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Phisikk du role – Addio Mario Nanni. Ricordo di un giornalista vero

Mario Nanni era un uomo buono, un professionista serio, un padre di famiglia amorevole. Un “signore”, capace di ironia, non di sarcasmo vetrificato, ma di benevola ironia. Che resta sempre un segno di intelligenza viva. Il ricordo di Pino Pisicchio

Mario Nanni era un “signore” salentino di stampo antico che, in forza di un rapporto privilegiato con la scrittura e di una passione civile incontenibile, scelse di fare il giornalista, consapevole del valore centrale dell’informazione libera nella democrazia dei moderni. Ma era anche un uomo curioso che maneggiava gli strumenti della cultura classica – era laureato in Filosofia e abilitato al suo insegnamento – anche per capire l’origine delle aporie di un tempo presente scandito dagli algoritmi con vocazione esclusivamente binaria, mentre il mondo è, invece, un arcobaleno di sfumature dove il bianco e nero nudi e crudi non si trovano mai.

Era a Roma da cinquant’anni, più o meno da quando cominciò a fare il giornalista parlamentare, dopo essere diventato professionista, portando la sua signorilità nei salottini di pelle rossa in stile umbertino del Transatlantico, da lui descritti in uno dei suoi libri, “Parlamento Sotterraneo”, uscito nel 2020 per i tipi di Rubbettino. Era di simpatie socialiste e credeva in Dio, ma nessuno dei suoi intervistati o raccontati ha mai potuto scorgere nel cronista parlamentare un qualche segno di appartenenza politica o un qualche sbuffo di insofferenza ideologica. Perché lui era l’Ansa, la più grande agenzia stampa italiana, la “fonte” di tutte le informazioni, da cui attingevano carta stampata e tv, prima che il digitale dei social prendesse il potere assoluto della comunicazione facendola passare per notizia, dunque per verità.

Con l’agenzia, che lo vide protagonista per svariati decenni, fu un legame intenso che trova origine dal rapporto di amicizia del giovane Nanni con Sergio Lepri, maestro di giornalismo e storico direttore dell’Ansa. Fu anche lui maestro: bonario e condiscendente con i giovani cronisti, senza mai perdere, però, il suo rigore e la sua attenzione agli incastri giusti delle parole e al loro collegamento con i concetti. Non amava la narrazione politica retroscenista e il sensazionalismo. Non amava i titoli urlati. Cercava una consequenzialità tra parole e gesti degli attori politici, rimanendo, negli ultimi tempi, spiazzato dalle nuove generazioni al potere senza buone letture ma dai molti like sui social.

Quando il passo della scrittura si fece più lungo, nella parte seconda della sua carriera, quella degli ultimi anni dopo il pensionamento dall’Ansa, si mosse, con la libertà nuova offerta dalla misura di un libro, nel solco del miglior giornalismo d’inchiesta. Un libro importante, l’ultimo lavoro che ci ha lasciato, “Il caso Becciu. (In)Giustizia in Vaticano” (Media Books, 2024), è frutto di un’indagine faticosa sulle migliaia di carte processuali, sulla verifica di fatti e circostanze in chiaroscuro, mossa dal desiderio di rimuovere il velo opaco di omissioni e posture fuori misura che ha contraddistinto il processo, accostato dallo stesso autore agli affaires Dreyfuss o Tortora. La sua presentazione del libro alla sala Zuccari del Senato soltanto qualche settimana fa fu l’ultima apparizione in pubblico. In quella circostanza Mario Nanni venne anche insignito del premio alla carriera come maestro di giornalismo parlamentare.

Meridionalista ma senza gli isterismi filoborbonici che di quando in quando ci tocca di incontrare, mantenne sempre un legame forte con la sua terra, che coltivò esaltando profili congeniali alla sua indole, come la cultura: fu infatti presidente del comitato scientifico del Centro Studi Federico II di Svevia, il puer apuliae. Un uomo buono, un professionista serio, un padre di famiglia amorevole. Un “signore”, capace di ironia, non di sarcasmo vetrificato, ma di benevola ironia. Che resta sempre un segno di intelligenza viva.


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