L’arresto di Ekrem İmamoğlu non è affatto un evento isolato, né tantomeno inatteso. Piuttosto, si prefigura come una delle principali fasi del disegno strategico del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan per modificare la Costituzione e vincere le prossime elezioni presidenziali del 2028. E lo scenario geopolitico gioca a suo favore. L’analisi di Angela Ziccardi, Ecfr
Con l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, avvenuto all’alba di mercoledì 19 marzo e ufficializzato domenica 23 marzo, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha scoperto le sue carte. Nonostante la sorpresa sul piano internazionale, la decisione di incarcerare il suo principale oppositore politico e figura più carismatica del Partito Repubblicano del popolo (Chp), primo partito d’opposizione nel paese, rientra nella più ampia strategia dell’alleanza di governo di dividere i suoi avversari politici, in particolar modo il Chp e il partito curdo Dem, e allo stesso tempo cercare di plasmare l’opposizione a propria immagine e somiglianza, così da non avere intralci nelle modifiche costituzionali. Erdoğan ha infatti esaurito il limite dei due mandati per la presidenza fissato dalla Costituzione, ma vorrebbe modificarne il contenuto e ricandidarsi per un ulteriore quinquennio, senza temere le conseguenze di una deriva autoritaria nel paese.
Il piano per mettere fuori gioco il sindaco di Istanbul è stato studiato con attenzione. Martedì 18 marzo l’università di Istanbul ha revocato la laurea di İmamoğlu per presunte violazioni dei regolamenti dell’Higher Education Board. Iltitolo di studio universitario è necessario per i candidati presidenziali turchi. A ciò è susseguito l’arresto il giorno seguente, con l’accusa di corruzione e legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato un’organizzazione terroristica in Turchia. In tandem, altri 106 esponenti del partito Cho sono stati arrestati nei giorni seguenti, chiaro segnale di come il problema non sia solo İmamoğlu, ma la sua intera rete partitica. Domenica scorsa è poi arrivata l’ufficializzazione di arresto, in concomitanza con le primarie del Chp per la nomina del candidato ufficiale per le prossime elezioni presidenziali del 2028.
Al contempo, a fine febbraio Abdullah Öcalan, il leader del Pkk (in prigione dal 1999), ha chiesto il disarmo del gruppo e la sua dissoluzione. Dietro questa mossa, vista come straordinaria da molti, vi sarebbe proprio il principale alleato di governo di Erdoğan, il Partito del movimento nazionalista (Mho) di Devlet Bahçeli, che da ottobre 2024 mira adialogare con Öcalan per legittimarlo agli occhi del partito curdo Dem, sperando di averne il supporto all’Assemblea nazionale per ottenere la maggioranza necessaria (360 su 600) a portare avanti la riforma della Costituzione e abolire il limite dei due mandati presidenziali.
L’operazione İmamoğlu e l’iniziativa Erdoğan-Bahçeli-Öcalan rispondono dunque allo stesso obiettivo: ostacolare la candidatura di Ekrem İmamoğlu alle presidenziali, indebolire e trasformare l’opposizione, fare concessioni a Öcalan per avere il suo supporto e poter così usare il partito Dem per rimanere alla presidenza.
La torsione autoritaria nel paese è dunque evidente, e sono diverse le condanne di esponenti politici europei e cancellerie occidentali verso quanto sta accadendo. Tuttavia, è purtroppo probabile che queste rimangano lettera morta, visto che il timing dell’arresto del principale rivale politico di Erdoğan è tutt’altro che casuale. Privare İmamoğlu del titolo universitario sarebbe stato sufficiente per escluderlo dalla candidatura e, almeno ad oggi, le elezioni presidenziali restano previste nel 2028. Ciò che ha spinto il presidente turcoa far condannare İmamoğlu adesso è piuttosto lo scacchiere internazionale. Mai come ora, Erdoğan sembra trovarsi in una posizione geopolitica privilegiata, con almeno tre elementi che giocano a suo favore:
Se la prospettiva geopolitica sembra dunque favorevole al presidente turco, non si può dire lo stesso di quella interna. Dal momento dell’arresto di İmamoğlu, migliaia di personesono scese in piazza a protestare e continuano a farlo, nonostante il divieto del governo a manifestare e la violenta repressione della polizia. Domenica scorsa, 15 milioni di persone si sono recate alle urne per votare İmamoğlu alle primarie del Cho, dando al voto un carattere quasi plebiscitario per scegliere tra democrazia e autoritarismo.
A motivare la rabbia dell’opinione pubblica non è solo il giro di vite autoritario nel paese. La Turchia incombe da tempo in una profonda crisi economica, che non sarà favorita dagli eventi in corso. Il giorno dopo l’arresto, la lira turca è crollataal minimo storico rispetto al dollaro Usa, spaventando gli investitori e portando la banca centrale del paese a spendere 11,5 miliardi di dollari per sostenere la valuta. Tale quadro è aggravato anche dalla recente decisione dell’autorità di regolamentazione dei mercati dei capitali turchi di vietare le vendite allo scoperto su tutti i titoli e allentare le regole sul riacquisto di azioni, a cui potrebbero susseguire ulteriori contraccolpi economici ad acuire il malcontento popolare. Va inoltre considerato come a trainare le piazze turche sianoprincipalmente le giovani generazioni, che non si rivedono nell’operato conservatore di Erdoğan e, avendo già giocato un ruolo di rilievo nelle scorse elezioni amministrative del 2024, potranno avere un impatto in questa inedita fase di rivolta.
Questi aspetti potrebbero creare qualche problema ad Erdoğannel breve periodo e complicare il suo piano, ma non è detto che riescano a scalfirlo. La scelta del presidente turco di agire a tre anni di distanza dalle elezioni presidenziali contro il suo principale rivale è funzionale a far sì che la protesta popolare– sicuramente da lui messa in conto, seppur forse in misura minore – possa affievolirsi con il tempo. Molto dipenderà dunque dall’opposizione stessa e dalla sua capacità, nel lungo periodo, di rimanere compatta e resistere alla strategia “divide et impera” del governo.