Mentre Macron e Starmer premono per una forza europea in Ucraina, Roma mantiene il rifiuto per ragioni che vanno oltre la politica interna. L’analisi tecnico-militare rivela i rischi di un impantanamento strategico. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi
La posizione italiana è netta: “Non è prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impegnare in territorio ucraino”. Le parole della presidente Giorgia Meloni chiudono definitivamente la porta alla proposta dei “volenterosi” guidata da Emmanuel Macron e Keir Starmer. Ma dietro questo “no” categorico, che molti attribuiscono alle divergenze interne al governo Meloni – con la Lega di Matteo Salvini fortemente contraria – si celano ragioni tecnico-militari che meritano un’analisi approfondita.
Il piano che paralizza l’Europa
Il contingente europeo in discussione riprende, nelle dimensioni e nell’approccio, l’idea originariamente proposta dal team di Donald Trump prima del suo insediamento: una forza di peacekeeping di 200.000 uomini da schierare lungo i quasi 2.000 chilometri della linea di contatto russo-ucraina. Un numero che rappresenta circa la metà della capacità di dispiegamento complessiva degli eserciti europei.
Britannici e francesi, che guidano l’iniziativa, parlano inizialmente di un contingente più contenuto – le fonti vicine a Macron menzionano “quattro o cinque brigate europee, ventimila uomini” – ma riconoscono che si tratterebbe di un numero insufficiente. L’Olanda, i Paesi baltici, forse Germania, Finlandia e Belgio potrebbero aggregarsi. Ma anche in questa versione “ridotta”, l’impatto sugli eserciti europei sarebbe devastante.
La modernizzazione mancata
Il vero problema strategico di questa proposta non risiede solo nelle dimensioni del contingente, ma nel momento storico in cui viene avanzata. Gli eserciti europei stanno vivendo una fase cruciale di trasformazione, spinti dalle lezioni apprese proprio dal conflitto ucraino. La guerra ha evidenziato la necessità urgente di investire in sistemi di difesa aerea integrati di nuova generazione, capaci di contrastare minacce multiple e coordinate. Parallelamente, si è dimostrata fondamentale l’acquisizione di capacità avanzate di guerra elettronica e cybersecurity militare, settori in cui l’Europa accusa ritardi significativi rispetto ad altri attori globali. La rivoluzione dei droni e dei sistemi di sorveglianza autonomi, così come lo sviluppo di munizioni intelligenti e sistemi d’arma di precisione, rappresentano altre priorità imprescindibili. Non meno cruciali sono gli investimenti nell’intelligence satellitare e nelle comunicazioni protette, elementi che hanno fatto la differenza nel conflitto ucraino.
Immobilizzare 200.000 soldati europei in una missione di peacekeeping significherebbe non solo sottrarre risorse umane, ma soprattutto dirottare fondi ingentissimi dai programmi di modernizzazione. I bilanci della difesa europei, già sotto pressione, verrebbero svuotati per mantenere una presenza statica quando invece servirebbero investimenti dinamici in tecnologia e addestramento.
L’alternativa tecnologica
La domanda che emerge spontanea è: perché impiegare 200.000 uomini per compiti di sorveglianza e deterrenza che potrebbero essere svolti più efficacemente da sistemi tecnologici avanzati? Un confine di 2.000 chilometri può essere monitorato attraverso reti di sensori intelligenti distribuite strategicamente lungo tutta la linea di contatto, supportate da droni di sorveglianza a lungo raggio capaci di operare 24 ore su 24 in qualsiasi condizione meteorologica. L’integrazione con satelliti dedicati per l’intelligence garantirebbe una copertura completa e in tempo reale, mentre sistemi di allerta precoce automatizzati potrebbero segnalare istantaneamente qualsiasi movimento sospetto o violazione degli accordi. Questo approccio richiederebbe soltanto un contingente ridotto di osservatori altamente specializzati, non più di 10.000-15.000 uomini, con competenze specifiche nell’utilizzo delle nuove tecnologie di sorveglianza.
Questa approccio “smart” costerebbe una frazione delle risorse necessarie per un dispiegamento tradizionale e, soprattutto, non paralizzerebbe le capacità militari europee.
Le lezioni del Kosovo
L’esperienza del Kosovo, spesso citata come precedente, dimostra proprio i rischi di questo approccio. La KFOR, inizialmente prevista come missione temporanea con 40.000 uomini, è ancora presente dopo 25 anni con un contingente che, pur ridotto, continua a impegnare risorse europee. In Ucraina, con un territorio e una complessità geopolitica enormemente superiori, il rischio di un impantanamento decennale è altissimo.
Il veto di Putin e la realtà geopolitica
Come se le considerazioni militari non bastassero, il Cremlino ha già fatto sapere che considererebbe l’iniziativa dei “volenterosi” “una dichiarazione di guerra della Nato contro la Russia”. Putin non accetterebbe mai una presenza militare europea permanente lungo quello che considera il proprio confine strategico. Questo rende l’intera operazione non solo costosa e paralizzante, ma potenzialmente controproducente per gli obiettivi di pace.
La saggezza di Roma
In questo contesto, la posizione italiana appare non solo politicamente saggia, ma strategicamente lungimirante. Palazzo Chigi propone invece “un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington” – un approccio che offre garanzie concrete all’Ucraina senza immobilizzare gli eserciti europei.
L’Italia continua a sostenere Kyiv con “materiali difensivi, collaborazione in intelligence, sanzioni coordinate contro la Russia e coinvolgimento nella ricostruzione post-bellica” – un contributo concreto che non compromette le capacità difensive nazionali.
Verso una deterrenza intelligente
La vera deterrenza contro future aggressioni russe non verrà da 200.000 soldati intrappolati nel fango ucraino, ma da eserciti europei moderni, tecnologicamente avanzati, flessibili e pronti a rispondere rapidamente a qualsiasi minaccia. Il paradosso del piano dei “volenterosi” è che, nel tentativo di proteggere l’Ucraina, rischia di indebolire l’intera architettura di sicurezza europea.
Come avevamo previsto mesi fa, Trump la chiama una pace “quick and dirty” – rapida e sporca. L’unica cosa destinata a essere davvero “sporca” potrebbero essere proprio i 200.000 soldati europei, impantanati per anni in un conflitto congelato mentre i loro eserciti perdono la corsa alla modernizzazione.
L’Italia, con il suo “no” fermo ma costruttivo, dimostra che si può sostenere l’Ucraina senza cadere in questa trappola strategica. Una lezione che, forse, anche i “volenterosi” dovrebbero prendere in considerazione.