In un’Europa segnata dalla guerra, l’Italia può offrire un contributo unico: la capacità di mettere al centro umanità e relazioni. Dal Mediterraneo all’Ucraina, passando per la costruzione europea, il patrimonio culturale italiano diventa risorsa politica e chiave di credibilità per l’Unione europea. L’analisi di Raffaele Volpi
C’è un tratto che appartiene profondamente all’Italia, e che oggi rischiamo di dimenticare: la capacità di mettere umanità nelle relazioni. Non è solo un modo di fare, ma un patrimonio culturale sedimentato nei secoli, che scorre nel nostro Dna collettivo. La nostra storia, le nostre città, i nostri paesaggi sono intrisi di cultura che non è semplice eredità da custodire: è carattere, forma mentis, capacità di leggere e interpretare l’altro.
Mentre il mondo sembra correre verso la disumanizzazione – tra automatismi tecnologici, intelligenze artificiali e mercati impersonali – l’Italia può giocare una carta diversa. Può proporre una via che non rinnega l’innovazione, ma che la accompagna con una capacità tutta italiana: fare delle relazioni umane il cuore della politica e dell’economia.
Il Mediterraneo è certamente il luogo più immediato in cui questa vocazione trova spazio. Un mare che non è mai stato solo frontiera, ma teatro di incontri, conflitti, scambi. Qui la nostra posizione geografica ci rende ponte naturale, e la nostra storia – priva di colonialismi aggressivi – ci accredita come interlocutori credibili. Ma il Mediterraneo non basta a spiegare la portata della nostra funzione. L’Italia può essere, e deve diventare, un tassello essenziale nella costruzione di una nuova autonomia europea.
L’Europa, infatti, si trova davanti a una sfida epocale. La guerra in Ucraina ha mostrato la fragilità di un continente che troppo a lungo ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti. Oggi si parla di difesa comune, di riarmo, di resilienza industriale. Ma queste parole rischiano di restare fredde se non si accompagnano a una visione più ampia. L’Europa non potrà mai essere autonoma se non saprà darsi anche una dimensione umana, culturale, relazionale. E qui l’Italia diventa cruciale.
La nostra capacità di mediazione, la nostra attitudine a costruire fiducia, la nostra cultura diffusa che non è élite ma tessuto sociale: tutto questo può fare dell’Italia il Paese che porta in dote all’Europa quel tratto che altri non hanno. Se Francia e Germania hanno la forza economica e politica, se i Paesi del nord hanno la disciplina istituzionale, l’Italia ha la capacità di rendere umana la costruzione europea. Non si tratta di retorica, ma di un elemento essenziale per la credibilità stessa dell’Unione.
La guerra in Ucraina non è solo un conflitto ai confini: è la cartina di tornasole della tenuta europea. Lì si misurano la nostra capacità industriale, la nostra autonomia strategica, ma anche la nostra identità politica. Per questo il contributo dell’Italia non deve limitarsi alla fornitura di mezzi o al rispetto di impegni: deve essere anche quello di offrire una chiave interpretativa diversa, più umana, più attenta alle relazioni, capace di tenere insieme l’asse est con la nostra naturale proiezione a sud.
In questo senso, la cultura è più di un patrimonio: è la nostra vera politica estera parallela. È ciò che ci permette di essere riconosciuti e rispettati, non solo per la bellezza che mostriamo, ma per la fiducia che ispiriamo. La riumanizzazione diventa allora non un concetto astratto, ma la leva concreta con cui l’Italia può contribuire alla ricostruzione di un’Europa più autonoma, più equilibrata e più vicina ai suoi cittadini.
In un mondo che rischia di ridursi a calcoli di potenza, l’Italia ha un compito diverso: ricordare che senza umanità non c’è politica, senza cultura non c’è identità, senza relazioni non c’è futuro. E forse è proprio questa la nostra forza più grande, quella che può renderci indispensabili nel Mediterraneo, in Ucraina e nella costruzione della nuova Europa.