Per Meloni la conferenza non serve a risolvere i problemi, ma a stabilire la cornice dentro cui quei problemi devono essere letti. La lunga sequenza di domande, la scaletta serrata, la possibilità di scegliere cosa approfondire e cosa lasciare sullo sfondo producono non tanto un confronto, quanto una regia comunicativa che ordina il caos dei dossier in una narrazione coerente. L’analisi di Martina Carone
La conferenza stampa di inizio anno non è, per Giorgia Meloni, un semplice adempimento istituzionale. È un rito politico che da quasi mezzo secolo accompagna i governi italiani e che ogni presidente del Consiglio interpreta secondo il proprio stile e il proprio progetto di potere. Da Andreotti a Berlusconi, da Prodi a Draghi, fino a Meloni: non cambia solo il formato, cambia la concezione stessa della leadership.
Meloni si inserisce in questa tradizione con una lettura molto personale del ruolo: la conferenza non è il luogo della rendicontazione, ma quello della costruzione del racconto. L’evento di oggi lo conferma. La lunga sequenza di domande, la scaletta serrata, la possibilità di scegliere cosa approfondire e cosa lasciare sullo sfondo producono non tanto un confronto, quanto una regia comunicativa che ordina il caos dei dossier in una narrazione coerente.
Il quadro che la premier consegna al Paese è costruito su tre pilastri: stabilità politica, sicurezza, politica estera come responsabilità nazionale. Sul referendum sulla separazione delle carriere non apre scenari di crisi; sulle elezioni anticipate le esclude; sul Quirinale chiarisce che non è “nei suoi radar”. Il messaggio è netto: il ciclo politico non è in discussione.
Sulla sicurezza, Meloni rivendica risultati ma allo stesso tempo alza il livello dello scontro istituzionale: senza una magistratura che “lavori nella stessa direzione”, avverte, il lavoro di governo e forze dell’ordine rischia di diventare vano. Non è una precisazione tecnica, è una linea politica: la sicurezza come terreno di legittimazione del potere e come spazio per un conflitto che parte dalla sicurezza e arriva al referendum e ai manifesti dei comitati del no.
In politica estera la premier mantiene una postura attentamente calibrata: no all’invio di truppe italiane in Ucraina, sì al sostegno a Kiev come strumento di deterrenza e di garanzia della pace nel perimetro Nato; cautela sugli scenari internazionali, distanza dai toni più avventuristi, nessuna apertura a strappi nella maggioranza. È una linea che le consente di rafforzare il proprio profilo occidentale senza destabilizzare gli equilibri interni.
Ma la conferenza rivela soprattutto il tratto identitario della sua leadership. Quando risponde sul Venezuela, Meloni non entra nel merito tecnico della questione: sposta il piano sul terreno simbolico attaccando la sinistra che, a suo dire, “sta sempre dalla parte sbagliata della storia”. È qui che la comunicazione diventa una strategia di potere: la costruzione del campo amico e del campo nemico, la semplificazione del conflitto, la riduzione della complessità a racconto.
Anche il rapporto con la stampa si colloca dentro questo schema. Le domande più tecniche (crescita, salari, Pnrr) faticano a trovare spazio; la scena è spesso occupata più dalla dimensione identitaria e polemica che dal racconto sulle intenzioni del governo. La percezione pubblica, amplificata dai social, oscilla tra l’idea di una conferenza trasformata in comizio e quella di una premier che domina il campo comunicativo senza veri contraddittori.
Eppure è proprio questo il punto: per Meloni la conferenza non serve a risolvere i problemi, ma a stabilire la cornice dentro cui quei problemi devono essere letti. Non è una comunicazione di gestione, è una comunicazione di governo del consenso.
In questo senso, la conferenza di inizio 2026 non fotografa soltanto un bilancio, ma una strategia di leadership: controllo dell’agenda, delimitazione del conflitto, costruzione di una narrazione che tiene insieme stabilità, responsabilità e polarizzazione. Meloni non risponde a tutte le domande, ma governa il racconto. E oggi il potere, per lei, passa soprattutto da li.
















