Siamo più soli con gli Stati Uniti di Trump che pensano prima e solo a sé stessi? Può essere l’alleanza cinese un’alternativa in questo nuovo ordine mondiale? Il caso del Canada, il tentativo britannico e l’analisi dell’Economist
La Cina si propone sempre più come ancora di salvataggio per Paesi in difficoltà economica e politica. Nel caso di Cuba, con un’economia prossima al collasso, l’accordo approvato dal presidente Xi Jinping per un aiuto di emergenza da circa 80 milioni di dollari, accompagnato dalla fornitura di 60.000 tonnellate di riso, rafforza l’immagine di Pechino come attore capace di intervenire rapidamente laddove l’Occidente appare assente o esitante. Tuttavia, più che come semplice gesto umanitario, questo sostegno va letto come un investimento politico a basso costo, funzionale a consolidare l’influenza cinese su partner vulnerabili e a rafforzare la narrativa di Pechino come alternativa al sistema occidentale.
Questo schema è riecheggiato, in forme diverse e addirittura più occidente-centriche, anche nel dibattito emerso al Forum di Davos in corso. Il primo ministro canadese Mark Carney ha suggerito che la Cina potrebbe rappresentare una possibile alternativa agli Stati Uniti, descritti come sempre più concentrati su se stessi e più esigenti nei confronti degli alleati, almeno nella retorica del presidente Donald Trump. La domanda centrale, tuttavia, resta aperta: la Cina può davvero proporsi come sostituto strategico degli Stati Uniti per le democrazie occidentali, o la sua azione tende piuttosto a sfruttare e amplificare le divisioni all’interno del campo occidentale?
Durante una recente visita in Cina, Carney ha annunciato che il Canada importerà 49.000 veicoli elettrici di produzione cinese a condizioni preferenziali. La mossa segna una discontinuità evidente rispetto alla strategia statunitense, che punta a escludere i veicoli elettrici cinesi dal mercato nordamericano attraverso dazi fino al 100%. Al di là della dimensione commerciale, l’accordo introduce un precedente politico rilevante: una scelta che rischia di indebolire la coesione tra alleati proprio mentre Washington cerca di costruire una risposta coordinata alla sovraccapacità industriale cinese e alla sua proiezione tecnologica.
Non va inoltre escluso un ulteriore elemento di incertezza. Un eventuale riavvicinamento diretto tra Stati Uniti e Cina — ipotesi evocata in vista del tour cinese annunciato da Trump per la primavera — potrebbe ridimensionare rapidamente il valore strategico di intese bilaterali come quella tra Ottawa e Pechino, lasciando i partner occidentali esposti a un nuovo riassetto negoziale deciso altrove.
Carney ha descritto la partnership con la Cina come parte della costruzione di un “nuovo ordine mondiale”, ma questa impostazione rischia di entrare in tensione con un altro principio da lui stesso richiamato: la necessità di basare le relazioni internazionali su valori e principi fondamentali, inclusi il rispetto dei diritti umani. Non è casuale che Pechino abbia scelto di intervenire in soccorso di un Paese governato da un regime autoritario come Cuba. La questione diventa più complessa quando si guarda a una democrazia consolidata come il Canada, chiamata a conciliare apertura economica e coerenza valoriale in un contesto di competizione sistemica.
Un ragionamento analogo riguarda il Regno Unito. Un’analisi pubblicata dal settimanale The Economist ricorda che il primo ministro britannico Keir Starmer dovrebbe recarsi in Cina a fine gennaio, con l’obiettivo di presentarsi come portavoce degli interessi dell’imprenditoria britannica e di “normalizzare l’idea che i leader britannici debbano impegnarsi con la seconda economia mondiale”. In questa logica si inserisce anche la decisione di Londra di autorizzare la costruzione di una nuova e imponente ambasciata cinese nella capitale, nonostante le riserve espresse dagli apparati di intelligence in merito ai rischi per la sicurezza nazionale e allo spionaggio.
Sono inoltre allo studio possibili accordi nei settori delle energie rinnovabili e della tecnologia. Tuttavia, il caso britannico evidenzia con chiarezza un paradosso strutturale: mentre si cercano margini di manovra economica con Pechino, le dipendenze strategiche di Londra restano profondamente ancorate agli Stati Uniti, dal deterrente nucleare ai sistemi d’arma avanzati, fino ai servizi digitali e al cloud computing.
Come osserva The Economist, se la Gran Bretagna spera di proteggersi dalle pressioni di Trump, la Cina offre un sostegno limitato. Anche nei settori meno sensibili, la tendenza cinese a politicizzare e “armare” le catene di approvvigionamento rende poco rassicurante l’idea di sostituire una dipendenza con un’altra, potenzialmente più opaca e meno prevedibile.
In questo contesto si inserisce anche la dura reazione di Trump alle parole di Carney. Al di là dei toni, il messaggio politico è chiaro: Washington mostra una crescente insofferenza verso ambiguità strategiche da parte degli alleati, soprattutto quando queste vengono presentate come alternative sistemiche all’alleanza occidentale. Le dichiarazioni sul “Golden Dome” e sulla difesa del Canada vanno lette meno come provocazioni estemporanee e più come segnali di una linea che privilegia chiarezza e allineamento, anche a costo di ridurre i margini di manovra dei partner.
Nonostante un linguaggio diverso da quello a cui l’Occidente era abituato, gli Stati Uniti restano il perno più affidabile del sistema di alleanze occidentali. La linea protezionista dell’amministrazione Trump appare meno generosa e più transazionale, ma non mette in discussione la condivisione di valori fondamentali né la centralità della cooperazione in materia di sicurezza e difesa.
Chi valuta un rafforzamento dei rapporti con la Cina deve quindi tenere conto di un dato strutturale: Pechino non si propone come partner strategico neutrale, ma come attore intenzionato a sfruttare le fratture transatlantiche per rafforzare la propria posizione globale. In questo senso, il dialogo con la Cina resta necessario, ma difficilmente può sostituire il quadro di garanzie offerto dall’alleanza con Washington.
In un contesto internazionale sempre più competitivo, l’alternativa alla frammentazione occidentale non è la ricerca di nuovi protettori, ma un dialogo responsabile e realistico con gli Stati Uniti, basato su negoziati, regole e incentivi reciproci. Con uno sguardo attento verso la Cina, consapevoli che i legami più stabili di Pechino continueranno a essere quelli con Paesi strutturalmente vulnerabili o governati da regimi autoritari, più che con le democrazie avanzate.
















