Il Presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, richiama il valore delle riforme storiche che hanno garantito coesione sociale e diritti fondamentali. Un’eredità che, pur richiedendo aggiornamenti, resta un pilastro per il futuro della Repubblica. La riflessione di Giorgio Merlo
L’intervento di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e come sempre, ha richiamato l’attenzione di tutti gli italiani. E, come sempre, è stato innovativo e carico di contenuti. Contenuti su cui non possiamo non riflettere. E, al riguardo, c’è un aspetto, richiamato con forza da Mattarella parlando degli 80 anni della nostra Repubblica che merita di essere ripreso ed approfondito. E il tema riguarda alcune grandi conquiste politiche e sociali ottenute nel corso degli anni.
Dallo Statuto dei lavoratori alla sanità pubblica, dalla garanzia del sistema pensionistico all’istruzione pubblica, dal valore della coesione sociale alla salvaguardia e alla conquista dei diritti fondamentali. Insomma, una gamma di conquiste, di leggi, di provvedimenti e di scelte politiche che rispondono anche, e soprattuto, ad una precisa matrice culturale: quella democratico cristiana riconducibile alla tradizione e alla storia del cattolicesimo politico italiano. Una serie, appunto, di conquiste politiche che erano anche il frutto e la conseguenza di un progetto di società che nel corso degli anni, seppure con alti e bassi, è stato dispiegato nella sua concretezza ed efficacia. E, del resto, si tratta di atti parlamentari che hanno scandito la storia della nostra repubblica e che, soprattutto, rispondevano ad una precisa domanda che saliva dalla tumultuosa, composita e variegata società italiana.
Ora, al di là di ogni lettura di parte o puramente ed esclusivamente agiografica, è indubbio che proprio rileggendo concretamente, e quasi oggettivamente, la storia della nostra repubblica, emergono passaggi e scelte politiche che hanno saputo orientare, caratterizzare e plasmare non solo il sistema politico italiano negli anni a venire ma, soprattutto, hanno introdotto delle coordinate da cui difficilmente si può derogare. E questo non per essere fedeli ad una cultura politica specifica, ma perchè si tratta di riforme sociali e politiche che hanno lasciato un segno profondo nella società italiana. Riforme che, indubbiamente e come ovvio, richiedono di essere riaggiornate, riviste e riattualizzate ma che, al contempo, rappresentano tuttavia un faro che continua ad illuminare la cultura riformista e di governo del nostro Paese.
Ed è proprio alla luce di queste considerazioni, peraltro richiamate con un tono e uno stile istituzionale e neutrale dal Presidente della Repubblica, che sorge quasi spontanea una domanda. E cioè, ma com’è possibile che nell’attuale contesto politico italiano, altrettanto difficile, complesso ed articolato, la cultura – quella riconducibile, per capirci, alla storia, al pensiero, alla tradizione e alla prassi del cattolicesimo politico, sociale e popolare – che ha accompagnato la migliore stagione riformista del nostro Paese sia di fatto scomparsa dai radar? O meglio, che viene richiamata solo per ricordare o decantare un passato glorioso ma che non trova più una concreta rispondenza negli attuali comportamenti politici e legislativi?
È, credo, questa una domanda legittima perché ogniqualvolta ascoltiamo l’elenco delle grandi riforme del passato – che conservano, tuttavia, una straordinaria attualità e modernità – dobbiamo prendere amaramente atto che proprio la cultura che le ha ispirate è stata, di fatto, consegnata agli archivi storici oppure appartiene inesorabilmente al passato. E il discorso di fine anno del Presidente Mattarella, e del tutto indirettamente, ce lo ha ricordato con forza, autorevolezza e prestigio istituzionale.
















