzione islamica sciita Ruhollah Khomeini: immagine che aggiunge simbolismo a quel gesto già simbolico.

Con Reza Zahedi, sono rimasti uccisi anche due altri alti comandati del Sepah: il generale Hossein Aminullah, appena sotto a Zahedi, e il collega Haj Rahimi, guida del settore “Palestina” del Irgc — con loro altri cinque ufficiali. Se si considera che l’attacco è avvenuto nel compound dell’ambasciata iraniana di Damasco (che è letteralmente a un passo da quella del Canada, che ha da poco stoppato la vendita di armi a Israele), è ancora più facile capire perché un esperto come Charles Lister del Middle East Institute parli di “major escalation” è un “enorme sviluppo” della crisi regionali che circonda l’invasione israeliana della Striscia.

Prima reazione, in attesa di altro

E infatti, nel giro di tre ore dall’uccisione di quegli ufficiali iraniani nel cuore della capitale siriana, gli Houthi hanno attaccato una nave mercantile al largo delle coste di Hodeidah; ad al Tanf, area remota nel sud-est siriano verso l’Iran, un drone “one-way” (gergo tecnico dei velivoli esplosivi kamikaze) ha colpito il luogo in cui sono acquartierate le truppe statunitensi (e questo è particolare perché quelle truppe sono state colpite quasi duecento volte dal 7 ottobre in poi, ma da inizio febbraio si erano fermate davanti all’episodio della Tower 22, quando in uno di quegli attacchi rimasero uccisi tre americani e l’amministrazione Biden ordinò una rappresaglia massiccia); le sirene anti-aeree della zona settentrionale di Israele hanno suonato perché si temeva un’infiltrazione di droni dal Golan; una base navale a Eliat, nel sud di Israele, è stata attaccata (senza successo) da alcuni droni kamikaze partiti dalla Siria.

Il ministero degli Esteri di Teheran dice di “considerare questa aggressione una violazione di tutte le norme diplomatiche e dei trattati internazionali, e riteniamo l’entità sionista responsabile delle sue conseguenze e la Comunità internazionale deve intraprendere un’azione decisiva contro questi crimini”. L’Iran ha inviato subito una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affermando che “si riserva il diritto legittimo e intrinseco di rispondere con decisione”.

È molto possibile che il governo israeliano sia in generale convinto che questo genere di azioni simboliche producano deterrenza, e dunque le porta avanti senza ragioni specifiche, non appena si aprono opportunità; oppure sapeva che in quella riunione si stava decidendo un aumento del coinvolgimento iraniano negli affari dei gruppi palestinesi (anche se Teheran è stato finora a distanza di sicurezza). Il rischio però è che il Sepah reagisca. Per esempio, potrebbe allentare le restrizioni chieste ai proxy in Iraq e Siria, mettendo di nuovo in pericolo le forze americane e alleate nella regione, e potrebbe anche indirizzare Hezbollah a intensificare i suoi attacchi contro Israele.

In quest’ottica, il raid diventerebbe occasione per un’escalation. Già diversi Paesi, come Cina, Russia e Arabia Saudita, hanno criticato per questo Israele. Anche il dipartimento di Stato americano si è detto “preoccupato per qualsiasi cosa che creerebbe un’escalation o causerebbe un aumento dei conflitti nella regione”. Probabilmente l’Iran reagirà: seppure evitando uno scontro diretto, che per Teheran sarebbe controproducente da tutti i punti di vista, la Repubblica islamica non lascerà impunità questa azione umiliante e clamorosa.

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