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Phisikk du role – Breve storia dell’um: dal Mattarellum al Mellonellum

È in allestimento un Melonellum fresco fresco che il governo sta preparando e che dovrebbe trovare applicazione per le prossime elezioni politiche del 2027. Se così dovesse essere- ed è probabile che così vada a finire- sarebbe la quinta nuova legge elettorale in 33 anni: un’assurdità che nessun paese democratico nel mondo ha mai prodotto. La cronistoria delle leggi elettorali fatta da Pino Pisicchio

Preparatevi, care lettrici e cari elettori: state per entrare nella selva oscura delle leggi elettorali, una strada che somiglia assai a quel Canto (III) dell’Inferno dalla mesta cupezza che promette: “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.”
Per un bel po’ ne avremo fino alla nausea, per cui tanto vale attrezzarci quanto basta per non soccombere dalla noia ma anche per capire gli arcani e non farci buggerare.
Oggi cercheremo di svelare il misterioso enigma dell’ “um” che sentiamo appiccicato maccheronicamente a cognomi noti o ignoti ai più quando si parla di formule elettorali.
Cominciamo.
Le leggi elettorali piaccia o no sono la cosa più importante nei sistemi politici, perché traducono il consenso popolare in rappresentanza, cioè in seggi nelle assemblee democratiche.
Non si tratta di algoritmi neutri, nossignore, ma di regole che rispondono ad una precisa visione della politica e del governo di un paese.
Facciamo un esempio: nel 2017 il signor Trump diventò presidente degli USA con 304 voti di grandi elettori contro i 227 di Hilary Clinton, ma la sua competitor aveva preso circa tre milioni di voti popolari in più.
Come può essere? Può essere con il sistema maggioritario che ha come obiettivo primario quello di premiare il governo anche a scapito della rappresentanza. Quel sistema vige in America dalla fine del ‘700 e pare che a loro vada bene.
In Italia i nostri costituenti adottarono invece, senza però metterlo in Costituzione – ci fu solo un ordine del giorno dell’Assemblea- il sistema proporzionale che tende a garantire il più possibile la presenza delle maggiori voci politiche nelle assemblee rappresentative.
Il proporzionale con voto di preferenza è stato in Italia la regola dal 1946 al 1993, quando la legge è stata soppiantata dopo un referendum abrogativo da un sistema in prevalenza maggioritario che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni delle anime belle che ne sostenevano le ragioni, avvicinare il popolo alla politica, cancellare ogni tentazione corruttiva, dare stabilità ai governi e farci diventare splendidi e splendenti.
Fu con quel sistema nuovo che si andò al voto nel ‘94 con l’idea generale che avrebbe vinto la sinistra e invece stravinse Silvio Berlusconi.
E qui cominciano gli “um”: quella legge elettorale venne battezzata da quel toscanaccio impenitente e geniale di Sartori, il più grande scienziato della politica che l’Italia abbia avuto, “Mattarellum”, con una leggera storpiatura del nome del suo relatore alla Camera, l’on. Sergio Mattarella, destinato 21 anni dopo allo scranno quirinalizio.
Che voleva dire quella strana desinenza? Si trattava di un giudizio tecnico del sardonico professore che criticava l’impianto di una legge scaturita dal referendum ( c’è un um pure qui, appunto), suggerendo che fosse più o meno come il latinorum degli azzeccagarbugli.
Scoccato l’undicesimo anno ecco che il governo Berlusconi in carica, prevedendo che la prova elettorale potesse non mostrarsi così generosa per la sua maggioranza, provvide, con l’impegno del geniale senatore Calderoli, una specie di doc Brown di Ritorno al futuro ma con postura legge elettorale, a ricambiare le regole per tentare di limitare i danni.
Sennonché doc Calderoli si fece sfuggire un fuori onda nel solito talk show con cui commentava sorridendo con altro ospite che la sua riforma era una vera e propria porcata. Era il 2005 e il professor Sartori non poteva evitare di ribattezzare la nuova legge con il suo “um”: la chiamò Porcellum, nome che le è rimasto appiccicato.
La Corte Costituzionale la fece a pezzi e Renzi, giunto a palazzo Chigi, si affrettò nel 2015 a fare la sua legge elettorale non solo per porre riparo alle aporie rilevate dalla Consulta, ma anche per completare il disegno della sua grande riforma costituzionale, di poi bocciata dal referendum confermativo.
Questa volta però, il professor Sartori non fece in tempo a ribattezzare la legge con il suo amaro retrogusto sardonico di condanna senza riparo, ma l’um se lo appiccicò da solo Renzi che chiamò la sua legge “Italicum”, con uno splendido capovolgimento del canone: ciò che era nato come una critica corrosiva da parte dell’accademico, diventava una medaglia per il politico.
Ma l’um autoimposto non portò bene a Renzi perché nel 2017 la Corte massacrò anche la sua legge che conquistò il primato assoluto nel mondo: unica legge elettorale ad essere stata bocciata senza mai essere applicata.
In ultimo il Rosatellum, approvato nel 2017, qualche mese prima del voto del 2018, che segue il vezzo dell’autocelebrazione, stavolta ricordando il suo proponente Rosato, ancor oggi in vigore.
Per poco, parrebbe, perché è in allestimento un Melonellum fresco fresco che il governo sta preparando e che dovrebbe trovare applicazione per le prossime elezioni politiche del 2027, almeno così secondo gli ultimi annunci del capogruppo fratello d’Italia alla Camera.
Se così dovesse essere- ed è probabile che così vada a finire- sarebbe la quinta nuova legge elettorale in 33 anni: un’assurdità che nessun paese democratico nel mondo ha mai prodotto, generata dalla facilità con cui le maggioranze possono manomettere a proprio vantaggio (presunto, perché la storia ha dimostrato che così non è) la regola del gioco democratico che dovrebbe essere condivisa e avere dignità costituzionale.
Ci punge vaghezza che avremo presto modo di parlarne del merito.

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