La sospensione e la rapida riabilitazione di Huawei in Libia riflettono la forza della diplomazia economica cinese in Africa e la centralità delle infrastrutture digitali nella proiezione geopolitica di Pechino. La quale consolida la propria presenza globale attraverso investimenti in 5G, cloud e formazione, nonostante i timori occidentali sulla gestione, la riservatezza e la sicurezza dei dati
La vicenda si è consumata nel giro di pochi giorni. Il 17 agosto, la General Authority for Communications and Informatics di Tripoli aveva annunciato lo stop a tutte le attività di Huawei in Libia, accusando la compagnia cinese di aver violato leggi nazionali e internazionali attraverso contratti ritenuti illegali con entità non autorizzate. Una decisione motivata con la necessità di “salvaguardare la sicurezza nazionale” e rafforzata dal richiamo alla legge 22/2010, che attribuisce all’Autorità il monopolio sul rilascio di licenze e permessi nel settore delle telecomunicazioni.
Pochi giorni dopo, il dietrofront. La stessa Authority comunica di aver raggiunto un’intesa con Huawei Libya per consentire la ripresa delle attività “in conformità alla legislazione in vigore”. Un cambio di rotta che riflette tanto la fragilità istituzionale libica quanto la forza d’urto della diplomazia economica cinese.
Le impronte digitali di Pechino in Africa
La Cina utilizza strumenti economici e tecnologici come leve geopolitiche. La presenza cinese in Africa non è mai stata solo economica, ma intreccio di interessi politici e di sicurezza. Pechino utilizza infrastrutture, prestiti e tecnologia come mezzi di penetrazione. Da un lato l’accesso a risorse naturali strategiche, dall’altro il consolidamento di mercati in crescita dove i prodotti e i servizi cinesi possono imporsi. In parallelo, il Dragone cerca sponde diplomatiche in sede multilaterale: oltre un quarto dei voti all’Assemblea generale dell’Onu appartiene a Paesi africani, spesso più vicini alle posizioni di Pechino che a quelle di Washington.
È un do ut des. Se l’Africa ha bisogno di infrastrutture, la Cina ha bisogno di minerali, mercati e alleanze nel Sud globale. È una relazione costruita su domanda e offerta, ma segnata da squilibri strutturali: materie prime e commodities da una parte, manufatti e tecnologia, prestiti e innovazione dall’altra.
Huawei e il 5G. Passepartout o cavalli di Troia?
Uno dei traini della strategia di espansione pechinese è Huawei. Nonostante le accuse di opacità e i rischi legati alla sicurezza informatica, il colosso di Shenzhen continua a firmare accordi cruciali sul continente e in Europa. Gli ultimi in Spagna, con Huawei all’interno del sistema di intercettazioni giudiziarie della magistratura – dunque all’interno delle dinamiche di sicurezza nazionale del Paese europeo – ed in Sudafrica, con Mtn e China Telecom, riguardo il lancio della più grande rete privata 5G per il settore minerario africano, al quale il dragone guarda con particolare interesse.
La filosofia del dragone è racchiusa nel modello “New Infrastructure, New Ecosystem, New Talent”: reti ad alta capacità, piattaforme cloud, intelligenza artificiale e formazione di una forza lavoro digitale locale. Huawei ha messo sul tavolo investimenti miliardari – 500 milioni di dollari per espandere la copertura cloud pubblica e 200 milioni per sostenere software house e partner locali – e ha stretto partnership con oltre 1.400 aziende sudafricane, insieme a istituzioni finanziarie come Standard Bank.
Tutti i voli del dragone
Da Tripoli a Johannesburg, la costruzione dell’architettura digitale africana porta con sé il futuro equilibrio geopolitico del continente. Lo stesso Continente che dialoga con l’Italia attraverso cooperazione diplomatica, economica e il Piano Mattei. Lo stesso Continente che, a Nord, condivide con l’Europa il Mediterraneo, le sue infrastrutture critiche digitali, connettive ed energetiche. Progetti poco trasparenti, clausole contrattuali invasive e la possibilità che porti e infrastrutture – anche quelle digitali – civili divengano dual use.
In assenza di alternative credibili e a basso costo, molti governi africani continueranno a guardare a Pechino come partner preferenziale, trovando nelle soluzioni digitali cinesi un catalizzatore di sviluppo immediato ed economico. Pechino potrà così espandere la propria sfera di influenza nel Sud globale, penetrando ulteriormente anche nella regione nordafricana, raccogliendo risorse utili per il consolidamento della propria ascesa e, al tempo stesso, rafforzando gli stessi strumenti con i quali, oggi, si candida come prima superpotenza dello status quo internazionale.