La moda racconta da sempre il potere, trasformando l’abito in linguaggio simbolico. Dalla toga romana alle leggi medievali, fino ai codici visivi di regine, first lady e leader contemporanei, il guardaroba diventa così uno strumento di comunicazione. L’ultimo esempio arriva da Laura Mattarella sulla copertina di Vogue, dove l’eleganza sobria e sartoriale trasmette identità e autorevolezza. L’analisi di Sofia Gnoli, professoressa di Storia e cultura della moda presso l’Università Iulm
Nel linguaggio del potere contemporaneo l’immagine non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della comunicazione politica. In un contesto dominato dalla visibilità e dalla circolazione incessante delle immagini, l’abito diventa un dispositivo narrativo immediato, capace di sintetizzare valori, identità e posizionamenti ideologici. La moda, da una prospettiva sociologica e comunicativa, non è mai neutra ma diventa un linguaggio simbolico che racconta il potere prima ancora che esso venga esercitato. Anche se questa consapevolezza appare contemporanea, le sue origini sono più antiche.
Già al tempo dell’antica Roma l’abbigliamento funzionava come un codice sociale rigidamente regolato: la toga, con le sue varianti e il suo diverso modo di essere drappeggiata intorno al corpo, indicava con precisione lo status dell’individuo. In età medievale, si ebbe una gran diffusione di normative legislative volte a codificare l’ostentazione del lusso a seconda della posizione rivestita all’interno della società. Le cosiddette leggi suntuarie disciplinavano il lusso consentito a ciascuna classe sociale, stabilendo chi potesse indossare oro, argento, strascichi, o determinati tessuti. L’abito e i suoi ornamenti erano i primi e più immediati segnali di riconoscimento del ruolo pubblico. Chi trasgrediva questi ordinamenti poteva incorrere in multe molto severe. Quando si parla di moda come strumento di potere, è inevitabile guardare a una delle sue manifestazioni più emblematiche: Luigi XIV di Francia. All’epoca del Re Sole, l’abito era parte integrante del trono. Le parrucche elaborate e i tessuti preziosi che sceglieva concorrevano a costruire un’immagine di autorità assoluta. Ancora oggi, a catturare l’attenzione, sono i celebri talons rouges, le scarpe con alti tacchi in legno ricoperti di cuoio rosso sfoggiate dai gentiluomini della corte di Luigi XIV. Pare che questa moda venne lanciata in modo del tutto casuale da Filippo duca di Orleans – fratello minore di Luigi XIV conosciuto da tutti come Monsieur – che un giorno durante una passeggiata si imbatté in un mattatoio e sporcandosi i tacchi di sangue.
Un drastico cambio di passo si ebbe all’indomani della Rivoluzione francese. Allora la moda cambiò radicalmente, lasciando spazio all’affermazione di uno stile borghese, più sobrio e funzionale. Ma la storia politica moderna e contemporanea è costellata di figure che hanno trasformato lo stile in un amplificatore simbolico del proprio ruolo. Tra tutte, la regina Elisabetta II rappresenta forse l’esempio più emblematico di una moda concepita come linguaggio istituzionale. I suoi tailleur monocromatici, declinati in colori sorbetto, dal rosa shocking al verde acido – coordinati con i suoi copricapi –, avevano una funzione precisa: renderla immediatamente riconoscibile anche da lontano. A completare questa costruzione visiva, un accessorio divenuto iconico: la borsa nera Launer, costante e immutabile, utilizzata dalla regina come discreto strumento di comunicazione non verbale, capace di trasmettere segnali al suo staff, senza mai infrangere il rigore della forma. Altro personaggio emblematico, per motivi diversi, sul panorama inglese, è stato Lady Diana. Vestita agli esordi in modo impacciato e vagamente bucolico, Lady D trova una piena maturità estetica solo dopo i trent’anni, quando inizia a indossare Versace o Galliano per Dior, segnando un distacco dalla moda inglese più tradizionale. L’abito sottoveste blu notte indossato al Met Gala del 1996 diventa il simbolo di una nuova autonomia identitaria, rappresentando una delle prime uscite pubbliche dopo il divorzio dal principe Carlo.
In tempi più attuali, Kate Middleton incarna, invece, una strategia più complessa e stratificata, capace di coniugare messaggi “alti” e “popolari”. Nelle occasioni solenni indossa spesso Alexander McQueen, mentre nella quotidianità alterna capi firmati da marchi accessibili come Zara, H&M o l’italiano Luisa Spagnoli. Celebre il caso del tailleur rosso che fece impennare le vendite del brand italiano: un gesto che comunica vicinanza, controllo dell’immagine e adesione a una monarchia più empatica. Di segno diverso lo stile di Laura Mattarella, improntato su una riservata eleganza costruita su una sartorialità rigorosa. Proprio per questo Francesca Ragazzi, direttrice dell’edizione italiana di Vogue, ha voluto la figlia del Presidente della Repubblica protagonista della copertina di gennaio 2026. La First lady italiana, fotografata da Brett Lloyd, indossa un elegante soprabito color burro di Alessandro Michele per Valentino.
Un look che per la sua impeccabile essenzialità fa ripensare a colei che, negli anni Sessanta, ha costruito il mito della first lady moderna: Jacqueline Kennedy. Jackie oscillava abilmente tra couture francese e italiana e sartoria americana. Amava Chanel e Balenciaga, Valentino e Givenchy ma per ragioni politiche doveva vestirsi “americano”: nasce così il lavoro di Oleg Cassini, stilista della First lady, che rielaborava modelli d’ispirazione europea adattandoli a un’immagine nazionale. Emblematico resta il caso del celebre tailleur rosa, copia ‘ufficiale’ di uno Chanel realizzato dalla casa americana di couture Chez Ninon.
Se la moda femminile in politica è spesso sotto i riflettori, anche quella maschile ha costruito immaginari potenti, seppur attraverso dettagli più sottili. John F. Kennedy con la camicia button-down e le maniche arrotolate, Gianni Agnelli con l’orologio sopra il polsino, le scarpe Tod’s con i gommini e i doppiopetto di Caraceni. Il Duca di Windsor, grande arbiter elegantiarum, ha rivoluzionato il guardaroba maschile introducendo motivi campagnoli – quadri, tartan, pied-de-poule – nella vita urbana, indossando lo smoking al posto del frac e le scarpe marroni al posto di quelle nere.
Oltre ad essere simbolo del potere, la moda è stata anche linguaggio di protesta: dalla camicia rossa garibaldina alla camicia nera fascista, fino all’età contemporanea, pensiamo ai cappellini rosa con le orecchie lanciati da Angela Missoni (autunno-inverno 2017) che riprendevano il modello indossato dalle manifestanti durante la marcia rosa per le strade di Washington all’indomani dell’insediamento di Donald Trump. Osservare la moda in chiave storica significa leggerla non come una semplice evoluzione lineare, ma come un sistema di corsi e ricorsi. Il power dressing degli anni Ottanta – la giacca strutturata della donna manager, consacrata da Giorgio Armani – raccontava il bisogno di legittimazione femminile in spazi di potere ancora maschili.
Oggi, in un contesto più fluido, l’abito non è più rigidamente dettato dal ruolo: esiste una maggiore libertà espressiva, anche se continuiamo, inevitabilmente, a credere che “l’abito faccia il monaco”. Infine, la moda contemporanea attraversa una fase di ridefinizione. Dopo un decennio segnato da estetiche camp e fluide – come quelle proposte da Alessandro Michele – si assiste a un ritorno a un certo ordine, a uno stile più sobrio e contenuto. Forse una risposta al clima politico, forse una necessità fisiologica di mutamento. La moda non si evolve muta, cambia pelle per continuare a raccontare la società. Perché, in fondo, lo stile è una lente attraverso cui leggere il potere, le sue trasformazioni e le sue narrazioni.
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