Per alcuni la battaglia referendaria non è fatta di milioni di persone che si informano e decidono, ma dall’uso di testimonial ossia di figure tanto lontane dal tema della organizzazione della giustizia quanto popolari e ritenute in grado di influenzare il voto: pessimi maestri. In genere nati tra il 1950 e il 1960. L’eterogenesi dei fini: prima in piazza per il cambiamento, ora fiancheggiatori della conservazione. E se il referendum ci regalasse, come nel 1974 e nel 1981, il ritratto di un Paese più libero di quello che una parte della sua élite si ostina a ritenere e a cui farebbe comodo che fosse così? L’opinione di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore dell’Università della Tuscia
In ogni gruppo sociale alcuni individui riescono ad avere un ruolo guida in specifici settori e così a loro si rivolgono tutti gli altri ogni qualvolta ve ne sia la necessità.
Queste élite di cui fanno parte anche gli intellettuali – quelli che nella vita pensano per lavoro – sono tante e diverse nelle nostre società complesse e ognuna fornisce il proprio contributo nel campo in cui si impegna: una parzialità tipica dell’era della specializzazione.
La politica, non a caso, si affida spesso a professionisti per le questioni più tecniche, ma gli stessi elettori guardano agli intellettuali per capire cosa fare.
Qui la domanda di fondo: l’intellettuale deve “guidare” le masse o piuttosto mettere gli individui nelle condizioni di decidere liberamente? Insomma, deve convincerli o metterli nelle condizioni di convincersi?
In queste settimane, chiamati ad una campagna elettorale sul referendario costituzionale sulla giustizia, sarebbe meraviglioso se tutti concorressero al dibattito sul tema di merito e il libero mercato delle idee rafforzasse la nostra democrazia, senza che nessuno trucchi il gioco confondendo gli italiani.
Invece, purtroppo, assistiamo ad un evidente rimescolamento delle élite nel sostegno al voto favorevole o contrario alla riforma.
Che succede se le élite pretendono di dire agli altri cosa fare in settori diversi da quelli in cui quotidianamente operano e magari primeggiano? Se lo chiedessimo ad un paziente steso in sala operatoria ci direbbe che non vorrebbe veder entrare in camice verde il suo bravissimo macellaio di fiducia, ma il medico primario tanto stimato da tutti che non sa preparare la coratella.
È qui che nasce il tema della specializzazione intellettuale e del suo rapporto con la politica.
Mi sembra che per alcuni la battaglia referendaria non sia fatta di milioni di persone che si informano e decidono, ma dall’uso di testimonial ossia di figure tanto lontane dal tema della organizzazione della giustizia quanto popolari e ritenute in grado di influenzare il voto.
Un fenomeno che arriva al coinvolgimento, da entrambi i lati, addirittura dei defunti con usi più o meno corretti delle posizioni espresse in vita, nella convinzione che la credibilità del soggetto coinvolto sia importabile dal suo settore.
Non è una novità certo, in politica tante volte si sono usate candidature testimonial, ma ciò avveniva nell’ambito delle attività di un partito e di una competizione elettorale dove si poteva scegliere se mandare quella persona in Parlamento, a fare il sindaco, il consigliere regionale o piuttosto l’europarlamentare.
Con il referendum è molto diverso. Non si vota la persona che si espone (e magari perde la competizione) ma si sceglie rispetto a delle norme giuridiche.
Meno complicata se le norme riguardano aspetti di facile comprensione generale, ma che succede se quelle norme hanno una certa tecnicità? Se, quindi, per la loro comprensione è necessaria una attività di spiegazione intellettuale?
Accade che al giurista – l’intellettuale che per primo può spiegare come funzionano quelle norme – sia richiesto un contributo da civil servant : deve dire in scienza e coscienza quello che succede con le nuove regole in quel settore secondo lui, con serenità e correttezza, ancor più dovuta se è un professore universitario o un magistrato.
Se il giurista non fa questo lavoro è un “pessimo maestro” perché trucca la gara. Ma “pessimi maestri” sono anche quelli che, avendo magari una grande credibilità in settori diversi dal diritto costituzionale o dal mondo della giustizia, si avventurano in posizionamenti politici o ideologici camuffati da analisi giuridiche chiaramente sbilenche.
Perché lo facciano è questione che non mi interessa, sia per mero protagonismo, per qualche forma di remunerazione o per mera ricerca di un seggio parlamentare nel 2027.
Quello che mi preoccupa è il presupposto culturale che c’è dietro questo prestarsi alla scena ossia pensare che il personaggio famoso, bravo a fare una cosa del tutto diversa, possa per questa ragione essere ritenuto credibile per dire ad un cittadino cosa fare in un altro settore.
Una cultura che promana non solo da chi ingaggia il testimonial ma anche, avendo accettato, dal testimonial stesso; una visione che si basa sull’idea che gli individui non siano in grado di discernere quando serve il contributo del macellaio e non del chirurgo e viceversa. Si pensa che l’egemonia culturale passi per le stesse forme controllate del Novecento mentre ora l’elettore è sempre più libero di scegliere da solo.
Un approccio erroneo come dimostrano i crescenti consensi per il Si al referendum che sono ben più ampi di quelli dei partiti che in Parlamento hanno votato la riforma e che, a loro volta, erano già più di quelli che sostengono il Governo Meloni.
Forse ci dice qualcosa anche il fatto che molti “pessimi maestri” di oggi si siano formati nelle università proprio negli anni tra il 1968 e il 1978 quando si proponeva una lettura sociale non di tipo liberale della società italiana, ma agganciata alle ideologie politiche che non esaltano la libera capacità dell’individuo.
Vi propongo un gioco: verificate quante volte alcuni di questi “pessimi maestri” attivi in questi giorni siano nati tra il 1950 e il 1960. Dalle piazze di allora dove si incitava al cambiamento al fiancheggiare oggi la conservazione è un attimo, ma resta identica l’idea che compito degli intellettuali sia indicare la via al popolo incolto educandolo visto che da solo non la conosce.
Invece l’intellettuale è come il docente, deve creare il vuoto ossia la voglia e la tensione individuale verso il sapere direbbe Recalcati.
E se questi testimonial scoprissero che oggi non ci sono più quegli elettori gestiti allora con gabbie cognitive e ideologie semplificatrici ma persone libere in grado di comprare il libro best seller di tizio e votare in modo opposto da quello di tizio? E se il referendum ci regalasse, come nel 1974 e nel 1981, il ritratto di un Paese più libero di quello che una parte della sua élite si ostina a ritenere e a cui farebbe comodo che fosse così? Sarebbe divertente – oltre che storico – come lo fu allora su aborto e divorzio quando gli italiani segnarono liberamente una tappa decisiva della storia nazionale.
















